(AGENPARL) - Roma, 2 Settembre 2026 - ASHEVILLE – Doveva essere il G20 della crescita economica, degli squilibri commerciali, del debito globale e della nuova offensiva finanziaria americana contro l’Iran. È diventato anche il vertice del ritorno della Russia.
La presenza fisica del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov alla riunione dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali del G20 ad Asheville, nella Carolina del Nord, ha provocato una reazione immediata tra diversi rappresentanti europei.
Siluanov non partecipava personalmente a una riunione finanziaria del G20 dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022. Il suo ritorno al tavolo, sotto la presidenza americana del gruppo, ha quindi assunto un significato politico molto superiore a quello di una normale presenza diplomatica.
La questione che divide Washington e parte dell’Europa può essere riassunta in una domanda: parlare direttamente con Mosca significa preparare la pace oppure iniziare prematuramente la normalizzazione della Russia?
Per l’amministrazione Trump prevale la prima interpretazione.
Per diversi governi europei il rischio è invece la seconda.
Siluanov torna fisicamente al G20
L’immagine è stata sufficiente a cambiare il clima del vertice.
Anton Siluanov è arrivato ad Asheville e si è seduto al tavolo con i rappresentanti delle principali economie mondiali.
Successivamente ha incontrato bilateralmente il segretario al Tesoro americano Scott Bessent.
Secondo il ministero delle Finanze russo, il colloquio ha riguardato la cooperazione finanziaria e l’interazione tra Russia e Stati Uniti nell’ambito del G20.
La versione americana ha invece attribuito maggiore importanza alla guerra in Ucraina: un funzionario statunitense ha indicato come tema centrale il piano del presidente Donald Trump per arrivare alla pace.
Le due formulazioni sono significativamente differenti.
Mosca presenta l’incontro come riapertura di un normale canale finanziario.
Washington cerca di collocarlo all’interno del negoziato per porre fine alla guerra.
Bessent mette una linea rossa: niente benefici economici prima della pace
È però un altro dettaglio del colloquio a diventare politicamente decisivo.
Secondo una fonte informata sull’incontro citata da Reuters, Bessent avrebbe chiarito a Siluanov che non sarebbe possibile alcun alleggerimento economico per la Russia né accordi su altri dossier prima della conclusione della guerra.
Quando il ministro russo avrebbe tentato di affrontare possibili aree di interesse comune, il segretario al Tesoro avrebbe sostanzialmente bloccato il discorso ribadendo che nulla poteva procedere finché il conflitto fosse continuato.
Se questa ricostruzione riflette correttamente la posizione americana, il significato dell’invito cambia.
Washington non starebbe offrendo a Mosca una normalizzazione economica immediata.
Starebbe mostrando ciò che potrebbe diventare disponibile dopo un accordo.
È una differenza fondamentale.
La diplomazia economica entra nel negoziato
Il bilaterale Bessent-Siluanov suggerisce infatti che il dossier russo-ucraino non venga più trattato esclusivamente attraverso presidenti, ministri degli Esteri, diplomatici e servizi d’intelligence.
Entrano in campo anche i ministri delle Finanze.
Questo normalmente accade quando la dimensione economica diventa parte integrante di una trattativa.
Sanzioni.
Accesso ai mercati.
Energia.
Asset congelati.
Investimenti.
Sistema finanziario.
Ricostruzione.
Commercio.
Sono tutte leve che potrebbero diventare componenti di un eventuale accordo postbellico.
La presenza di Siluanov permette quindi a Washington di parlare con un interlocutore direttamente responsabile di una parte essenziale dell’economia russa.
L’Europa vede un pericolo diverso
Per Berlino e altri governi europei, tuttavia, esiste un problema politico precedente a qualsiasi discussione economica.
La guerra non è terminata.
La Russia continua a combattere in Ucraina.
E l’Europa sta preparando ulteriori sanzioni.
Il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ha quindi definito “preoccupante” il segnale prodotto dalla presenza di Siluanov, affermando che avrebbe preferito una posizione americana più chiara sul fatto che il ministro russo non fosse ricevuto come un normale ospite.
La parola fondamentale è proprio normalizzazione.
Per l’Europa, la presenza russa non deve diventare normalità prima che siano cambiate le condizioni che determinarono l’isolamento.
La battaglia della fotografia
La tensione ha prodotto una scena apparentemente simbolica ma diplomaticamente molto significativa.
I rappresentanti europei hanno rifiutato di partecipare alla tradizionale foto di famiglia insieme a Siluanov.
La soluzione finale è stata scattare la fotografia senza il ministro russo.
In diplomazia le fotografie non sono semplici fotografie.
