(AGENPARL) - Roma, 28 Agosto 2026 - La battaglia per lo Stretto di Hormuz entra in una nuova fase. Venerdì 28 agosto la Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha respinto le dichiarazioni americane secondo cui la strategica via marittima sarebbe stata riaperta, sostenendo che nessuna nave possa attraversarla liberamente senza coordinamento con Teheran. Reuters riferisce che l’IRGC afferma di avere il «pieno controllo» dello Stretto e contesta apertamente la versione fornita dagli Stati Uniti.
La formulazione è importante: parlare semplicemente di uno Stretto totalmente chiuso a ogni nave rischia di essere fuorviante. La posizione iraniana è che il passaggio non sia liberamente aperto e che le navi debbano ottenere il coordinamento o l’autorizzazione iraniana; contemporaneamente, Washington sostiene che le rotte internazionali siano aperte e che navi commerciali stiano effettivamente transitando. Il traffico resta comunque una frazione di quello precedente alla guerra.
Teheran accusa gli Stati Uniti: «La riapertura è una menzogna»
Secondo la dichiarazione iraniana, le affermazioni statunitensi sulla riapertura dello Stretto avrebbero lo scopo di influenzare le aspettative del mercato petrolifero e attenuare la percezione delle conseguenze economiche del conflitto.
La Marina delle Guardie Rivoluzionarie sostiene invece che il controllo iraniano sulla via d’acqua rimanga effettivo e che le restrizioni continueranno finché Washington non porrà fine alle azioni militari contro l’Iran e non rispetterà gli impegni richiesti da Teheran.
È quindi in corso anche una guerra delle narrative.
Gli Stati Uniti vogliono dimostrare di avere ripristinato la libertà di navigazione e ridotto la capacità iraniana di utilizzare Hormuz come leva strategica. L’Iran, al contrario, vuole dimostrare di conservare la capacità di determinare quali navi possano attraversare il collo di bottiglia energetico più importante del pianeta.
La versione americana è completamente diversa
Il comandante dello U.S. Central Command, ammiraglio Brad Cooper, ha dichiarato che le rotte marittime internazionali sono aperte e che il traffico sta aumentando.
Secondo Cooper, negli ultimi mesi le forze americane avrebbero assistito 1.500 navi commerciali che trasportavano quasi 750 milioni di barili di greggio nel passaggio attraverso Hormuz.
Il presidente Donald Trump ha ripetutamente sostenuto che lo Stretto sia stato riaperto.
Ma anche in questo caso serve una distinzione tra apertura militare dichiarata e ritorno alla normalità commerciale.
Reuters riferisce che molti armatori continuano a evitare Hormuz a causa delle minacce iraniane e che i servizi di monitoraggio hanno stimato il traffico soltanto intorno al 5-15% dei normali volumi.
Prima della guerra, attraverso questa stretta fascia di mare tra Iran e Oman transitava circa un quinto dell’approvvigionamento petrolifero mondiale.
Il punto centrale, quindi, è che alcune navi stanno attraversando Hormuz, ma questo non equivale ancora al ripristino del traffico prebellico.
Teheran vuole imporre condizioni per una vera riapertura
Dietro le dichiarazioni militari esiste parallelamente un’intensa trattativa diplomatica.
Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, ha annunciato che Teheran sta preparando un elenco di condizioni per ripristinare il normale traffico attraverso lo Stretto, dopo le richieste avanzate dai mediatori internazionali.
Tra le richieste indicate dall’Iran figurano la fine del conflitto regionale e misure americane che Teheran considera necessarie prima della normalizzazione.
Un portavoce delle Guardie Rivoluzionarie aveva inoltre indicato tra le condizioni la rimozione del blocco statunitense contro i porti iraniani, compensazioni per i danni di guerra e la revoca delle sanzioni.
Hormuz è così diventato contemporaneamente strumento militare, leva economica e carta negoziale.
Qatar, Oman e Pakistan cercano una soluzione
Mentre Washington e Teheran si confrontano, diversi attori regionali stanno tentando di costruire una via d’uscita.
Qatar, Oman e Pakistan sono coinvolti negli sforzi diplomatici per ristabilire la navigazione. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato a Teheran chiedendo alle autorità iraniane di rispettare la libertà di navigazione secondo il diritto internazionale.
La diplomazia qatariota assume un’importanza particolare perché Doha è contemporaneamente alleata degli Stati Uniti e vicina geografica dell’Iran.
Teheran sostiene inoltre di avere raggiunto con l’Oman un’intesa su un possibile corridoio marittimo attraverso Hormuz, costituito da sezioni nelle acque omanite e iraniane. Le navi utilizzerebbero un canale centrale designato qualora venissero soddisfatte le condizioni poste dall’Iran.
Tuttavia, Reuters ha precisato che i dettagli dell’accordo Iran-Oman risultavano ancora in fase di elaborazione.
Il nodo delle mine
A complicare ulteriormente la situazione c’è la sicurezza fisica della navigazione.
Le forze statunitensi sostengono di aver rimosso dalle rotte internazionali le mine navali collocate dall’Iran durante il conflitto. Ma eliminare le mine da determinati corridoi non significa automaticamente eliminare tutti i rischi per gli armatori.
La navigazione commerciale dipende infatti non soltanto dalla possibilità materiale di attraversare lo Stretto, ma anche dalla disponibilità delle compagnie assicurative a coprire le navi, dalla percezione del rischio di attacchi e dalla volontà degli equipaggi e degli armatori di entrare nella zona.
