(AGENPARL) - Roma, 28 Agosto 2026 - Dal «sonno della ragione» di Francisco Goya al «Sapere aude» di Immanuel Kant: nelle epoche di crisi il pericolo più grande non è la complessità del mondo, ma la rinuncia a comprenderlo. Economia, geopolitica e istituzioni hanno bisogno di competenza, conoscenza e di una società civile capace di riconoscere la realtà.
«Il sonno della ragione genera mostri». Poche immagini hanno attraversato i secoli con la forza dell’acquaforte di Francisco Goya. Un uomo è accasciato sul tavolo, il volto nascosto tra le braccia; alle sue spalle, dalla tenebra, emergono civette, pipistrelli e creature inquietanti. Non è soltanto la rappresentazione di un incubo. È una metafora politica, morale e intellettuale della condizione umana.
Quando la ragione si addormenta, il vuoto non rimane vuoto. Viene occupato.
Lo occupano la paura, il pregiudizio, la superstizione, l’ideologia, l’irrazionalità. E, nella società contemporanea, anche la semplificazione compulsiva di una realtà che, al contrario, diventa ogni giorno più complessa.
È forse proprio questa l’immagine dalla quale dovremmo partire per comprendere il nostro tempo.
Dal caos alla confusione
I Greci parlavano di cháos, indicando originariamente una voragine, un’apertura indistinta dalla quale l’ordine deve ancora emergere. I Romani avevano confusio: mescolanza, sovrapposizione, perdita delle distinzioni.
Sono due concetti sorprendentemente attuali.
Viviamo infatti in un’epoca nella quale non mancano le informazioni. Ne abbiamo, semmai, troppe. Ciò che scarseggia è la capacità di ordinarle secondo gerarchie di significato, distinguendo il fondamentale dall’accessorio, la causa dall’effetto, il dato dall’interpretazione.
La confusione contemporanea nasce anche da qui.
Economia, demografia, tecnologia, energia, migrazioni, guerre, debito pubblico, trasformazione degli equilibri internazionali: fenomeni diversi interagiscono all’interno dello stesso sistema. Pretendere di interpretarli isolatamente significa osservare un ingranaggio ignorando la macchina alla quale appartiene.
Di fronte alla complessità, però, la tentazione è spesso quella opposta alla conoscenza: semplificare fino a deformare.
È precisamente qui che la ragione diventa necessaria.
Non perché essa possieda una risposta infallibile a ogni problema, ma perché rappresenta il metodo attraverso il quale possiamo distinguere, confrontare, verificare, correggere e infine decidere.
«Abbi il coraggio di conoscere»
Nel 1784 — non nel 1794 — Immanuel Kant, rispondendo alla domanda Was ist Aufklärung?, «Che cos’è l’Illuminismo?», formulò una delle definizioni più potenti della modernità.
L’Illuminismo è per Kant «l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso».
E la minorità consiste nell’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro.
Da qui il celebre motto, ripreso da Orazio:
Sapere aude.
Abbi il coraggio di sapere. O, ancora meglio: abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza.
La parola decisiva non è soltanto sapere. È coraggio.
Perché conoscere comporta responsabilità. Significa accettare che la realtà possa contraddire ciò che desideriamo credere. Significa rinunciare alla comodità delle risposte prefabbricate e sottoporre persino le proprie convinzioni alla prova dei fatti.
La libertà intellettuale comincia esattamente nel punto in cui siamo disposti a scoprire di avere torto.
Non basta essere pronti: bisogna essere preparati
Esiste poi una distinzione apparentemente minima, ma politicamente enorme, tra essere pronti ed essere preparati.
Nella tradizione evangelica di Matteo e Luca ritorna l’esortazione alla vigilanza, alla disponibilità, all’essere pronti. Ma nel nostro tempo il concetto di preparazione acquista un significato civile particolarmente importante.
Essere pronti significa poter reagire.
Essere preparati significa aver costruito prima gli strumenti necessari per comprendere ciò che accadrà.
