(AGENPARL) - Roma, 2 Agosto 2026 - Tra disinformazione, narrazioni politiche e scarsa conoscenza del sistema giudiziario, cresce nel Regno Unito la sfiducia verso la magistratura. Un’analisi dell’aspirante avvocato David Ben Eke evidenzia come il problema non sia solo giuridico, ma anche culturale e democratico.
La fiducia nelle istituzioni rappresenta uno dei pilastri di ogni sistema democratico. Nel Regno Unito, tuttavia, una parte crescente dell’opinione pubblica guarda con sospetto alla magistratura, alimentata da polemiche politiche, campagne mediatiche e da una conoscenza spesso limitata del funzionamento dei tribunali.
È questa la tesi sviluppata da David Ben Eke, aspirante avvocato e vincitore del Lord Neuberger Award del Lincoln’s Inn, in un’approfondita riflessione dedicata al rapporto tra cittadini e giustizia britannica. Secondo l’autore, la sfiducia nei confronti dei giudici non nasce tanto dalle decisioni dei tribunali quanto da una diffusa incomprensione del loro ruolo costituzionale.
Una minaccia per la democrazia
Negli ultimi anni il governo britannico ha più volte sottolineato come la perdita di fiducia nelle istituzioni costituisca un rischio per la democrazia.
Le autorità hanno elaborato strategie per contrastare fenomeni come:
- la disinformazione promossa da attori stranieri;
- le intimidazioni nei confronti degli elettori;
- gli attacchi contro il processo democratico.
Secondo Eke, però, manca un’attenzione analoga verso la crescente diffidenza nei confronti della magistratura.
L’autore avverte che un’opinione pubblica che non comprende il ruolo dei tribunali potrebbe diventare più vulnerabile alle narrazioni populiste o autoritarie, accettando con minore resistenza eventuali tentativi di limitare l’indipendenza della giustizia.
Il richiamo del presidente della Corte Suprema
La necessità di spiegare meglio il funzionamento della magistratura è stata evidenziata anche dal presidente della Corte Suprema del Regno Unito, Lord Reed, che nel 2025 ha sottolineato l’importanza di una maggiore attività divulgativa rivolta non soltanto ai cittadini, ma anche ai politici e ai mezzi d’informazione.
Secondo Lord Reed, molte delle polemiche che investono i tribunali nascono da interpretazioni errate o superficiali delle loro funzioni costituzionali.
Poiché l’opinione pubblica forma gran parte delle proprie convinzioni attraverso il dibattito politico e mediatico, dichiarazioni inesatte o fuorvianti possono contribuire ad alimentare una percezione distorta dell’operato dei giudici.
Il ruolo della giurisprudenza
Uno dei principali equivoci riguarda il modo in cui si forma il diritto britannico.
Nel sistema giuridico del Regno Unito, la legge non coincide esclusivamente con gli atti approvati dal Parlamento.
Accanto alla legislazione esiste infatti la giurisprudenza, cioè l’insieme delle decisioni dei tribunali che costituiscono precedenti vincolanti per i casi successivi.
Secondo Eke, molti critici interpretano erroneamente le sentenze come forme di “attivismo giudiziario”, quando in realtà i giudici svolgono una funzione prevista dal sistema costituzionale: interpretare la legge approvata dal Parlamento e applicarla ai casi concreti.
Questa attività permette di adattare le norme generali alle circostanze specifiche delle singole controversie, garantendo maggiore equità e proporzionalità nell’applicazione del diritto.
I limiti dell’azione dei giudici
L’autore ricorda inoltre che il sistema giudiziario britannico prevede numerosi meccanismi per limitare eventuali arbitri individuali.
Le decisioni dei giudici devono essere motivate attraverso un ragionamento giuridico fondato sui principi consolidati del diritto e non su convinzioni personali.
Nei casi più rilevanti, la Corte Suprema può essere composta da più giudici che discutono collegialmente la controversia.
Qualora emergano opinioni differenti, prevale la decisione adottata dalla maggioranza, riducendo il rischio che il giudizio rifletta la posizione personale di un singolo magistrato.
