(AGENPARL) - Roma, 2 Settembre 2026 - BRATISLAVA – Intelligenza artificiale, tecnologie avanzate, ricerca scientifica e catene di approvvigionamento resilienti diventano i nuovi pilastri della relazione strategica tra il Giappone e l’Europa centro-orientale.
I ministri degli Esteri del Giappone e dei quattro Paesi che compongono il Gruppo di Visegrád — Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria — hanno concordato di rafforzare la cooperazione tra università, centri di ricerca e imprese nei settori tecnologici più avanzati, attribuendo particolare importanza all’intelligenza artificiale.
L’incontro, svoltosi nei pressi di Bratislava, ha segnato la ripresa del dialogo ministeriale nel formato Giappone-V4 dopo una pausa di oltre cinque anni: l’ultima riunione analoga dei ministri degli Esteri risaliva infatti al maggio 2021, in Polonia.
La presenza del ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi e dei suoi omologhi centro-europei segnala tuttavia qualcosa di più di una semplice riattivazione diplomatica.
Tokyo guarda sempre più all’Europa centro-orientale come a un’importante piattaforma industriale e tecnologica all’interno dell’Unione Europea.
E i Paesi del Visegrád vedono nel Giappone un partner capace di fornire capitale, tecnologia e diversificazione industriale in una fase nella quale la sicurezza economica sta diventando parte integrante della sicurezza nazionale.
L’intelligenza artificiale entra nella diplomazia Giappone-V4
Il principale elemento nuovo dell’incontro è la volontà di intensificare la collaborazione nelle tecnologie avanzate.
L’intelligenza artificiale occupa inevitabilmente il centro dell’agenda.
Ma la cooperazione può avere implicazioni molto più ampie.
AI industriale.
Robotica.
Automazione.
Mobilità.
Elettronica.
Semiconduttori.
Calcolo avanzato.
Cybersecurity.
Tecnologie energetiche.
Sono settori nei quali le capacità industriali giapponesi possono incontrare la crescente base tecnologica dell’Europa centro-orientale.
La collaborazione prevista tra istituti di ricerca e aziende è particolarmente importante perché indica il tentativo di superare il modello tradizionale basato esclusivamente sugli investimenti produttivi.
L’obiettivo diventa creare innovazione congiunta.
Dalla fabbrica al laboratorio
Per decenni, una parte significativa della relazione economica tra Giappone ed Europa centro-orientale è stata costruita attraverso l’industria manifatturiera.
Automobili, componentistica, elettronica e macchinari hanno rappresentato alcuni dei principali settori d’investimento.
Il nuovo paradigma è differente.
Non basta più costruire stabilimenti.
Bisogna collegare laboratori, università, startup e grandi gruppi industriali.
In altre parole, la regione deve passare dall’essere principalmente un luogo nel quale produrre tecnologia a diventare anche un luogo nel quale svilupparla.
È una trasformazione fondamentale per economie come quelle polacca, ceca, slovacca e ungherese.
Oltre 900 imprese giapponesi nella regione
Motegi ha sottolineato durante la conferenza stampa conclusiva un dato che mostra quanto la relazione sia già profonda: oltre 900 aziende giapponesi operano nei quattro Paesi del Visegrád.
È una presenza economica considerevole.
Tokyo ha inoltre assicurato che continuerà a contribuire allo sviluppo economico della regione.
La promessa assume un significato particolare nel momento in cui l’Europa centrale cerca di evitare la cosiddetta “trappola del reddito medio”: la difficoltà di passare da un’economia competitiva principalmente attraverso costi relativamente contenuti a una fondata su innovazione, produttività e tecnologie ad alto valore aggiunto.
Il capitale giapponese può contribuire precisamente a questa transizione.
La posizione strategica del V4
Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria occupano inoltre una posizione geografica estremamente favorevole.
Sono collocate nel cuore delle catene industriali europee.
La Germania è immediatamente a ovest.
I Balcani si trovano a sud.
L’Ucraina è a est.
Attraverso questa regione transitano infrastrutture, componenti, energia e merci essenziali per il mercato europeo.