Rappresentano riconoscimento.
Normalità.
Appartenenza.
Sedersi allo stesso tavolo può essere necessario per negoziare.
Sorridere insieme davanti alle telecamere comunica invece qualcosa di differente.
L’Europa ha voluto tracciare precisamente questa linea.
Dialogo, eventualmente sì.
Normalizzazione, no.
Il contrasto con il 2022 è impressionante
La scena di Asheville appare ancora più significativa se confrontata con ciò che avvenne nel 2022.
Poco dopo l’invasione dell’Ucraina, persino la partecipazione virtuale russa a una riunione finanziaria del G20 provocò proteste e l’uscita dalla sala di rappresentanti occidentali.
Quattro anni dopo, un ministro russo torna fisicamente al tavolo in territorio americano.
Questo non significa che le relazioni siano state normalizzate.
Ma significa che qualcosa nella strategia diplomatica statunitense è cambiato.
L’amministrazione Trump considera evidentemente l’isolamento assoluto meno utile del contatto diretto se l’obiettivo prioritario è negoziare la fine della guerra.
Trump: “Ci piace andare d’accordo con tutti”
Donald Trump ha difeso la scelta con una formulazione coerente con la propria concezione della diplomazia: gli Stati Uniti devono essere capaci di parlare anche con governi avversari.
Alla domanda sulla presenza russa, Trump ha affermato che gli piace “andare d’accordo con tutti”. Anche l’Associated Press ha riportato la difesa presidenziale dell’inclusione russa.
Dietro la semplicità della frase esiste una differenza strategica importante rispetto all’approccio seguito da molte capitali europee.
Trump tende a considerare il dialogo con l’avversario come uno strumento di negoziazione.
Gli europei temono invece che il dialogo, se accompagnato da gesti pubblici di reintegrazione, possa diventare esso stesso una concessione.
Due teorie della pressione sulla Russia
Emergono così due strategie differenti.
La prima può essere definita isolamento fino al cambiamento di comportamento.
È l’approccio europeo: aumentare il costo economico e diplomatico della guerra, mantenendo la Russia fuori dalla normalità internazionale finché Mosca non modifica concretamente la propria condotta.
La seconda è una strategia di pressione più negoziazione.
Washington mantiene le sanzioni e, almeno secondo quanto riferito sull’incontro Bessent-Siluanov, rifiuta benefici economici immediati, ma contemporaneamente riapre canali di alto livello.
La differenza non è necessariamente nell’obiettivo finale.
È nel metodo.
Il rischio europeo: perdere leva negoziale
Le preoccupazioni europee non sono soltanto simboliche.
Se la Russia recuperasse gradualmente accesso ai grandi forum internazionali prima di aver effettuato concessioni sostanziali sull’Ucraina, Mosca otterrebbe parte dei benefici della normalizzazione senza aver ancora pagato il prezzo politico richiesto dall’Occidente.
In una trattativa, ogni concessione anticipata riduce teoricamente ciò che può essere scambiato successivamente.
Per questo Berlino vuole mantenere la pressione.
L’Europa sta inoltre lavorando a un nuovo pacchetto di sanzioni e continua a cercare il coordinamento con Washington.
Una divergenza transatlantica sulla Russia potrebbe quindi diventare molto più importante della semplice polemica sulla presenza di Siluanov.
Ma Washington può fare il ragionamento opposto
L’amministrazione americana può sostenere esattamente il contrario.
Un interlocutore completamente isolato dispone di meno incentivi per modificare il proprio comportamento se non vede concretamente quale beneficio potrebbe ottenere da un accordo.
Portare Siluanov al tavolo e contemporaneamente dirgli che non arriverà alcun sollievo economico finché la guerra continuerà significa trasformare la prospettiva della normalizzazione in una leva.
La formula sarebbe:
oggi nessuna concessione; domani, dopo la pace, possibilità economiche.
È una diplomazia basata sulla condizionalità.
Il problema è stabilire quanto debba essere visibile oggi il possibile “domani” senza indebolire la pressione attuale.
Il G20 torna alla sua natura originaria
La controversia è particolarmente interessante perché riguarda il G20.
Il gruppo nacque dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997-1998 con una vocazione principalmente economica.
Non è un’alleanza militare.
Non è il G7.
Comprende potenze occidentali, Cina, Russia, India, Brasile, Arabia Saudita e altre grandi economie, oltre all’Unione Europea e all’Unione Africana.
Proprio questa composizione rende quasi impossibile trasformarlo in un blocco geopolitico omogeneo.
Il G20 funziona soltanto se Paesi profondamente antagonisti continuano almeno a sedersi nella stessa stanza.