Il dibattito sul controllo giurisdizionale
Uno dei temi più controversi riguarda il judicial review, il controllo giurisdizionale esercitato dai tribunali sull’operato del governo.
Secondo alcuni esponenti politici, questa funzione consentirebbe ai giudici di ostacolare le decisioni democratiche assunte dagli organi eletti.
Eke sostiene invece che questa interpretazione sia fuorviante.
Il controllo giurisdizionale non serve a sostituire le decisioni del governo, ma a verificare che l’esecutivo agisca nel rispetto della legge approvata dal Parlamento e dei principi dello Stato di diritto.
Si tratta quindi di uno strumento di equilibrio tra i poteri dello Stato e non di un intervento politico dei tribunali.
Il caso Brexit
Uno degli episodi più emblematici citati nell’analisi riguarda il contenzioso sulla Brexit.
Nel 2016 l’Alta Corte e successivamente la Corte Suprema furono chiamate a stabilire se il governo guidato da Theresa May potesse attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona senza un voto del Parlamento.
Secondo Eke, molti cittadini interpretarono erroneamente quella decisione come un tentativo della magistratura di bloccare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
In realtà, osserva l’autore, i giudici non si pronunciarono sull’opportunità della Brexit, ma esclusivamente sulla procedura costituzionale da seguire.
La Corte stabilì che spettava al Parlamento autorizzare formalmente l’attivazione dell’articolo 50, riaffermando il principio della sovranità parlamentare.
Quando i tribunali vengono definiti “nemici del popolo”
Durante il dibattito sulla Brexit, alcuni organi di stampa arrivarono a definire i giudici della High Court “nemici del popolo”, mentre altri parlarono addirittura del “giorno in cui è morta la democrazia”.
Secondo Eke, simili rappresentazioni hanno contribuito ad alimentare una profonda sfiducia verso la magistratura, presentando decisioni tecniche come atti politici.
L’autore sottolinea come anche alcune dichiarazioni di esponenti politici abbiano rafforzato questa narrativa, attribuendo ai tribunali intenzioni che non trovano riscontro nel loro effettivo ruolo costituzionale.
Tribunali di diritto, non di morale
Un altro equivoco riguarda la convinzione che i tribunali decidano questioni morali.
Secondo Eke, la Corte Suprema non stabilisce quali valori siano giusti o sbagliati, ma interpreta e applica le norme approvate dal Parlamento.
Nei casi riguardanti temi sensibili, come la libertà religiosa, l’identità di genere o la libertà di espressione, i giudici sono chiamati a trovare un equilibrio tra diritti tutelati dalla legge, senza sostituire le proprie convinzioni personali a quelle del legislatore.
Questa distinzione, spesso trascurata nel dibattito pubblico, rappresenta uno degli elementi fondamentali per comprendere il funzionamento della giustizia britannica.
Il ruolo dell’educazione giuridica
Per l’autore, la soluzione non consiste soltanto nel contrastare la disinformazione, ma soprattutto nel rafforzare l’educazione civica e giuridica.
Una migliore conoscenza dei principi costituzionali consentirebbe ai cittadini di distinguere tra critica legittima e rappresentazioni distorte del sistema giudiziario.
In questo percorso, governo, magistratura, università, media e professioni legali dovrebbero collaborare per rendere più accessibili i meccanismi attraverso cui operano i tribunali.
La fiducia come fondamento dello Stato di diritto
La riflessione di David Ben Eke conclude che la fiducia nella magistratura non può essere data per scontata.
Affinché lo Stato di diritto continui a funzionare efficacemente, è necessario che i cittadini comprendano non solo le decisioni dei tribunali, ma anche il ruolo costituzionale che essi svolgono come garanti della legalità e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
In un’epoca caratterizzata da crescente polarizzazione politica e rapida diffusione della disinformazione, rafforzare la cultura giuridica della popolazione diventa, secondo l’autore, una delle principali sfide per la tutela della democrazia britannica.
