Erdogan e Carney rafforzano le relazioni tra i due Paesi con tre intese su industria militare, trasporto aereo ed energia. Il nuovo partenariato prevede un piano triennale e apre prospettive di collaborazione tra le imprese dei due alleati NATO Turchia e Canada avviano una nuova fase della loro cooperazione strategica, con un accordo sull’industria della difesa che segna un significativo riavvicinamento tra due importanti membri della NATO. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro canadese Mark Carney hanno presenziato giovedì, nel complesso presidenziale di Ankara, alla firma di tre intese riguardanti il settore militare, il trasporto aereo e l’energia, al termine di colloqui bilaterali e incontri tra le rispettive delegazioni. La visita di Carney, la prima di carattere bilaterale compiuta da un primo ministro canadese in Turchia, ha assunto una portata politica più ampia rispetto alla sottoscrizione dei singoli documenti. I due governi hanno infatti annunciato l’avvio di un partenariato strategico accompagnato da un piano d’azione triennale, articolato attorno a quattro priorità: commercio e investimenti, difesa e sicurezza, energia e rapporti tra le rispettive società. L’iniziativa riflette interessi convergenti. Ankara punta a consolidare il ruolo internazionale della propria industria militare e ad ampliare le collaborazioni tecnologiche con i partner occidentali. Ottawa, parallelamente, cerca nuovi interlocutori economici e industriali per diversificare le relazioni commerciali e rafforzare la sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento. Difesa, un memorandum per la cooperazione industriale Il documento di maggiore interesse strategico è il memorandum d’intesa sulle partnership nell’industria della difesa, sottoscritto da Haluk Görgün, presidente dell’Agenzia turca per l’industria della difesa, e dalla ministra degli Esteri canadese Anita Anand. L’intesa costituisce una cornice istituzionale per sviluppare la collaborazione tra i rispettivi comparti industriali. Il suo significato risiede soprattutto nella possibilità di favorire contatti tra imprese, programmi tecnologici e future iniziative comuni in un settore nel quale entrambi i Paesi possiedono competenze rilevanti. La Turchia ha progressivamente ampliato le proprie capacità produttive nei sistemi aerei senza pilota, nell’elettronica militare, nei mezzi terrestri e nelle piattaforme navali. Il Canada dispone, a sua volta, di competenze nei settori aerospaziale, elettronico e delle tecnologie avanzate, che possono offrire opportunità di complementarità industriale. È importante, tuttavia, distinguere il valore politico del memorandum dai suoi possibili sviluppi commerciali. La firma non equivale all’annuncio di una specifica fornitura di armamenti: nelle comunicazioni relative alla cerimonia non risultano identificati nuovi contratti militari, importi o programmi congiunti già definiti. La portata concreta dell’accordo dipenderà dalle successive iniziative delle amministrazioni e delle aziende coinvolte. Il nuovo quadro di cooperazione interessa anche la NATO. Turchia e Canada partecipano alla stessa alleanza militare, ma hanno attraversato fasi di tensione sulle esportazioni di tecnologie per la difesa. Il riavvicinamento potrebbe contribuire a rendere più strutturati i rapporti industriali tra i due Paesi, in una fase nella quale gli alleati attribuiscono crescente importanza alla disponibilità di capacità produttive, componenti e tecnologie strategiche. Il precedente delle restrizioni canadesi Per comprendere il significato dell’intesa firmata ad Ankara occorre considerare il precedente delle restrizioni canadesi sulle esportazioni militari verso la Turchia. Nel gennaio 2024 Ottawa aveva eliminato la politica che prevedeva, in linea generale, il diniego delle autorizzazioni per l’esportazione di materiale militare destinato ad Ankara. Il provvedimento aveva rappresentato un passaggio importante dopo anni di divergenze sull’impiego e sulla possibile riesportazione di tecnologie sensibili, comprese quelle utilizzabili nei sistemi aerei senza pilota. La modifica non aveva però introdotto una liberalizzazione indiscriminata. Le autorità canadesi avevano mantenuto l’esame delle richieste di autorizzazione caso per caso, secondo la normativa nazionale e i criteri di valutazione dei rischi previsti per il commercio di materiali militari. Restano inoltre specifiche condizioni relative all’utilizzatore finale e all’eventuale trasferimento delle tecnologie verso Paesi terzi. Il memorandum del 22 ottobre si inserisce dunque in un percorso di progressiva normalizzazione dei rapporti industriali. Non elimina automaticamente i controlli canadesi sulle esportazioni, ma segnala la volontà politica di costruire una collaborazione più stabile, superando alcune delle difficoltà che avevano condizionato le relazioni bilaterali. Energia e trasporti completano le intese Accanto alla