La domanda è quindi se l’esclusione politica della Russia, comprensibile nel contesto della guerra, possa essere mantenuta indefinitamente all’interno di un forum nato precisamente per includere economie rivali.
Bessent vuole cambiare agenda
La polemica russa rischia però di oscurare il progetto molto più ampio di Scott Bessent.
Gli Stati Uniti vogliono utilizzare la loro presidenza del G20 per spostare il dibattito sulla crescita economica.
Bessent sostiene che il mondo non possa risolvere l’enorme problema del debito soltanto attraverso austerità o aggiustamenti fiscali.
Deve crescere.
Il debito globale ha raggiunto circa 353 mila miliardi di dollari, aumentando le preoccupazioni sulla stabilità finanziaria e sui mercati obbligazionari.
La risposta americana è una combinazione di deregolamentazione, investimenti, energia, innovazione e capitale privato.
Il settore privato entra al G20
Non è casuale che ad Asheville siano stati coinvolti importanti rappresentanti del mondo imprenditoriale.
La presidenza americana vuole ridurre la distanza tra diplomazia economica e investimenti privati.
L’idea di fondo è che la crescita non venga prodotta principalmente dalle dichiarazioni multilaterali, ma da aziende, capitale, infrastrutture, tecnologia e produttività.
È una visione molto coerente con la politica economica dell’amministrazione Trump.
Ed è anche per questo che il vertice assume un carattere differente rispetto a molte precedenti riunioni del G20.
L’Iran diventa il secondo grande fronte
Mentre l’Europa guarda soprattutto alla Russia, Washington vuole concentrare una parte considerevole dell’attenzione sull’Iran.
Bessent sta cercando di costruire una coalizione internazionale per aumentare la pressione economica su Teheran, anche attraverso ulteriori sanzioni.
L’Unione Europea ha mostrato sostegno verso l’obiettivo di utilizzare la pressione economica per spingere l’Iran verso una soluzione negoziale.
Si crea così un curioso rovesciamento.
Sulla Russia, gli europei chiedono maggiore pressione agli Stati Uniti.
Sull’Iran, sono gli Stati Uniti a chiedere agli alleati di stringere ulteriormente il cappio economico.
Russia e Iran rendono la strategia americana più complessa
Esiste però un problema geopolitico evidente.
Mosca e Teheran hanno sviluppato negli ultimi anni una cooperazione strategica importante.
Se Washington vuole contemporaneamente negoziare con la Russia e aumentare drasticamente la pressione sull’Iran, deve impedire che Mosca utilizzi la crisi iraniana per aumentare il proprio valore negoziale.
Energia e petrolio rendono la situazione ancora più complessa.
La guerra con l’Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno già modificato gli equilibri dei mercati energetici, e Washington ha dovuto adottare misure che hanno consentito l’immissione sul mercato di alcune forniture russe per alleviare le pressioni sull’offerta.
Geopolitica e mercati iniziano così a muoversi nella stessa equazione.
La guerra commerciale con il Canada
Come se Russia e Iran non fossero sufficienti, il G20 di Asheville si svolge anche durante una nuova fase di tensione commerciale tra Stati Uniti e Canada.
Il governo canadese chiede maggiore stabilità nelle relazioni economiche, mentre la strategia tariffaria di Trump continua a produrre attriti anche con alleati tradizionali.
Il problema è politico oltre che commerciale.
Washington chiede ai partner di coordinarsi contro Iran, squilibri globali e sovracapacità cinese mentre contemporaneamente utilizza dazi contro alcuni degli stessi partner.
Questo rende più difficile costruire coalizioni.
L’Associated Press ha sottolineato proprio questa contraddizione nella diplomazia di Bessent ad Asheville.
La Cina è il grande dossier economico
Dietro le polemiche geopolitiche rimane però quello che potrebbe diventare il principale confronto economico del G20: la Cina.
Bessent considera insostenibile un sistema nel quale Pechino accumula un surplus commerciale nell’ordine di 1.200 miliardi di dollari mentre continua a sostenere una produzione industriale fortemente orientata all’esportazione.
Washington vuole convincere altri Paesi a proteggere maggiormente le proprie industrie dall’eccesso di produzione cinese.
Su questo terreno Stati Uniti ed Europa possiedono interessi più vicini di quanto le dispute transatlantiche possano suggerire.
Anche l’Europa teme l’impatto delle esportazioni cinesi su automobili, tecnologie verdi e industria manifatturiera.
Il paradosso del G20 di Trump
Si forma quindi un paradosso.
Washington sta cercando di costruire coalizioni differenti su dossier differenti.