Una società complessa non può essere governata soltanto attraverso l’immediatezza della reazione. Ha bisogno di persone che abbiano studiato, acquisito esperienza, sviluppato capacità critica e imparato a distinguere gli effetti immediati dalle conseguenze di lungo periodo.
Questo vale per un medico e per un ingegnere. Perché dovrebbe valere meno per chi assume decisioni dalle quali dipendono milioni di persone?
La competenza non è aristocrazia sociale. È responsabilità verso le conseguenze.
E proprio nei periodi di crisi diventa indispensabile restituire spazio alle persone preparate.
Quando la ragione viene relegata in soffitta
Oggi, invece, si ha talvolta l’impressione che la ragione sia stata relegata in soffitta.
Non è scomparsa. Continua a vivere nelle università, nei laboratori, nelle imprese, nelle professioni, nelle istituzioni, nella cultura e in una parte importante della società civile. Ma fatica sempre più a determinare il linguaggio pubblico.
La velocità premia la reazione prima della riflessione. La polarizzazione premia l’appartenenza prima dell’argomento. L’indignazione offre gratificazione immediata; la complessità pretende tempo.
Eppure la storia insegna quanto possa essere alto il prezzo del sonno della ragione.
Le due guerre mondiali, i totalitarismi e le grandi crisi economiche del Novecento mostrarono quanto rapidamente società culturalmente avanzate potessero precipitare quando paura, risentimento, propaganda e interessi incontrollati prevalevano sulla capacità delle istituzioni di comprendere e governare le trasformazioni.
Ma la stessa storia ci insegna qualcosa di diverso e altrettanto importante: la ragione può risvegliarsi.
Quando il risveglio genera istituzioni
Dalle catastrofi del Novecento non nacque soltanto distruzione.
Emersero uomini e donne capaci di pensare oltre l’emergenza immediata. Furono immaginate nuove istituzioni, nuovi equilibri costituzionali, nuovi sistemi di cooperazione internazionale e nuovi strumenti economici.
La risposta alla crisi non fu semplicemente riparare ciò che si era rotto. Fu, nei momenti migliori, costruire qualcosa che prima non esisteva.
È questa la parte più feconda della metafora di Goya.
Se il sonno della ragione genera mostri, il risveglio della ragione genera idee.
E le idee, quando incontrano competenza, coraggio politico e condizioni storiche favorevoli, diventano istituzioni.
Il problema delle grandi crisi, infatti, non consiste soltanto nella loro distruttività. Esse rivelano spesso che l’architettura precedente non è più capace di contenere le forze economiche, sociali e geopolitiche che sono maturate al suo interno.
L’illusione delle soluzioni tampone
Qui arriviamo a una delle contraddizioni più profonde del presente.
Alle trasformazioni strutturali continuiamo troppo spesso a rispondere con soluzioni temporanee.
Una misura straordinaria segue l’altra. Un compromesso rinvia il problema successivo. Si corregge l’effetto senza intervenire sulla causa. Si compra tempo immaginando che il tempo, da solo, produca una soluzione.
Ma il tempo non risolve necessariamente le contraddizioni. Talvolta le accumula.
Le soluzioni tampone hanno una funzione legittima durante un’emergenza. Diventano pericolose quando l’emergenza si trasforma nel metodo ordinario di governo.
Perché ogni problema strutturale rinviato continua ad accumulare tensione: nel debito, nella demografia, nella competitività, nelle disuguaglianze, nella rappresentanza politica, nella sicurezza internazionale.
Prima o poi quelle tensioni cercano una forma.
E possono trovarla nel bene — attraverso riforme, nuove istituzioni e nuovi equilibri — oppure nel male, attraverso conflitti, rotture e regressioni.
Il re è nudo
C’è un’altra immagine che aiuta a comprendere questa condizione. È quella de I vestiti nuovi dell’imperatore di Hans Christian Andersen.
Tutti vedono.
Nessuno parla.
Ciascuno teme che riconoscere l’evidenza significhi esporsi al giudizio degli altri. Il consenso collettivo finisce così per sostenere una finzione che individualmente quasi nessuno crede.