Per un Paese industriale come il Giappone, disporre di una presenza significativa nell’Europa centro-orientale significa quindi ottenere accesso non soltanto a quattro mercati nazionali, ma a una piattaforma produttiva integrata nell’intero mercato unico europeo.
La grande questione delle supply chain
Il secondo pilastro dell’incontro riguarda proprio le catene di approvvigionamento.
I cinque ministri hanno condiviso la necessità di costruire supply chain più resilienti evitando una dipendenza eccessiva da singoli Paesi.
La formulazione è diplomatica.
Ma dietro di essa si trova uno dei più importanti cambiamenti dell’economia mondiale degli ultimi anni.
La globalizzazione non sta scomparendo.
Sta diventando strategica.
Durante la fase precedente, l’obiettivo principale era produrre nel luogo economicamente più conveniente.
Oggi governi e aziende devono aggiungere altre domande.
Il fornitore è affidabile?
Il Paese produttore potrebbe utilizzare le esportazioni come arma politica?
Una crisi geopolitica potrebbe interrompere improvvisamente le forniture?
Esistono alternative?
La lezione dei semiconduttori
Pochi settori mostrano questa trasformazione meglio dei semiconduttori.
Automobili, smartphone, infrastrutture digitali, sistemi militari, data center e intelligenza artificiale dipendono tutti dai chip.
La pandemia ha dimostrato quanto una singola interruzione possa paralizzare intere industrie.
Le tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno successivamente trasformato i semiconduttori in una questione di sicurezza nazionale.
Il Giappone ha reagito investendo miliardi nella ricostruzione della propria capacità produttiva.
L’Europa sta tentando un percorso simile.
Una maggiore cooperazione con l’Europa centrale può quindi inserirsi nella costruzione di una rete tecnologica più ampia tra Giappone e Unione Europea.
L’automobile è il grande laboratorio
La trasformazione dell’industria automobilistica rende questa cooperazione ancora più importante.
Europa centro-orientale e Giappone condividono una forte specializzazione nel settore.
Ma l’automobile sta diventando progressivamente un computer su ruote.
Software.
Sensori.
Intelligenza artificiale.
Batterie.
Semiconduttori.
Guida assistita.
Robotica produttiva.
Cybersecurity.
La competitività futura non dipenderà soltanto dalla capacità di assemblare veicoli, ma dalla padronanza di queste tecnologie.
Per questo collegare le aziende giapponesi con università e centri di ricerca centro-europei può produrre conseguenze industriali molto concrete.
La Polonia emerge come grande mercato tecnologico
Tra i Paesi del V4, la Polonia possiede una caratteristica particolare: dimensione.
Con quasi 40 milioni di abitanti e un’economia cresciuta rapidamente negli ultimi decenni, Varsavia è diventata uno dei principali poli industriali e tecnologici dell’Europa orientale.
Il Paese dispone inoltre di un crescente ecosistema informatico e di una significativa disponibilità di ingegneri e sviluppatori.
Per le imprese giapponesi interessate all’intelligenza artificiale, alla cybersecurity e ai servizi digitali, il mercato polacco offre quindi possibilità che vanno ben oltre la produzione manifatturiera tradizionale.
Repubblica Ceca: industria e ingegneria
La Repubblica Ceca possiede invece una delle economie più industrializzate d’Europa.
La tradizione ingegneristica del Paese, combinata con l’integrazione nelle catene produttive tedesche, ne fa un partner naturale per il Giappone.
Robotica e automazione possono rappresentare settori particolarmente promettenti.
Con la progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa, infatti, sia il Giappone sia diversi Paesi dell’Europa centrale affrontano lo stesso problema strutturale: produrre di più con meno lavoratori.
L’intelligenza artificiale e la robotica diventano quindi anche una risposta demografica.
Slovacchia, cuore automobilistico europeo
La Slovacchia rappresenta uno dei casi più interessanti.
Il Paese possiede una delle maggiori produzioni automobilistiche pro capite al mondo.
Una trasformazione tecnologica dell’automobile europea avrà quindi conseguenze particolarmente profonde sull’economia slovacca.