difesa, Ankara e Ottawa hanno firmato un accordo sul trasporto aereo, sottoscritto dal ministro turco dei Trasporti e delle Infrastrutture Abdulkadir Uraloğlu e dalla ministra canadese Anita Anand. L’intesa si colloca nel rafforzamento dei collegamenti tra i due Paesi, considerati un elemento utile per sostenere gli scambi economici, gli investimenti e la mobilità delle imprese. Una maggiore connettività aerea può inoltre agevolare i rapporti tra i rispettivi comparti industriali, anche nei settori ad alta specializzazione. Il terzo documento è una dichiarazione congiunta sulla cooperazione energetica, firmata dal ministro turco dell’Energia e delle Risorse naturali Alparslan Bayraktar e dal suo omologo canadese Tim Hodgson. Le prospettive di collaborazione riguardano il gas naturale liquefatto, l’energia nucleare e i minerali critici. Si tratta di ambiti nei quali il Canada dispone di risorse e tecnologie di interesse per la Turchia, impegnata a diversificare le proprie fonti energetiche e a sviluppare nuove capacità produttive.…
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Inaugurato a Telford il nuovo stabilimento Rheinmetall per la produzione di componenti d’artiglieria da 120 e 155 millimetri. L’impianto rafforza l’autonomia industriale britannica e la cooperazione militare con la Germania Il Regno Unito torna a produrre sul proprio territorio canne e componenti per sistemi d’arma di grosso calibro dopo vent’anni. Il segretario alla Difesa britannico, Wes Streeting, ha inaugurato oggi a Telford, nelle Midlands occidentali, il nuovo stabilimento della società tedesca Rheinmetall, destinato alla fabbricazione di sistemi d’arma da 120 e 155 millimetri. L’impianto, denominato UK Gun Hall, rappresenta un investimento strategico per ricostruire una capacità industriale nazionale considerata essenziale per l’approvvigionamento delle forze armate e per la sicurezza delle catene produttive europee. La struttura sostiene oltre 100 posti di lavoro altamente qualificati ed è stata trasformata da un edificio inutilizzato in un impianto operativo nell’arco di otto mesi. Secondo Rheinmetall, la produzione dei meccanismi di culatta è iniziata nel maggio 2026, seguita a giugno da quella delle canne. L’inaugurazione ufficiale del 22 ottobre segna quindi il completamento di un percorso industriale già avviato nei mesi precedenti, anziché l’inizio delle prime lavorazioni. Produzione nazionale per carri armati e artiglieria Il nuovo stabilimento è progettato per realizzare componenti destinati ai cannoni da 120 millimetri dei carri armati e ai sistemi d’artiglieria da 155 millimetri. Tra i programmi interessati figurano il carro armato britannico Challenger 3 e il sistema d’artiglieria semovente RCH 155, sviluppato per offrire maggiore mobilità e capacità di fuoco alle forze terrestri. L’obiettivo industriale è consentire al Regno Unito di produrre e assemblare sul proprio territorio componenti complessi che, per lungo tempo, hanno richiesto il ricorso a capacità manifatturiere estere. Il ritorno alla produzione nazionale assume particolare importanza alla luce delle esigenze emerse durante la guerra in Ucraina, che ha evidenziato la necessità di disporre di capacità industriali sufficienti a sostenere un consumo elevato di munizioni e materiali militari. La disponibilità di impianti per la fabbricazione di canne e componenti d’artiglieria contribuisce a ridurre alcune dipendenze produttive, pur senza eliminare la necessità di cooperare con fornitori internazionali per materiali, tecnologie e altri elementi dei sistemi d’arma. Il progetto prevede inoltre un maggiore coinvolgimento della filiera siderurgica britannica. Rheinmetall ha annunciato l’intenzione di utilizzare acciaio prodotto da Sheffield Forgemasters, rafforzando il collegamento tra industria metallurgica e settore della difesa. La società ha precisato che il personale britannico ha seguito programmi di formazione specialistica nello stabilimento tedesco di Unterlüß, acquisendo competenze nella lavorazione di precisione, nel controllo qualità e nella produzione di componenti militari complessi. L’accordo Trinity House tra Londra e Berlino L’apertura dell’impianto si inserisce nella cooperazione industriale e militare tra Regno Unito e Germania, rafforzata dall’accordo Trinity House firmato nell’ottobre 2024. L’intesa punta a sviluppare capacità comuni, migliorare l’interoperabilità delle rispettive forze armate e consolidare la base industriale europea della difesa. La produzione di componenti d’artiglieria a Telford costituisce una delle applicazioni concrete di questa collaborazione, attraverso il trasferimento di competenze tecnologiche tedesche e la creazione di capacità manifatturiere sul territorio britannico. Il progetto dimostra anche come la cooperazione tra alleati possa essere utilizzata per rafforzare l’autonomia produttiva nazionale. Sebbene lo stabilimento appartenga a un gruppo industriale