Finché un bambino pronuncia la frase che spezza l’incantesimo:
«Il re è nudo».
È uno dei più grandi apologhi sulla libertà del giudizio.
La speranza di una società risiede anche nella possibilità che qualcuno continui a pronunciare ciò che vede, soprattutto quando ciò che vede contraddice una convenzione collettiva.
Una democrazia non muore soltanto quando viene proibito parlare. Si indebolisce anche quando gli individui imparano spontaneamente a non dire ciò che pensano di vedere.
Per questo il Sapere aude kantiano conserva intatta la sua forza.
Ciò che rimane nell’ombra
Ogni civiltà possiede inoltre zone che non riesce a vedere.
Il pensiero di Gilbert Durand, con la sua esplorazione dell’immaginario, dei simboli e delle strutture profonde attraverso cui l’uomo rappresenta il mondo, ricorda indirettamente un limite essenziale del razionalismo ingenuo: non tutto ciò che determina una società appare immediatamente alla luce della coscienza.
Molte verità rimangono nell’ombra perché non possediamo ancora le categorie per riconoscerle; altre perché riconoscerle sarebbe doloroso; altre ancora perché metterebbero in discussione interessi, identità e sistemi consolidati.
La ragione autentica non consiste allora nel pretendere che non esista il mistero.
Consiste nel portare progressivamente luce nell’ombra.
La conoscenza è questa incessante sottrazione di territorio all’ignoranza.
La crisi geopolitica è anche una crisi intellettuale
Le difficoltà economiche e geopolitiche contemporanee non possono quindi essere affrontate esclusivamente con strumenti tecnici.
Dietro ogni crisi economica esiste una certa concezione della società. Dietro ogni strategia internazionale esiste un’idea dell’uomo, dello Stato, del potere e della storia.
Il mondo sta cambiando più velocemente delle istituzioni costruite per governarlo.
Gli equilibri internazionali si trasformano. Nuove potenze emergono. La tecnologia modifica il lavoro e persino il significato della conoscenza. L’invecchiamento demografico cambia la struttura delle società. Energia, industria, sicurezza e politica estera tornano a intrecciarsi dopo decenni nei quali qualcuno aveva immaginato di poterle separare.
Affrontare tutto questo richiede qualcosa di più della gestione quotidiana.
Richiede pensiero strategico.
E il pensiero strategico comincia dalla capacità di guardare la realtà per quella che è, non per quella che vorremmo fosse.
Il coraggio della ragione
Il contrario della ragione non è soltanto l’irrazionalità.
È anche la pigrizia intellettuale.
È delegare ad altri il compito di pensare. È scegliere un’appartenenza e utilizzarla come sostituto del giudizio. È confondere il consenso con la verità, la popolarità con la competenza, la comunicazione con la conoscenza.
Kant chiamava tutto questo minorità.
Uscirne non significa credere nell’infallibilità della ragione. Significa accettare la fatica della verifica, il dubbio, il confronto e la possibilità della correzione.
È una disciplina prima ancora che una filosofia.
Ed è forse ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno.
Goya non ci consegna una profezia disperata. Ci consegna un avvertimento.
I mostri dominano finché l’uomo rimane addormentato.
Per questo, anche quando la società civile sembra ricadere in un sonno profondo, resta decisiva la presenza di chi studia, ricerca, insegna, dubita, contesta razionalmente, progetta e soprattutto non rinuncia a chiamare le cose con il loro nome.
Finché qualcuno avrà il coraggio di dire che il re è nudo, la coscienza collettiva potrà ancora risvegliarsi.
Finché qualcuno pronuncerà Sapere aude, l’ignoranza non avrà ottenuto la vittoria definitiva.
E finché la ragione sarà capace di trasformare la conoscenza in progetto, persino le crisi più profonde potranno diventare il punto di partenza di nuove architetture politiche, economiche e istituzionali.
Perché il sonno della ragione genera mostri. Ma il suo risveglio genera idee. E sono le idee, quando incontrano uomini e donne preparati e il coraggio di tradurle nella realtà, a cambiare il corso della storia.
