(AGENPARL) - Roma, 16 Ottobre 2026 - Un’allerta del Tesoro americano richiama l’attenzione sul possibile utilizzo delle donazioni religiose per aggirare le sanzioni contro Teheran. I precedenti negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Germania mostrano situazioni differenti, tra violazioni finanziarie accertate, controversie patrimoniali e interventi delle autorità di vigilanza. Al centro, il delicato rapporto tra libertà religiosa, influenza internazionale della Repubblica islamica e sicurezza finanziaria
Le autorità statunitensi hanno acceso un nuovo riflettore sui circuiti finanziari collegati alle organizzazioni religiose sciite, segnalando il rischio che alcune strutture caritative possano essere utilizzate per trasferire fondi verso l’Iran in violazione delle sanzioni americane. L’iniziativa, annunciata il 15 ottobre dal Financial Crimes Enforcement Network, organismo del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, si inserisce nella strategia di pressione economica esercitata da Washington nei confronti della Repubblica islamica. Il documento non identifica una rete internazionale di organizzazioni religiose responsabili di attività illecite, né attribuisce automaticamente responsabilità ai centri sciiti presenti in Occidente. Invita invece gli istituti finanziari a riconoscere e segnalare operazioni che, per caratteristiche e modalità di esecuzione, potrebbero indicare un utilizzo improprio delle donazioni religiose.
La distinzione è essenziale per comprendere la portata dell’iniziativa. Un’allerta finanziaria individua comportamenti considerati potenzialmente sospetti e orienta l’attività di controllo delle banche, ma non equivale a un provvedimento giudiziario. Le valutazioni contenute nel documento riflettono inoltre le priorità della politica americana verso Teheran, fondata su un ampio sistema di sanzioni economiche e finanziarie. Per questo le indicazioni del Tesoro devono essere esaminate distinguendo i rischi prospettati dalle autorità statunitensi, le condotte già accertate nei singoli procedimenti e le attività religiose che si svolgono legittimamente al di fuori dell’Iran.
Uno degli aspetti centrali dell’allerta riguarda il khums, un contributo religioso previsto nella tradizione islamica sciita. Nella sua applicazione religiosa, il khums consiste generalmente nel versamento di una quota di determinate disponibilità economiche a favore di autorità religiose riconosciute dai fedeli, secondo regole che possono variare in base all’interpretazione giuridica seguita. Una parte delle somme può essere destinata al sostegno di istituzioni religiose, attività educative e iniziative assistenziali. La raccolta di questi contributi non costituisce di per sé un’attività illecita e non implica necessariamente un collegamento con il governo iraniano. Il problema segnalato da Washington nasce quando il denaro viene trasferito attraverso canali che violano le restrizioni finanziarie americane oppure raggiunge soggetti sottoposti a sanzioni.
Per comprendere la questione occorre considerare una caratteristica dello sciismo: l’autorità religiosa non coincide necessariamente con quella statale. I fedeli possono riconoscersi nell’insegnamento di figure religiose che risiedono in Paesi differenti e che esercitano la propria influenza attraverso reti di studiosi, rappresentanti e istituzioni. Alcuni importanti centri di riferimento si trovano in Iran, altri in Iraq. Non tutte le autorità religiose sciite condividono il modello politico della Repubblica islamica, né tutte riconoscono alla Guida suprema iraniana il medesimo ruolo. Questa articolazione rende improprio identificare ogni trasferimento di contributi religiosi verso il Medio Oriente con un sostegno finanziario allo Stato iraniano.
L’allerta del FinCEN si concentra sulle modalità attraverso le quali, secondo il Tesoro americano, determinate raccolte potrebbero essere utilizzate per eludere i controlli. Tra i comportamenti segnalati figurano organizzazioni che sollecitano donazioni senza svolgere attività caritative riconoscibili, enti che ricevono ingenti somme in periodi brevi per poi trasferirle rapidamente ad altre strutture e operazioni effettuate attraverso soggetti privi di un rapporto evidente con l’organizzazione beneficiaria. Particolare attenzione viene riservata ai circuiti informali di trasferimento del denaro, compresi i sistemi di hawala e il trasporto di contante attraverso intermediari. Sono strumenti che possono avere impieghi legittimi, ma che, in determinate circostanze, rendono più difficile ricostruire il percorso delle somme.
Lo stesso FinCEN precisa che nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, dimostra l’esistenza di un’attività illecita. L’organismo americano invita gli istituti di credito a valutare il contesto delle operazioni e sottolinea che le organizzazioni caritative legittime devono poter continuare ad accedere ai servizi finanziari. È un chiarimento significativo, perché una vigilanza indiscriminata potrebbe penalizzare enti religiosi e assistenziali estranei a qualsiasi violazione. Il controllo dei flussi finanziari richiede quindi di distinguere le anomalie effettive dalle caratteristiche ordinarie delle attività benefiche transnazionali.