tedesco, la presenza di personale, infrastrutture e lavorazioni nel Regno Unito permette a Londra di recuperare competenze considerate strategiche. L’obiettivo non è soltanto soddisfare le esigenze dell’esercito britannico, ma contribuire a una rete produttiva europea più articolata, capace di sostenere i programmi di ammodernamento della NATO e di rispondere con maggiore continuità alla domanda di equipaggiamenti. Investimenti, occupazione e sicurezza delle forniture Durante la cerimonia inaugurale, Streeting ha presentato il ritorno della produzione di armamenti di grosso calibro come un esempio della volontà britannica di rafforzare contemporaneamente la sicurezza nazionale e la propria industria. Il ministro ha sottolineato che la trasformazione dello stabilimento in soli otto mesi dimostra la possibilità di accelerare i programmi produttivi quando investimenti, competenze e collaborazione industriale vengono concentrati su obiettivi definiti. All’inaugurazione ha partecipato anche l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, che ha evidenziato il valore di lungo periodo dell’investimento. La società considera il nuovo impianto una componente della propria presenza industriale britannica e un tassello della rete produttiva destinata a sostenere i programmi militari nazionali e alleati. L’occupazione diretta, stimata in oltre 100 addetti qualificati, potrà inoltre generare ulteriori opportunità per le imprese fornitrici e per il settore manifatturiero locale. La riapertura di questa capacità produttiva arriva in una fase di crescente attenzione europea verso la disponibilità di armamenti, la protezione delle infrastrutture industriali e la continuità degli approvvigionamenti militari. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto la capacità di produrre, riparare e sostituire rapidamente i sistemi d’arma possa incidere sulla sostenibilità delle operazioni militari. Per Londra, il nuovo stabilimento di Telford rappresenta quindi un investimento che va oltre la singola fabbrica: il recupero di una competenza industriale strategica, inserita in una collaborazione europea destinata a rafforzare le capacità di difesa britanniche e della NATO.
"Il Governo ha già fatto tantissimo, perché quando si parla di caro-vita non si possono non considerare i risultati tangibili…
La Cina rivendica la legittimità delle proprie attività nell’Artico, sostenendo che siano conformi al diritto internazionale e orientate alla pace, alla stabilità e allo sviluppo sostenibile della regione. Lo ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, durante una conferenza stampa a Pechino, rispondendo alle preoccupazioni espresse dall’Unione europea per la crescente presenza cinese nell’area polare e per la cooperazione tra Pechino e Mosca. La dichiarazione, riportata dall’agenzia Xinhua il 22 ottobre, ribadisce la posizione secondo cui l’Artico, pur essendo soggetto ai diritti sovrani e alle competenze degli Stati della regione, coinvolge anche interessi più ampi della comunità internazionale. Mao Ning ha sottolineato che i diritti e le libertà degli Stati di svolgere attività nell’Artico, nel rispetto delle norme internazionali, devono essere pienamente riconosciuti. Ha inoltre criticato gli approcci che rischiano di trasformare la regione in un nuovo terreno di contrapposizione geopolitica. Secondo la portavoce, dividere i Paesi in blocchi sulla base di una mentalità da Guerra fredda e alimentare il confronto tra potenze non favorisce la pace, la stabilità e lo sviluppo dell’Artico. Il messaggio di Pechino è dunque quello di distinguere le attività economiche, scientifiche e commerciali consentite dal diritto internazionale dalle valutazioni politiche e strategiche formulate dagli altri attori internazionali. Gli interessi della Cina nell’Artico La posizione espressa dal ministero degli Esteri si inserisce nella strategia con cui Pechino cerca da anni di consolidare il proprio ruolo nelle questioni artiche. Sebbene non sia uno Stato artico, la Cina considera la regione importante per il commercio internazionale, la ricerca scientifica, la tutela ambientale e lo sviluppo delle rotte marittime. Nel 2018 il governo cinese ha pubblicato un documento programmatico dedicato alla propria politica artica, sostenendo la partecipazione degli Stati non regionali alle attività consentite dalle norme internazionali e promuovendo la cooperazione in campo scientifico, economico e ambientale. Uno degli aspetti centrali riguarda le trasformazioni climatiche. La progressiva riduzione della copertura glaciale modifica profondamente gli ecosistemi polari, ma può anche rendere più accessibili alcuni collegamenti marittimi tra Asia ed Europa. Per la Cina, grande potenza commerciale fortemente dipendente dai trasporti internazionali, queste prospettive rivestono un evidente interesse economico e logistico. Pechino ha inoltre sviluppato programmi di ricerca polare e spedizioni