Bratislava deve assicurarsi che la transizione verso veicoli elettrici, software automobilistico e automazione non eroda il vantaggio competitivo costruito negli ultimi decenni.
La cooperazione con il Giappone può diventare uno degli strumenti attraverso cui accompagnare questa evoluzione.
Ungheria e industria asiatica
L’Ungheria ha invece sviluppato una strategia particolarmente aggressiva per attrarre investimenti asiatici.
Budapest ospita importanti attività produttive internazionali e sta cercando di diventare uno dei grandi poli europei della mobilità elettrica e delle batterie.
Il Paese mantiene contemporaneamente rapporti economici molto stretti con Cina, Corea del Sud e Giappone.
Questa caratteristica rende l’Ungheria un ponte industriale particolarmente interessante tra Europa e Asia, anche se la sua politica estera spesso diverge da quella degli altri membri del V4.
Un Visegrád politicamente diviso
È proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti dell’incontro.
Il Gruppo di Visegrád non è oggi politicamente omogeneo.
Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria presentano differenze significative su Russia, Ucraina, integrazione europea e rapporti con Bruxelles.
Il V4 non possiede quindi più la compattezza politica mostrata in alcune fasi precedenti.
Eppure la cooperazione economica continua.
Questo dimostra che il formato può sopravvivere come piattaforma pragmatica anche quando le capitali divergono sui grandi dossier geopolitici.
Tecnologia, investimenti e industria possono diventare precisamente il terreno sul quale mantenere vivo il gruppo.
Tokyo porta il concetto di “Free and Open” in Europa centrale
I ministri hanno inoltre riaffermato l’importanza di sostenere un ordine internazionale libero e aperto basato sullo stato di diritto.
Per il Giappone questa formulazione possiede un significato molto preciso.
Tokyo utilizza da anni il concetto di Free and Open Indo-Pacific per descrivere un ordine internazionale basato su libertà di navigazione, regole condivise, sovranità degli Stati e opposizione alle modifiche coercitive dello status quo.
Portare questo linguaggio nel dialogo con il Visegrád significa collegare strategicamente Europa e Indo-Pacifico.
Europa e Asia non sono più due teatri separati
È una delle conseguenze più importanti della guerra in Ucraina e della competizione tra Stati Uniti e Cina.
Per decenni la sicurezza europea e quella asiatica sono state considerate dossier differenti.
Oggi non è più possibile.
La Russia collabora sempre più strettamente con la Cina.
La Corea del Nord è diventata un fattore rilevante nella sicurezza europea attraverso la cooperazione con Mosca.
Le sanzioni europee producono conseguenze sui mercati asiatici.
La sicurezza delle rotte marittime asiatiche influenza direttamente l’industria europea.
E qualsiasi crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze immediate sulle fabbriche di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria attraverso l’interruzione delle forniture tecnologiche.
La geografia economica ha unito i due continenti.
L’intelligenza artificiale come infrastruttura strategica
Anche l’AI deve essere interpretata in questo quadro.
L’intelligenza artificiale non è più semplicemente un settore dell’economia digitale.
Sta diventando un’infrastruttura generale.
Industria.
Finanza.
Difesa.
Logistica.
Sanità.
Energia.
Trasporti.
Pubblica amministrazione.
Ricerca scientifica.
Ogni settore sarà progressivamente modificato dall’AI.
Per questo la capacità di sviluppare modelli, costruire data center, disporre di chip, produrre energia sufficiente e formare ricercatori diventa una questione di sovranità.
Il problema della dipendenza tecnologica
Giappone ed Europa condividono inoltre una vulnerabilità.
Entrambi possiedono grandi economie industriali, ma dipendono in misura significativa da infrastrutture digitali e piattaforme sviluppate principalmente negli Stati Uniti.
Parallelamente, una parte importante delle catene produttive passa attraverso la Cina.
Il rischio è quindi trovarsi stretti tra due superpotenze tecnologiche.
Una maggiore cooperazione euro-giapponese può contribuire a creare un terzo spazio industriale e tecnologico.
Non necessariamente alternativo agli Stati Uniti.
Ma sufficientemente autonomo da ridurre dipendenze eccessive.