A sostegno delle proprie preoccupazioni, il Tesoro richiama un procedimento penale concluso negli Stati Uniti nel 2024. Muzzamil Zaidi e Asim Mujtaba Naqvi si dichiararono colpevoli di aver partecipato a un sistema di trasferimento di fondi verso l’Iran in violazione delle sanzioni americane. Secondo il Dipartimento di Giustizia, il denaro comprendeva contributi religiosi raccolti per conto di autorità sciite e donazioni presentate come destinate ad attività umanitarie. Gli investigatori ricostruirono l’impiego di amici, familiari e altri intermediari incaricati di trasportare contante fuori dagli Stati Uniti, anche attraverso viaggi religiosi in Iraq. In un episodio, venticinque pellegrini avrebbero trasportato somme successivamente dirette in Iran.
Il procedimento costituisce un precedente concreto perché riguarda condotte riconosciute dagli imputati nell’ambito della giustizia americana. Non dimostra, tuttavia, che il medesimo sistema sia diffuso tra le organizzazioni sciite all’estero. La sua rilevanza consiste soprattutto nel mostrare come contributi raccolti per finalità religiose possano essere inseriti in operazioni finanziarie incompatibili con le restrizioni statunitensi. Il caso permette inoltre di comprendere perché Washington presti attenzione non soltanto ai trasferimenti bancari, ma anche ai movimenti di contante effettuati attraverso persone fisiche.
Un’altra vicenda americana, richiamata nel dibattito sui rapporti economici con Teheran, riguarda la Alavi Foundation e l’immobile al numero 650 della Fifth Avenue, a Manhattan. Per anni le autorità statunitensi hanno sostenuto che nella proprietà dell’edificio fossero presenti interessi riconducibili alla banca iraniana Bank Melli, oggetto di restrizioni americane. Il contenzioso si è concluso con un accordo annunciato dal Dipartimento di Giustizia nel marzo 2026, destinato a rendere disponibili circa 318 milioni di dollari per le vittime del terrorismo sponsorizzato dall’Iran. La fondazione non ha ammesso responsabilità o comportamenti illeciti e ha respinto le accuse di aver operato come strumento del governo iraniano.
Il caso Alavi riguarda dunque una controversia patrimoniale e il rispetto delle sanzioni, non un accertamento sul dirottamento dei contributi religiosi del khums. La sua presenza nel confronto più ampio sui rapporti finanziari con Teheran mostra la varietà delle questioni affrontate dalle autorità americane, ma non autorizza a considerarlo equivalente al procedimento penale del 2024. Confondere vicende di natura diversa produrrebbe un’immagine più estesa delle responsabilità accertate rispetto a quella sostenuta dai documenti disponibili.
Nel Regno Unito, l’attenzione delle autorità si è concentrata su un altro aspetto: l’indipendenza e la gestione delle istituzioni religiose. La Charity Commission, organismo incaricato di vigilare sugli enti benefici britannici, ha avviato nel 2022 un’indagine sull’Islamic Centre of England, con sede a Londra. L’iniziativa è seguita a preoccupazioni relative alla governance dell’organizzazione e a precedenti eventi commemorativi dedicati a Qassem Soleimani, l’ex comandante della Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione iraniani, ucciso in un attacco americano nel gennaio 2020.
Nel maggio 2025 la Commissione ha comunicato di aver individuato irregolarità gestionali e ha disposto interventi per rafforzare il funzionamento dell’ente. Tra le questioni esaminate figurava una disposizione dello statuto che prevedeva la presenza, tra gli amministratori, del rappresentante religioso ufficiale della Guida suprema iraniana nel Regno Unito. Tale previsione è stata successivamente rimossa, anche per rispondere alle preoccupazioni sull’indipendenza dell’organizzazione e sui possibili conflitti di interesse. Gli amministratori del centro hanno contestato alcune conclusioni dell’autorità di vigilanza.
La vicenda britannica evidenzia una questione istituzionale distinta da quella affrontata dal FinCEN. Un’organizzazione religiosa può mantenere rapporti spirituali con autorità straniere, ma quando opera come ente benefico sottoposto alla legislazione nazionale deve rispettare gli obblighi di autonomia, trasparenza e corretta amministrazione previsti dal Paese ospitante. Le contestazioni della Charity Commission non costituiscono, da sole, una prova di trasferimenti finanziari illeciti verso l’Iran. Riguardano soprattutto le condizioni necessarie affinché un ente possa svolgere attività religiosa e caritativa nel rispetto delle regole britanniche.
Più incisivo è stato l’intervento delle autorità tedesche. Nel luglio 2024 il governo federale ha vietato l’Islamic Centre Hamburg, noto con la sigla IZH, insieme ad alcune organizzazioni affiliate. Il Ministero dell’Interno ha sostenuto che il centro perseguisse finalità estremiste e operasse come rappresentanza diretta della Guida suprema iraniana. Il provvedimento è stato accompagnato da perquisizioni in numerose sedi e dalla chiusura di quattro moschee collegate alle organizzazioni interessate.
