(AGENPARL) - Roma, 28 Agosto 2026 - L’epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo continua ad allargarsi, aumentando la pressione sul sistema sanitario e facendo crescere la preoccupazione per una possibile nuova diffusione internazionale. Gli ultimi dati disponibili indicano 5.794 casi confermati e 2.786 decessi, mentre il contagio ha raggiunto 60 zone sanitarie del Paese.
La situazione è particolarmente delicata perché l’epidemia si sta spostando attraverso aree caratterizzate da intensa mobilità della popolazione, conflitti armati, sfollamenti e collegamenti transfrontalieri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera significativo il rischio di diffusione verso altri Stati africani confinanti con le province congolesi interessate.
Un’epidemia senza precedenti per il Congo
Le dimensioni dell’emergenza sono cresciute molto rapidamente.
Il 30 luglio l’OMS registrava 3.605 casi confermati e 1.587 morti in 49 zone sanitarie. Il 12 agosto il bilancio era già arrivato a 4.665 casi e 2.184 decessi, distribuiti in 54 zone sanitarie di sei province.
Il rapporto OMS con dati al 23 agosto contava poi 5.584 casi e 2.680 morti. Gli ultimi dati del 28 agosto portano il totale a 5.794 contagi confermati e 2.786 decessi.
La progressione rende questa epidemia la più grande mai registrata nella Repubblica Democratica del Congo per numero di casi confermati e quella con l’espansione iniziale più rapida osservata nel Paese.
Il tasso grezzo di letalità calcolato sugli ultimi numeri è vicino al 48%: quasi un paziente confermato su due è morto. La percentuale, tuttavia, non deve essere interpretata automaticamente come probabilità individuale di morte, perché può essere influenzata dalla capacità di individuare i casi, dai ritardi diagnostici e dall’accesso alle cure.
Il virus raggiunge nuove zone sanitarie
L’espansione geografica rappresenta uno degli elementi più preoccupanti.
Secondo gli ultimi dati riportati il 28 agosto, il virus è arrivato anche nelle zone sanitarie di Biena e Manguredjipa, nel Nord Kivu, portando a 60 il numero complessivo delle aree sanitarie interessate.
L’epidemia, inizialmente concentrata nell’area mineraria di Mongbwalu, nell’Ituri, si è progressivamente estesa fino a interessare Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé.
Questo significa che la sfida non consiste più soltanto nel controllare un singolo focolaio localizzato. Le autorità devono interrompere contemporaneamente numerose catene di trasmissione distribuite su un territorio enorme e, in alcune aree, estremamente difficile da raggiungere.
Perché il rischio oltre confine preoccupa l’OMS
La geografia è determinante.
Alcune delle aree interessate si trovano vicino alle frontiere internazionali e sono attraversate da movimenti commerciali e migratori. La valutazione più recente del Comitato di emergenza dell’OMS indica che il rischio di diffusione africana è significativo soprattutto per gli Stati che condividono frontiere terrestri con le province congolesi nelle quali è presente la trasmissione.
La modellizzazione citata dall’OMS identifica il Sud Sudan come particolarmente esposto per i suoi collegamenti con la Repubblica Democratica del Congo. La Repubblica Centrafricana non era invece inclusa in quella specifica modellizzazione; sarebbe quindi improprio presentare come dato OMS consolidato una graduatoria che la collochi necessariamente al primo posto.
Il rischio per Bangui viene comunque preso molto seriamente. Il 14 agosto la Repubblica Centrafricana ha ospitato una consultazione transfrontaliera organizzata dall’OMS con Congo, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Uganda proprio per rafforzare sorveglianza, controlli ai punti d’ingresso e coordinamento delle comunità di confine.
L’Uganda dimostra che il confine può essere attraversato
Il rischio non è soltanto teorico.
Nel maggio 2026 il virus era già passato dalla Repubblica Democratica del Congo all’Uganda. L’OMS documentò inizialmente due casi importati; complessivamente l’epidemia ugandese ha successivamente raggiunto 20 casi confermati e due decessi.
L’Uganda è però riuscita a interrompere la trasmissione e il 26 agosto l’OMS ha dichiarato conclusa l’epidemia nel Paese.
Il precedente dimostra contemporaneamente due cose: Ebola può attraversare rapidamente le frontiere attraverso persone infette, ma una risposta efficace basata su identificazione dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti e sorveglianza può interrompere le catene di contagio.
L’OMS: il rischio internazionale non è uguale ovunque
È importante evitare un’altra interpretazione allarmistica.
L’aumento del rischio per i Paesi africani confinanti non significa che l’OMS consideri elevato il rischio di una diffusione mondiale incontrollata.
La valutazione dell’Organizzazione indica che il rischio di propagazione verso Stati al di fuori dell’Africa rimane molto basso. È invece nelle aree direttamente collegate alla RDC che mobilità, commercio e frontiere terrestri rendono la situazione più complessa.
Un caso importato è stato rilevato anche in Francia durante l’epidemia, ma non ha prodotto trasmissione successiva.
Il problema del tracciamento dei contatti
Uno dei punti deboli della risposta riguarda il contact tracing.