Friend-shoring senza nominarlo
La formula utilizzata dai ministri — evitare una dipendenza eccessiva da determinati Paesi — richiama direttamente il concetto di friend-shoring.
L’idea è semplice.
Le catene produttive strategiche dovrebbero essere distribuite soprattutto tra Paesi politicamente affidabili.
Non significa interrompere tutti i rapporti con la Cina.
Significa evitare che un unico Stato controlli una percentuale tale di una determinata risorsa o tecnologia da poter paralizzare l’economia di un altro Paese.
Giappone e Unione Europea stanno perseguendo sempre più questa strategia.
Materie prime e tecnologie verdi
Il problema non riguarda soltanto i chip.
La transizione energetica richiede litio, nichel, cobalto, grafite, terre rare e altri minerali critici.
Molte di queste catene di lavorazione sono fortemente concentrate.
Un’automobile elettrica europea può essere assemblata in Slovacchia, progettata in Germania e utilizzare componenti giapponesi, ma continuare a dipendere da materiali raffinati in Cina.
La resilienza deve quindi essere costruita lungo l’intera catena.
Dalla miniera.
Alla raffinazione.
Alla batteria.
Al software.
Al prodotto finale.
Le aziende giapponesi hanno un vantaggio particolare
Il Giappone possiede inoltre una reputazione industriale favorevole nell’Europa centrale.
Gli investimenti nipponici sono generalmente di lungo periodo e orientati alla produzione.
Questo può diventare un vantaggio competitivo rispetto a investitori percepiti come maggiormente soggetti a tensioni geopolitiche.
Per Tokyo, consolidare la presenza nella regione significa allo stesso tempo diversificare la propria esposizione internazionale.
Per i Paesi del V4 significa attrarre capitale proveniente da una grande economia asiatica alleata dell’Occidente.
Gli interessi sono quindi fortemente complementari.
La prossima competizione sarà per i talenti
Esiste però una risorsa ancora più importante del capitale: le persone.
L’intelligenza artificiale richiede ingegneri.
Ricercatori.
Matematici.
Esperti di semiconduttori.
Specialisti di cybersecurity.
Data scientist.
Sia il Giappone sia l’Europa centro-orientale affrontano problemi demografici.
La competizione per il capitale umano diventerà quindi sempre più intensa.
Programmi universitari congiunti, scambi di ricercatori e laboratori condivisi potrebbero diventare una delle componenti più preziose della partnership.
Bratislava indica una nuova fase
L’incontro non produce da solo una nuova alleanza tecnologica.
Gli annunci diplomatici dovranno essere trasformati in progetti, finanziamenti e investimenti concreti.
Ma Bratislava indica chiaramente la direzione.
Il rapporto Giappone-Visegrád sta passando dalla diplomazia tradizionale alla geoeconomia tecnologica.
Non si parla più soltanto di commercio.
Si parla di chi controllerà le tecnologie.
Dove verranno costruite.
Da quali Paesi arriveranno i componenti.
Chi formerà gli ingegneri.
E quanto saranno vulnerabili le economie a una futura crisi geopolitica.
Dal “Made in” al “Developed with”
Per l’Europa centro-orientale la vera opportunità è forse riassumibile in una trasformazione.
Negli ultimi trent’anni la regione è diventata una delle principali piattaforme produttive dell’Europa.
La prossima fase deve essere diventare una piattaforma dell’innovazione.
Il salto è dal “Made in Central Europe” al “Developed with Central Europe”.
Se la cooperazione annunciata a Bratislava riuscirà a collegare le oltre 900 imprese giapponesi già presenti nella regione con università, startup, centri di ricerca e programmi sull’intelligenza artificiale, il rapporto tra Tokyo e il V4 potrebbe cambiare natura.
Il Giappone troverebbe nel cuore dell’Europa una piattaforma industriale e tecnologica affidabile.
Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria otterrebbero un partner capace di accompagnare la transizione dalla manifattura tradizionale verso l’economia dell’AI.
Ed entrambi costruirebbero qualcosa che, nell’economia mondiale contemporanea, sta diventando sempre più prezioso:
una rete di interdipendenze senza dipendenza.