L’International Maritime Organization delle Nazioni Unite ha registrato 70 incidenti nello Stretto dall’inizio della guerra, con 19 marittimi morti.
Questo aiuta a spiegare perché il ritorno del traffico sia molto più lento rispetto alle dichiarazioni politiche sulla riapertura.
Perché Hormuz è così importante
Lo Stretto di Hormuz è uno dei più importanti chokepoint energetici mondiali.
La sua posizione geografica è eccezionale: collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e quindi con il Mar Arabico e l’Oceano Indiano.
Prima della guerra, circa il 20% dell’approvvigionamento mondiale di petrolio transitava attraverso questa rotta.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e Qatar dipendono in misura differente dal corridoio per raggiungere i mercati internazionali. Anche le esportazioni iraniane attraversano naturalmente la stessa regione.
Una chiusura prolungata non rappresenta quindi un problema esclusivamente iraniano o americano. È uno shock potenziale per l’intera economia mondiale.
Il petrolio reagisce alle notizie contraddittorie
La situazione dello Stretto è ormai una delle variabili principali incorporate nel prezzo del greggio.
Venerdì il Brent ha chiuso a 89,31 dollari al barile e il WTI a 83,40 dollari. Nonostante la tensione geopolitica, entrambi hanno terminato la settimana in netto calo: oltre il 5% per il Brent e più del 4% per il WTI.
Il motivo è apparentemente paradossale.
Da un lato Teheran insiste sul fatto che Hormuz non sia liberamente aperto. Dall’altro, i mercati stanno osservando un graduale aumento di alcuni flussi e seguono le indiscrezioni riguardanti un possibile accordo diplomatico.
Qualsiasi notizia che faccia pensare a un aumento delle esportazioni tende quindi a esercitare pressione ribassista sul petrolio; qualsiasi escalation militare o nuova minaccia iraniana può produrre l’effetto opposto.
Oltre 8 milioni di barili al giorno resterebbero fuori dal mercato
Il miglioramento rispetto ai momenti più critici della guerra non significa che l’emergenza energetica sia terminata.
Secondo analisi citate da MarketWatch, oltre 8 milioni di barili al giorno rimangono compromessi rispetto alle condizioni precedenti al conflitto. Anche il traffico di gas naturale liquefatto attraverso Hormuz rimane fortemente ridotto.
La conseguenza è particolarmente importante per l’Asia, dove si trovano alcuni dei maggiori acquirenti del petrolio e del gas provenienti dal Golfo.
Ma anche l’Europa può subire conseguenze indirette attraverso i mercati globali del GNL, dei prodotti petroliferi e del diesel.
Una leva enorme nelle mani di Teheran
Dal punto di vista iraniano, il controllo o la capacità di minacciare Hormuz rappresenta uno dei pochi strumenti capaci di produrre conseguenze economiche globali immediate.
L’Iran non deve necessariamente impedire fisicamente il passaggio di ogni singola nave per ottenere questo risultato.
È sufficiente mantenere abbastanza incertezza da aumentare:
- i premi assicurativi;
- i costi di trasporto;
- il rischio percepito dagli armatori;
- il prezzo del petrolio;
- la pressione politica sui Paesi importatori.
Per Washington, conseguentemente, dimostrare che le navi possono attraversare lo Stretto significa ridurre il valore di questa leva.
È proprio per questo che la disputa sulla parola “aperto” è molto più importante di quanto possa sembrare.
Una battaglia anche sulla percezione
Teheran dice, in sostanza: nessuna libera navigazione senza il nostro consenso.
Washington replica: le rotte internazionali sono aperte e le navi stanno passando.
I dati disponibili indicano una realtà intermedia e molto più complessa: alcuni transiti sono effettivamente ripresi, anche con assistenza americana, ma il volume complessivo rimane drasticamente inferiore alla normalità e molte compagnie continuano a considerare la rotta troppo rischiosa.
Non è quindi corretto descrivere Hormuz come completamente aperto nelle condizioni precedenti alla guerra. Ma nemmeno l’espressione «chiuso a tutte le navi» va interpretata letteralmente come assenza assoluta di qualsiasi transito.
La posizione annunciata dall’IRGC riguarda soprattutto il principio secondo cui Teheran non riconosce un passaggio incontrollato e senza coordinamento iraniano.
Hormuz diventa il cuore dello scontro USA-Iran
A sei mesi dall’inizio della guerra, il controllo dello Stretto è diventato una delle questioni strategiche centrali del conflitto tra Stati Uniti e Iran. AP osserva che gli obiettivi americani si sono progressivamente spostati, facendo della sicurezza di Hormuz una priorità crescente.
Per Washington, la libertà di navigazione significa proteggere il mercato energetico mondiale e dimostrare che l’Iran non può controllare unilateralmente una via marittima internazionale.
Per Teheran, mantenere influenza sullo Stretto significa conservare uno dei più potenti strumenti negoziali a propria disposizione.
In mezzo ci sono gli Stati produttori del Golfo, gli armatori, le compagnie assicurative e soprattutto i grandi consumatori mondiali di energia.
La diplomazia di Qatar, Oman e Pakistan potrebbe offrire un percorso verso una normalizzazione. Ma finché non emergerà un accordo verificabile e il traffico non tornerà stabilmente vicino ai livelli precedenti alla guerra, lo Stretto di Hormuz continuerà a essere contemporaneamente una linea del fronte militare e uno dei principali rischi per il mercato energetico mondiale.
