(AGENPARL) - Roma, 9 Ottobre 2026 - Teheran intensifica le critiche all’intesa militare tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Al centro dello scontro il possibile coinvolgimento di Islamabad nella crisi yemenita e il rischio che il suo ruolo di interlocutore tra Iran e Stati Uniti perda credibilità
Il patto militare tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia non apre soltanto un nuovo capitolo nella cooperazione strategica del Golfo. Per l’Iran, mette in discussione anche l’affidabilità del Pakistan come interlocutore diplomatico nei rapporti con Washington. È questo il punto politico più delicato emerso dopo il passaggio dell’accordo alla fase operativa: Teheran teme che Islamabad, legata a Riad da un impegno di difesa collettiva, possa essere coinvolta nel conflitto yemenita e perdere così la possibilità di presentarsi come mediatore tra interessi regionali contrapposti.
Le critiche iraniane si sono intensificate dopo la riunione del 5 ottobre a Riad, quando i rappresentanti dei tre Paesi hanno deciso di procedere all’attuazione pratica degli impegni previsti dall’accordo della Mecca, firmato in agosto. L’intesa stabilisce che un attacco armato contro uno dei firmatari venga considerato un attacco contro tutti e prevede misure per rafforzare la cooperazione militare e la capacità di risposta comune. La decisione arriva in una fase di escalation degli attacchi attribuiti agli Houthi contro infrastrutture saudite, mentre le forze yemenite sostenute da Riad hanno ripreso le operazioni contro il movimento.
La posizione di Teheran è stata espressa dal portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, interrogato sulle indiscrezioni relative a un possibile dispiegamento di decine di migliaia di militari pakistani in Arabia Saudita. «Abbiamo sentito anche noi questa voce e speriamo che non sia vera», ha dichiarato. Baghaei ha quindi avvertito che un intervento nella questione yemenita potrebbe produrre conseguenze indesiderate per la regione, auspicando che accordi come quello della Mecca non vengano utilizzati contro gli interessi e il benessere della comunità musulmana. Il riferimento è diretto al rischio che una cooperazione nata con una giustificazione difensiva si trasformi in un coinvolgimento più ampio nella guerra.
Il nodo, per l’Iran, è soprattutto il Pakistan. Islamabad mantiene rapporti strategici con l’Arabia Saudita, ma ha anche svolto una funzione diplomatica nei contatti tra Teheran e Washington. Un eventuale coinvolgimento diretto nelle operazioni contro gli Houthi potrebbe compromettere questo equilibrio, esponendo il governo pakistano all’accusa di non essere più un interlocutore neutrale. È il senso delle parole del deputato iraniano Ahmad Naderi, secondo cui l’ingresso del Pakistan nella guerra al fianco saudita dimostrerebbe che il Paese non dovrebbe più essere considerato un mediatore, bensì un attore regionale direttamente coinvolto nel conflitto.
La critica non riguarda quindi soltanto la scelta militare, ma la credibilità diplomatica di Islamabad. La mediazione presuppone la capacità di mantenere aperti i canali con le parti e di non essere percepiti come parte di uno schieramento. Il patto della Mecca mette il Pakistan di fronte a una prova concreta: rispettare gli impegni assunti con Riad senza compromettere i rapporti con Teheran e senza essere trascinato in una guerra che potrebbe estendersi oltre il territorio saudita. Per l’Iran, la distinzione tra protezione di un alleato e partecipazione a operazioni offensive non è secondaria: rappresenta la linea oltre la quale cambierebbe la valutazione del ruolo pakistano.
Anche nel Parlamento iraniano le reazioni sono state dure. Ahmad Bakhshayesh, membro della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera, ha liquidato l’accordo come un’intesa prevalentemente politica e simbolica. Ebrahim Rezaei ha criticato la dipendenza saudita da partner esterni per la propria sicurezza, sostenendo che il patto non garantirebbe a Riad la protezione cercata. Alaeddin Boroujerdi ha richiamato invece l’esperienza della guerra in Yemen, ricordando che la precedente coalizione guidata dall’Arabia Saudita non è riuscita a sconfiggere gli Houthi nonostante anni di operazioni militari. Secondo il parlamentare, l’ingresso di Pakistan e Turchia non basterebbe a neutralizzare il movimento né a limitarne la capacità di agire nello stretto di Bab al-Mandeb.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, pur senza attaccare direttamente l’accordo, ha invitato i Paesi vicini a perseguire l’autosufficienza e una politica basata sulla «genuina fratellanza». Il messaggio si inserisce nella linea con cui Teheran cerca di contrastare la formazione di nuovi assetti militari regionali senza rinunciare alla propria influenza. La preoccupazione iraniana è che l’alleanza tra Riad, Islamabad e Ankara rafforzi un dispositivo capace di limitare i margini strategici dell’Iran proprio mentre la crisi yemenita torna a incidere sugli equilibri della penisola arabica e sulle rotte marittime.
La Turchia, dal canto suo, ha indicato la disponibilità a sostenere la difesa saudita, escludendo un ruolo offensivo in Yemen. Anche il Pakistan ha ribadito ufficialmente che il patto è difensivo e che le forze coinvolte non attraverseranno il confine yemenita per attaccare gli Houthi. Questa precisazione è essenziale per distinguere gli impegni dichiarati dalle ipotesi circolate sul possibile dispiegamento di truppe. Al momento, le dichiarazioni ufficiali disponibili non confermano una decisione pakistana di partecipare direttamente alle offensive contro il movimento yemenita.
La retorica dei media iraniani si è comunque fatta più aggressiva. L’agenzia Tasnim ha presentato l’intesa come un ingresso di Turchia e Pakistan nella guerra saudita contro lo Yemen, mentre Nour News ha sollevato la questione di un’alleanza che rischierebbe di schierarsi contro la popolazione yemenita. Alcuni commentatori hanno inoltre evocato il pericolo di una nuova polarizzazione settaria tra sunniti e sciiti, con possibili ripercussioni anche sul Pakistan, dove la questione religiosa resta un fattore sensibile. Si tratta di valutazioni e avvertimenti provenienti dall’ambiente politico e mediatico iraniano, non della prova che sia stata già decisa un’operazione militare congiunta.
La posta in gioco è dunque duplice. Da una parte, il patto della Mecca punta a rafforzare la deterrenza saudita e a rendere operativa la difesa collettiva tra i tre firmatari. Dall’altra, l’accordo rischia di restringere lo spazio diplomatico del Pakistan, chiamato a conciliare la propria alleanza con Riad con il dialogo con Teheran. Se Islamabad manterrà il proprio contributo entro i limiti della difesa saudita, potrà sostenere di non aver abbandonato la strada della mediazione. Se invece dovesse prendere parte alle operazioni offensive in Yemen, le accuse iraniane potrebbero tradursi in un deterioramento più profondo dei rapporti bilaterali.
È questo il vero banco di prova per il Pakistan: non soltanto la capacità di rispettare gli impegni militari assunti con l’Arabia Saudita, ma anche quella di conservare un ruolo diplomatico riconosciuto da interlocutori che si trovano su fronti opposti. Per Teheran, l’eventuale partecipazione pakistana alla guerra contro gli Houthi segnerebbe un cambiamento politico prima ancora che militare. Per Islamabad, il rischio è che l’alleanza destinata a rafforzare la sicurezza saudita finisca per indebolire la propria credibilità come mediatore regionale.