Le autorità tedesche hanno motivato il divieto con valutazioni di sicurezza interna e con le attività politiche attribuite all’organizzazione. L’allora ministra dell’Interno Nancy Faeser ha precisato che la misura non riguardava la pratica pacifica dell’islam sciita. Teheran ha contestato la decisione, convocando l’ambasciatore tedesco in Iran. Anche in questo caso, il quadro è differente da quello delle violazioni finanziarie accertate negli Stati Uniti: il provvedimento tedesco è stato adottato sulla base delle valutazioni delle autorità nazionali riguardo agli obiettivi e alle attività dell’organizzazione.
I precedenti americani ed europei mostrano quindi forme differenti di attenzione verso strutture considerate, a vario titolo, collegate alla Repubblica islamica. Negli Stati Uniti prevale in questa fase il tema dell’elusione delle sanzioni e della tracciabilità del denaro. Nel Regno Unito emerge il controllo sull’indipendenza amministrativa degli enti benefici. In Germania è intervenuta una valutazione di sicurezza che ha condotto al divieto di un’organizzazione specifica. Non si tratta di provvedimenti coordinati che dimostrino l’esistenza di una medesima rete clandestina, ma di risposte nazionali a problemi giuridici e istituzionali distinti.
Il nuovo intervento americano assume un significato particolare nel contesto delle difficoltà finanziarie dell’Iran. Le sanzioni limitano da anni l’accesso della Repubblica islamica a numerosi canali bancari internazionali, aumentando l’importanza delle modalità alternative di trasferimento del denaro. Washington ritiene che alcune di queste possano essere utilizzate per sostenere soggetti collegati al governo iraniano o ad attività vietate dalla legislazione statunitense. Teheran, dal canto suo, contesta la legittimità di gran parte delle restrizioni americane e denuncia le conseguenze economiche delle misure adottate contro il Paese. La contrapposizione riguarda quindi anche l’applicazione extraterritoriale delle sanzioni e il potere degli Stati Uniti di condizionare transazioni che coinvolgono soggetti operanti fuori dal proprio territorio.
In questo scenario si inserisce il ruolo del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, il FATF, organismo intergovernativo che definisce standard per contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. L’Iran figura tra le giurisdizioni considerate ad alto rischio e sottoposte a specifiche misure di attenzione. Il FATF non coincide con il Tesoro americano e le sue valutazioni derivano da un quadro multilaterale, pur essendo influenzate dalle posizioni degli Stati partecipanti. La distinzione è importante: l’allerta del FinCEN è un’iniziativa nazionale degli Stati Uniti, mentre le raccomandazioni del FATF riguardano standard internazionali di vigilanza finanziaria.
Il punto più delicato resta il rapporto tra l’influenza religiosa di Teheran e le attività dello Stato iraniano. La Repubblica islamica attribuisce alla Guida suprema un ruolo che unisce autorità politica e religiosa, ma il mondo sciita non costituisce un sistema gerarchico uniforme dipendente dall’Iran. Le comunità presenti in Europa e negli Stati Uniti comprendono fedeli di origini diverse, con orientamenti religiosi e politici differenti. La presenza di rapporti con autorità spirituali iraniane non dimostra automaticamente l’esistenza di legami operativi con gli apparati statali, così come l’attività di un’associazione caritativa non può essere considerata sospetta soltanto per la sua appartenenza confessionale.
Per gli Stati occidentali la difficoltà consiste nell’individuare eventuali attività illecite senza estendere il sospetto a intere comunità religiose. È un equilibrio che richiede verifiche documentali, procedure trasparenti e valutazioni proporzionate. Le istituzioni finanziarie hanno il dovere di segnalare operazioni anomale, ma devono evitare che criteri troppo generici si traducano nell’esclusione bancaria di organizzazioni legittime. Allo stesso modo, i rapporti tra enti religiosi e autorità straniere possono richiedere controlli sull’indipendenza e sulla trasparenza, senza che ogni relazione spirituale venga interpretata come una forma di subordinazione politica.
L’allerta del FinCEN segnala un rischio che Washington considera rilevante nella propria strategia di pressione sull’Iran, ma non dimostra l’esistenza di una rete internazionale unitaria di finanziamento illecito attraverso le organizzazioni sciite. I procedimenti americani e gli interventi delle autorità britanniche e tedesche documentano situazioni specifiche, da valutare secondo la loro diversa natura giuridica. La questione geopolitica riguarda la possibilità che circuiti religiosi transnazionali vengano utilizzati per finalità estranee alla loro funzione, ma anche la capacità degli Stati di accertare tali eventualità senza confondere appartenenza confessionale, rapporti spirituali e responsabilità politiche. È su questa distinzione che si misura la credibilità dei controlli finanziari e delle iniziative di sicurezza adottate nei confronti delle strutture ritenute vicine a Teheran.
