(AGENPARL) - Roma, 7 Maggio 2026 - Il facile utilizzo dei nostri cellulari in casa o all’aperto per cercare dati sul web induce a pensare che Internet sia qualcosa di immateriale, incorporeo.
In realtà il cellulare funziona come un piccolo ricetrasmettitore: i dati arrivano al nostro telefonino grazie alle onde radio che viaggiano nell’aria ( wireless cioè “senza fili”) collegandosi all’antenna più vicina della rete mobile o del Wi-Fi. Dall’antenna in poi però quei dati viaggiano soprattutto attraverso una rete fisica di cavi in fibra ottica sotterranei o sottomarini che costituisce la vera infrastruttura di Internet.
I cavi sottomarini, poco più spessi di un tubo da giardino, contengono sottilissimi filamenti di vetro protetti da plastica, rame e nylon rivestiti da un sottile strato di acciaio (dagli anni ottanta, per proteggere gli stessi cavi dal morso di pesci/squali, ancore ed abrasioni) che veicolano
impulsi laser e trasportano enormi quantità di informazioni, rendendo possibile gran parte delle comunicazioni mondiali.
Ed è qui che nasce il “cavillo” per i cavi. Nello stretto di Hormuz, snodo strategico già cruciale per il petrolio mondiale, passa anche una parte fondamentale delle connessioni digitali tra Europa, Asia e Medio Oriente. In uno scenario di guerra o di forte tensione, questi cavi rischiano di costituire un bersagli vulnerabili.
L’Agenzia di stampa iraniana Tasnim, legata ai Guardiani della rivoluzione, ha richiamato l’attenzione sulla “vulnerabilità dei cavi internet sottomarini che attraversano il Golfo”, e sostiene che “tale rete garantisce il 97% della connettività regionale” (un danneggiamento di tali cavi potrebbe causare gravi interruzioni in tutta la regione ai sistemi bancari, alle piattaforme cloud, alle attività aziendali, alle reti logistiche).
L’analisi del prof. Kristian Coates Ulrichsen in una intervista rilasciata a Wired si sofferma:
– sulla rilevanza strategica dei cavi sottomarini nelle regioni del Golfo Persico con particolare attenzione allo stretto di Hormuz che trasportano circa il 30% del traffico Internet che collega Europa, Asia e Medio Oriente”;
– sulla vulnerabilità per “il possibile bersaglio che gli stessi cavi potrebbero diventare in scenari di guerra o tensioni geopolitiche, con il rischio di interrompere una parte significativa delle comunicazioni globali”;
– sulla sicurezza dei dati: “ la concentrazione di cavi in un’area ristretta rende la regione un nodo cruciale per la sicurezza delle comunicazioni digitali internazionali”.
Quando un cavo sottomarino si rompe, la riparazione richiede lunghi tempi ed una immaginabile specializzazione particolare : tempi lunghi influenzati dalle condizioni meteorologiche, dall’entità del danno e dalla disponibilità di navi specializzate nelle riparazioni con costi elevatissimi (due/tre milioni di dollari). Tra l’altro se l’intervento deve essere effettuato in zone “ calde” con un conflitto in atto, le navi devono sostare in area diventando bersaglio vulnerabile.
In sostanza ai timori legati alla chiusura dello Stretto di Hormuz si aggiunge ora l’accertata vulnerabilità dei cavi sottomarini dai quali dipende una parte decisiva della nostra “vita” digitale.
Una sola speranza: . . . Io speriamo che me la . . . “CAVI”!
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