Secondo la valutazione OMS, circa l’80% dei contatti già identificati viene seguito, ma vengono registrati mediamente soltanto 13 contatti per ogni caso di Ebola, un numero molto inferiore a quello osservato in precedenti epidemie di febbre emorragica virale.
Di conseguenza, appena circa il 20% dei casi viene scoperto attraverso il monitoraggio di contatti precedentemente identificati e soltanto il 40% riesce successivamente a essere collegato a una catena di trasmissione conosciuta. L’OMS classifica quindi le difficoltà nel tracciamento come “molto elevate”.
Questo crea un problema fondamentale: quando un paziente compare fuori dalle catene epidemiologiche conosciute significa che il virus può aver circolato senza essere osservato.
Conflitto e insicurezza complicano la risposta
La crisi sanitaria si sovrappone alla fragilità cronica dell’est della RDC.
L’OMS segnala che alcune aree colpite sono difficilmente accessibili a causa dell’insicurezza e che la mappatura dei casi confermati potrebbe sottostimare la reale estensione geografica dell’epidemia.
Conflitti armati, spostamenti della popolazione e difficoltà logistiche possono ostacolare il movimento delle squadre sanitarie, il trasporto dei campioni ai laboratori, l’identificazione dei contatti e l’approvvigionamento dei centri di trattamento.
A questo si aggiunge la pressione sul sistema sanitario ordinario.
L’OMS segnala, per esempio, che nell’Ituri le morti materne sono raddoppiate rispetto a maggio, raggiungendo una media superiore a sei alla settimana. Malaria, colera e traumi continuano contemporaneamente a richiedere assistenza.
Ebola rischia quindi di produrre una seconda crisi indiretta: ospedali e personale concentrati sull’epidemia dispongono di meno risorse per curare le altre malattie.
MSF apre un nuovo centro di trattamento
Per aumentare la capacità di risposta, Médecins Sans Frontières ha aperto un nuovo centro per il trattamento dell’Ebola nell’est del Congo.
L’iniziativa mira ad affrontare la carenza di posti letto e strutture sanitarie, uno dei problemi che stanno limitando la capacità di isolare rapidamente i pazienti e fornire assistenza.
La velocità è fondamentale: prima un caso sospetto viene identificato, isolato e diagnosticato, minore è il numero di persone che possono essere esposte.
La difficoltà aggiuntiva: è Ebola Bundibugyo
L’epidemia attuale è causata dal Bundibugyo virus, una specie di ebolavirus meno comune rispetto allo Zaire ebolavirus protagonista di diverse grandi epidemie precedenti.
Questo dettaglio ha conseguenze pratiche importanti.
Secondo l’OMS, per la malattia causata da Bundibugyo non esiste attualmente un vaccino specificamente approvato né un trattamento specifico autorizzato, anche se sono in corso attività per valutare candidati promettenti.
La RDC ha comunque avviato una campagna utilizzando Ervebo, vaccino sviluppato contro Zaire ebolavirus, nell’ambito di un programma di uso compassionevole e di ricerca. La priorità è stata assegnata agli operatori sanitari e alle persone maggiormente esposte.
Sono state autorizzate 70.000 dosi, una parte delle quali è destinata a studi volti a valutare l’efficacia contro Bundibugyo.
Una corsa tra il virus e la capacità di risposta
La questione decisiva nelle prossime settimane sarà capire se l’aumento delle capacità sanitarie riuscirà finalmente a superare la velocità di propagazione.
I numeri mostrano quanto rapidamente la situazione sia cambiata: dai 3.605 casi confermati del 30 luglio si è passati a 5.794 il 28 agosto.
Ma l’aumento delle statistiche deriva in parte anche dal rafforzamento della sorveglianza e della capacità diagnostica. Non ogni incremento dei casi registrati corrisponde quindi, in maniera perfettamente proporzionale, a un’accelerazione biologica del contagio. L’OMS sottolinea tuttavia che gran parte dell’aumento osservato riflette una reale espansione dell’epidemia.
La priorità rimane interrompere le catene di trasmissione prima che nuovi focolai raggiungano aree nelle quali la capacità sanitaria è ancora più limitata.
Una crisi ormai regionale
La Repubblica Democratica del Congo si trova quindi davanti a una delle più difficili emergenze Ebola della propria storia.
Con 5.794 casi confermati, 2.786 morti e 60 zone sanitarie interessate, l’epidemia ha assunto dimensioni nazionali e presenta un concreto rischio transfrontaliero regionale.
La risposta non può limitarsi ai centri di trattamento. Servono sorveglianza epidemiologica, laboratori, tracciamento dei contatti, dispositivi di protezione per gli operatori, comunicazione con le comunità, controlli sanitari alle frontiere e coordinamento tra i Paesi interessati.
Il precedente dell’Uganda dimostra che interrompere la trasmissione è possibile. Ma nell’est del Congo la combinazione di dimensioni geografiche, insicurezza, mobilità della popolazione, fragilità sanitaria e difficoltà nel tracciamento rende l’operazione molto più complessa.
Ed è proprio per questo che l’allarme dell’OMS guarda ormai oltre i confini congolesi: contenere l’epidemia nella RDC significa anche impedire che una gravissima emergenza nazionale si trasformi in una crisi sanitaria regionale ancora più estesa.