scientifiche per studiare i cambiamenti climatici, le condizioni oceanografiche e l’evoluzione dell’ambiente artico. La dimensione concreta di questi interessi emerge anche dalla collaborazione con la Russia lungo la Rotta marittima del Nord. Come riportato da Agenparl in un approfondimento del 24 luglio 2026, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, aveva dichiarato che nel 2025 erano state trasportate lungo il percorso artico 5 milioni di tonnellate di merci cinesi, pari a circa il 15% del traffico complessivo. Secondo le previsioni illustrate allora dal gruppo russo, nel 2026 erano attesi un aumento dei collegamenti portacontainer e un raddoppio dei volumi trasportati, mentre Mosca e Pechino puntavano a raddoppiare il traffico lungo la rotta entro il 2030. Si tratta di obiettivi annunciati da Rosatom, non di risultati già definitivamente conseguiti, ma che mostrano come l’interesse cinese per l’Artico abbia una dimensione commerciale e infrastrutturale concreta. La cooperazione con Mosca rappresenta quindi una componente importante della presenza cinese nella regione. La Russia dispone di un’estesa fascia costiera affacciata sull’Oceano Artico e considera strategiche le infrastrutture portuali, energetiche e logistiche settentrionali. Per Pechino, lo sviluppo di questi collegamenti può contribuire alla diversificazione delle rotte commerciali e all’ampliamento delle opportunità di trasporto. Allo stesso tempo, la crescente collaborazione sino-russa richiama l’attenzione dei Paesi occidentali, che osservano le implicazioni economiche e di sicurezza di una presenza sempre più strutturata delle due potenze nell’area. Il diritto internazionale e i limiti delle attività cinesi La rivendicazione di Pechino si fonda sul principio secondo cui anche gli Stati non artici possono esercitare i diritti riconosciuti dal diritto internazionale, nel rispetto della sovranità e delle competenze degli Stati costieri. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare disciplina, tra gli altri aspetti, la navigazione, la ricerca scientifica marina e i diritti degli Stati nelle diverse zone marittime. La possibilità di svolgere determinate attività dipende quindi dall’area interessata e dalle norme applicabili, senza attribuire a un Paese esterno alla regione una libertà generale e illimitata di operare in qualsiasi spazio artico. Questa distinzione è essenziale per comprendere la posizione cinese. Pechino può rivendicare la partecipazione alla ricerca scientifica, alla navigazione internazionale e alla cooperazione economica, ma non dispone di diritti territoriali equivalenti a quelli degli Stati artici. Le attività nelle acque territoriali, nelle zone economiche esclusive e nelle aree soggette a specifiche regolamentazioni devono rispettare le competenze delle autorità interessate e gli obblighi ambientali previsti dagli accordi internazionali. La conformità al diritto internazionale deve pertanto essere valutata in relazione alle singole iniziative, distinguendo le dichiarazioni politiche dalle condizioni giuridiche effettivamente applicabili. La risposta alle preoccupazioni europee Le parole di Mao Ning arrivano dopo la presentazione della nuova strategia europea per l’Artico, nella quale Bruxelles ha richiamato l’attenzione sulla crescente presenza della Cina e sulla collaborazione con la Russia come fattori rilevanti per la sicurezza regionale. L’Unione europea guarda con particolare interesse alla protezione delle infrastrutture critiche, alla sicurezza delle rotte marittime e alla stabilità di un’area che sta acquisendo maggiore importanza economica e strategica. Pechino contesta tuttavia un’impostazione che considera troppo legata alla competizione geopolitica. Il ministero degli Esteri cinese sostiene che le attività svolte nel rispetto delle norme internazionali debbano essere riconosciute come legittime e che la cooperazione nella regione non debba essere ostacolata dalla formazione di blocchi contrapposti. La posizione riflette una divergenza di prospettive: da una parte, la Cina presenta il proprio coinvolgimento come contributo allo sviluppo e alla cooperazione internazionale; dall’altra, l’Unione europea valuta anche le possibili conseguenze strategiche della crescente presenza sino-russa. La dichiarazione del 22 ottobre non annuncia nuove operazioni cinesi nell’Artico né risulta collegata, nelle informazioni diffuse da Xinhua, a uno specifico incidente nella regione. Rappresenta piuttosto una riaffermazione della linea diplomatica di Pechino in risposta alle valutazioni europee. Il nodo centrale resta il ruolo degli Stati non artici in una regione in rapida trasformazione, dove la crescente importanza delle rotte commerciali, delle risorse e delle infrastrutture rende sempre più necessario conciliare cooperazione internazionale, tutela ambientale, diritti degli Stati costieri e sicurezza.
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