(AGENPARL) - Roma, 8 Maggio 2026 - Editoriale sul valore educativo dell’autorevolezza, contro il bullismo e la crisi del rispetto nella scuola contemporanea
Negli ultimi anni la scuola italiana si trova ad affrontare una trasformazione profonda che riguarda non soltanto la didattica, ma il rapporto stesso tra studenti, insegnanti e istituzioni educative. Episodi di aggressioni verbali ai docenti, derisioni diffuse sui social, mancanza di rispetto in classe, atti di bullismo e crescente delegittimazione della figura dell’insegnante hanno aperto un dibattito sempre più urgente: cosa significa oggi educare al rispetto?
In questo contesto, la discussione sulla possibile reintroduzione dell’abitudine di alzarsi in piedi all’ingresso del docente assume un significato che va ben oltre il semplice gesto formale. Non si tratta soltanto di decidere se un rituale scolastico appartenga al passato o debba essere recuperato. La vera questione riguarda il modello culturale ed educativo che la scuola italiana vuole trasmettere alle nuove generazioni.
Ed è proprio qui che il confronto con il Giappone diventa particolarmente interessante.
In Giappone il rispetto non è un obbligo: è una cultura
Nel sistema educativo giapponese il rispetto verso gli insegnanti non viene vissuto come imposizione autoritaria, ma come parte naturale della formazione del cittadino.
Fin dalla scuola primaria, i bambini imparano che vivere in una comunità significa riconoscere il valore degli altri, rispettare i ruoli, controllare i propri impulsi e contribuire all’armonia collettiva.
Per questo in Giappone gli studenti:
- si alzano in piedi quando entra il docente;
- salutano collettivamente;
- si inchinano;
- mantengono attenzione e silenzio durante la lezione.
Ma il punto fondamentale è che questi comportamenti non vengono percepiti come umiliazioni o sottomissioni. Sono invece considerati gesti di educazione reciproca.
L’insegnante non è soltanto colui che assegna voti. È una guida morale, educativa e civile.
Ed è proprio questa concezione culturale che oggi sembra essersi indebolita in molte realtà occidentali.
La crisi dell’autorevolezza nella scuola italiana
Negli ultimi decenni la scuola italiana ha giustamente promosso valori importanti:
- inclusione;
- dialogo;
- partecipazione;
- riduzione dell’autoritarismo;
- centralità dello studente.
Tuttavia, in molti casi, il superamento dell’autoritarismo è stato confuso con la perdita dell’autorevolezza.
Esiste infatti una differenza enorme tra:
- autorità imposta con paura e rigidità;
- autorevolezza costruita attraverso il rispetto reciproco.
Oggi molti insegnanti denunciano una crescente difficoltà nel mantenere ordine e credibilità in aula. In numerose scuole italiane si registrano episodi sempre più frequenti di:
- insulti ai docenti;
- provocazioni continue;
- registrazioni video pubblicate online per deridere professori;
- aggressioni verbali;
- minacce;
- comportamenti apertamente intimidatori.
In alcuni casi si arriva persino a fenomeni di vero e proprio bullismo nei confronti degli insegnanti.
Questo rappresenta un segnale estremamente grave.
Perché una società che delegittima costantemente i propri educatori finisce inevitabilmente per indebolire anche il valore dell’educazione stessa.
Bullismo e perdita del senso del limite
Il tema del rispetto verso i docenti è strettamente collegato anche alla diffusione del bullismo scolastico.
Una scuola nella quale gli adulti vengono sistematicamente ridicolizzati o svuotati di autorevolezza rischia infatti di diventare un ambiente dove prevale la legge del più forte, del più aggressivo o del più popolare.
Il bullismo nasce spesso proprio dall’assenza di limiti educativi chiari.
Quando gli studenti non riconoscono più alcuna figura autorevole:
- aumenta la conflittualità;
- diminuisce l’empatia;
- cresce il disprezzo delle regole comuni;
- si diffonde l’idea che tutto sia negoziabile o deridibile.
In questo scenario, anche piccoli rituali simbolici possono avere una funzione educativa importante.
Alzarsi in piedi all’ingresso del docente non risolve certamente da solo il problema del bullismo o della crisi educativa. Sarebbe ingenuo pensarlo. Tuttavia, i simboli hanno valore perché trasmettono messaggi culturali.
E il messaggio potrebbe essere semplice ma fondamentale: chi insegna merita attenzione e rispetto.