Con l’Europa contro l’Iran.
Con l’Europa, almeno parzialmente, sugli squilibri cinesi.
Con la Russia per cercare una via negoziale sull’Ucraina.
Con il settore privato per rilanciare la crescita.
E contemporaneamente mantiene controversie commerciali con alcuni degli stessi alleati.
Non è il tradizionale multilateralismo basato su un blocco stabile di Paesi che condividono una piattaforma comune.
È una diplomazia transazionale nella quale le coalizioni cambiano a seconda del problema.
Anche la stampa diventa terreno di scontro
Il vertice è stato inoltre accompagnato da una controversia completamente diversa.
Il Tesoro americano ha negato l’accredito ad alcuni giornalisti di importanti testate, tra cui reporter del New York Times, del Wall Street Journal e di Bloomberg.
Il Tesoro ha sostenuto che oltre 300 rappresentanti dei media avessero comunque accesso all’evento e Bessent ha negato che le esclusioni dipendessero dalle opinioni politiche delle testate.
Le organizzazioni interessate hanno invece criticato duramente la decisione come una limitazione dell’accesso della stampa.
La polemica ha ulteriormente allontanato l’attenzione dall’agenda economica che Washington voleva imporre.
Asheville diventa un laboratorio della politica estera americana
La vera importanza del vertice potrebbe quindi andare ben oltre le conclusioni formali del G20.
Ad Asheville si vede in miniatura il funzionamento della nuova diplomazia economica americana.
Gli Stati Uniti non sembrano voler ricostruire semplicemente l’ordine precedente.
Vogliono utilizzare il proprio peso economico per rinegoziare simultaneamente rapporti con alleati, concorrenti e avversari.
Il commercio diventa strumento geopolitico.
Le sanzioni diventano strumento negoziale.
L’accesso ai mercati diventa incentivo.
I dazi diventano pressione.
E persino la partecipazione a un vertice può diventare una concessione diplomatica.
La vera domanda: reintegrazione o leva negoziale?
È precisamente qui che Washington ed Europa sembrano divergere sulla Russia.
Per Berlino e altri governi europei, vedere nuovamente Siluanov seduto al tavolo rischia di anticipare la normalizzazione.
Per Washington, sedersi con lui può essere precisamente il modo per spiegare quali condizioni Mosca debba soddisfare prima che quella normalizzazione economica diventi reale.
Entrambe le strategie possiedono una logica.
Entrambe comportano rischi.
Isolare troppo un avversario può ridurre gli strumenti negoziali.
Reintegrarlo troppo presto può premiarlo senza ottenere concessioni.
La diplomazia consiste precisamente nel trovare il punto tra questi due estremi.
L’Europa teme soprattutto di essere scavalcata
Dietro la polemica esiste infine una questione ancora più profonda.
Gli europei temono che la nuova relazione diretta tra Washington e Mosca possa produrre decisioni sull’architettura di sicurezza europea senza un coinvolgimento sufficiente delle capitali del continente.
L’Ucraina è una guerra europea.
Le sanzioni contro la Russia hanno costi europei.
La ricostruzione dell’Ucraina coinvolgerà soprattutto l’Europa.
E qualsiasi nuovo equilibrio tra NATO, Russia e Kiev avrà conseguenze dirette sulla sicurezza europea.
Per questo ogni segnale di riavvicinamento americano a Mosca viene analizzato con estrema attenzione.
Una fotografia mancante racconta il nuovo Occidente
Alla fine, l’immagine più rappresentativa del vertice potrebbe essere proprio quella che non è stata scattata.
Siluanov è tornato al G20.
Ha parlato con Bessent.
Si è seduto al tavolo.
Ma non è comparso nella fotografia insieme agli europei.
È quasi la rappresentazione perfetta della fase attuale.
La Russia non è più completamente isolata.
Ma non è neppure normalizzata.
Washington vuole parlarle.
L’Europa vuole continuare a farle pagare il costo della guerra.
Bessent le mostra una possibile porta economica, ma secondo la ricostruzione del bilaterale mantiene quella porta chiusa finché il conflitto continua.
Il G20 di Asheville diventa così molto più di un vertice finanziario.
È il luogo nel quale comincia a prendere forma una domanda destinata a dominare la diplomazia occidentale dei prossimi mesi:
come si negozia con la Russia senza trasformare il negoziato in una normalizzazione anticipata?
La risposta determinerà non soltanto il futuro delle relazioni tra Washington e Mosca.
Potrebbe determinare anche quanto resteranno unite Europa e Stati Uniti nel momento in cui la guerra in Ucraina entrerà nella sua fase diplomatica più delicata.
