(AGENPARL) - Roma, 26 Giugno 2026 - Il protocollo d’intesa firmato il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran non ha ancora archiviato la minaccia militare nella regione. Mentre la diplomazia tenta di stabilizzare il Libano, il Pentagono sta correndo ai ripari: il comando militare statunitense sta valutando il trasferimento di alcune basi dall’Arabia Saudita e dal Kuwait verso Israele, per ridurre l’esposizione ai missili iraniani dopo che, dall’operazione del 28 febbraio, sono stati colpiti circa 20 siti USA.
La strategia del doppio binario
Questa cautela militare è il “lato B” dell’intesa diplomatica. Washington sta infatti lavorando per una dislocazione più ampia delle proprie strutture in Medio Oriente, consapevole che, nonostante i negoziati in corso, la vulnerabilità dei propri asset rimane alta. Non è un abbandono dell’area, ma una riorganizzazione difensiva dettata dalla realtà dei fatti: gli attuali presidi nel Golfo sono troppo esposti e Israele viene visto come un porto più sicuro per la nuova architettura di difesa regionale.
Diplomazia e “Zona Pilota”
Questa necessità di sicurezza corre parallelamente ai tavoli negoziali. A Washington, le delegazioni di Libano e Israele hanno prorogato i colloqui per definire il memorandum d’intenti sulla sicurezza nel sud del Libano. L’obiettivo è trasformare la tregua in un’architettura stabile: l’ipotesi sul tavolo prevede il ritiro delle truppe israeliane e il disimpegno di Hezbollah a sud del fiume Litani, con l’esercito libanese chiamato a fare da garante in una nuova “zona pilota”.
Il test nucleare
Ma se sul fronte libanese si discute di terreno, sul fronte nucleare la parola passa alla tecnica. Rafael Grossi, direttore generale dell’AIEA, ha confermato la volontà dell’Agenzia di riprendere le ispezioni negli impianti iraniani — passaggio cardine previsto dal protocollo del 17 giugno. Tuttavia, il percorso resta accidentato: Teheran ha precisato che negli ultimi incontri di Burgenstock non si è discusso di nuove ispezioni, lasciando intendere che il controllo sulle scorte di uranio(fermo al giugno 2025) resta un nodo politico ancora da sciogliere.
In sintesi, Washington sta giocando una partita su tre tavoli: tenta la mediazione in Libano, spinge per il controllo nucleare con l’AIEA e, nel dubbio, sposta le proprie basi per evitare di essere colta impreparata da una ripresa delle ostilità.
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