Educare prima ancora che istruire
Uno degli aspetti più interessanti del modello giapponese riguarda proprio la priorità assegnata alla formazione del carattere rispetto alla pura performance scolastica.
Nelle scuole elementari giapponesi si insiste molto su:
- autocontrollo;
- collaborazione;
- senso civico;
- rispetto degli altri;
- responsabilità personale.
L’obiettivo iniziale non è soltanto creare studenti brillanti, ma cittadini equilibrati.
Anche il celebre Soji — la pulizia quotidiana delle scuole effettuata dagli studenti — ha un enorme valore educativo.
Pulire la propria aula significa imparare:
- rispetto per gli ambienti comuni;
- senso di appartenenza;
- umiltà;
- responsabilità collettiva.
In Italia, invece, spesso il dibattito scolastico si concentra quasi esclusivamente su programmi, adempimenti burocratici, verifiche, tecnologie e risultati, trascurando il tema fondamentale dell’educazione civica e relazionale.
Eppure, una scuola non può limitarsi a trasmettere competenze tecniche. Deve anche formare comportamenti, valori e capacità di convivere.
Il falso equivoco dell’“autoritarismo”
Ogni volta che si parla di disciplina scolastica, emerge immediatamente il timore di un ritorno al passato autoritario.
Ma educare al rispetto non significa costruire una scuola repressiva.
Esiste una grande differenza tra:
- imporre obbedienza cieca;
- insegnare il valore del rispetto reciproco.
Un docente autorevole non è un dittatore. È un adulto che rappresenta un punto di riferimento stabile.
La vera emergenza educativa contemporanea non è l’eccesso di disciplina, ma spesso la sua totale assenza.
Molti adolescenti crescono in contesti dove:
- i limiti sono fragili;
- le regole vengono continuamente contestate;
- ogni forma di autorità viene percepita come oppressiva;
- il conflitto prevale sul dialogo.
La scuola rischia così di perdere la propria funzione educativa profonda.
Il rispetto reciproco come antidoto alla violenza
Un aspetto centrale che spesso viene dimenticato è che il rispetto verso i docenti non serve soltanto a tutelare gli insegnanti. Serve soprattutto agli studenti.
Una scuola basata sul rispetto reciproco crea infatti un ambiente:
- più sicuro;
- meno aggressivo;
- più collaborativo;
- meno esposto a bullismo e violenza psicologica.
Quando gli studenti imparano a riconoscere il valore degli adulti, imparano anche più facilmente:
- ad ascoltare i compagni;
- a gestire i conflitti;
- a controllare l’aggressività;
- a sviluppare empatia.
Il rispetto dell’insegnante diventa così parte di un più ampio percorso di educazione civile.
La libertà senza responsabilità produce caos
La società contemporanea tende spesso a esaltare la libertà individuale senza ricordare abbastanza il concetto di responsabilità collettiva.
Ma una scuola dove nessuno riconosce più alcuna autorevolezza rischia di trasformarsi in un luogo dominato dal rumore, dall’arroganza e dalla frammentazione.
Il Giappone mostra invece che disciplina e rispetto non devono necessariamente essere incompatibili con il benessere degli studenti.
Certamente anche il sistema giapponese presenta criticità:
- forte pressione sociale;
- stress competitivo;
- carichi scolastici elevati;
- rigidità culturali.
Ma conserva ancora un principio fondamentale: l’educazione non riguarda soltanto i diritti individuali, ma anche i doveri verso la comunità.
Una scuola che educa al rispetto costruisce una società migliore
La vera domanda, dunque, non è se sia giusto o meno alzarsi in piedi quando entra il professore.
La domanda è molto più profonda:
quale idea di convivenza vogliamo trasmettere ai giovani?
Una società che ridicolizza continuamente gli insegnanti, che banalizza il bullismo, che trasforma ogni regola in un sopruso e ogni limite in un’offesa personale rischia di creare generazioni sempre più fragili sul piano relazionale e sempre meno capaci di rispettare gli altri.
Recuperare alcuni simboli di educazione non significa tornare indietro nel tempo. Significa ricordare che la scuola non è soltanto un luogo di istruzione, ma una comunità educativa.
E forse il punto centrale non è obbligare gli studenti ad alzarsi in piedi, ma insegnare loro perché il rispetto verso chi educa rappresenti ancora oggi uno dei fondamenti essenziali della vita civile.
Il Ministro dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara rifletta e corra ai ripari.
