(AGENPARL) - Roma, 29 Novembre 2024 - (AGENPARL) – ven 29 novembre 2024 In viaggio con la Banca d’Italia
Affrontare le sfide strutturali dell’economia italiana
Intervento di Luigi Federico Signorini
Direttore Generale della Banca d’Italia
L’Aquila, 29 novembre 2024
Gli eventi del ciclo “In viaggio con la Banca d’Italia” hanno l’obiettivo di promuovere
la cultura finanziaria, attraverso un dialogo su temi economici con i rappresentanti
delle istituzioni locali, il mondo accademico e scientifico e tutti i cittadini. Questa
iniziativa nasce dall’importanza che la Banca attribuisce al rafforzamento della cultura
economico?finanziaria e alla promozione di un dibattito informato1.
Ringrazio il Gran Sasso Science Institute (GSSI) che ci ospita. L’Istituto è un esempio di
come l’investimento nella conoscenza genera benefici per i territori in cui è insediato e
per il Paese nel suo complesso.
Il terremoto dell’aprile del 2009 colpì dolorosamente una vasta area dell’Abruzzo, con
L’Aquila al centro. La città e la regione subirono terribili perdite umane, cui si affiancarono
ingenti danni materiali. Sugli sviluppi economici da allora, la struttura regionale di ricerca
della Banca fece a suo tempo un’ampia analisi, pubblicata nelle nostre Note regionali;
su di essa non torno qui. Mi fa però piacere ricordare che fra le iniziative promosse e
attuate dopo il terremoto c’è stato proprio il GSSI. Esso nacque nel 2012 sulla base della
convinzione che la scienza e la ricerca potessero avere un ruolo chiave per la rinascita
delle zone colpite. Insieme con i laboratori del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica
Nucleare, il GSSI si è affermato come un centro di ricerca di alto livello. Realizza importanti
sinergie con imprese innovative. In tutta l’area vi è una significativa diffusione di attività
tecnologiche, che trovano un contesto favorevole grazie alla presenza di qualificati centri
di ricerca e formazione.
Il tema che abbiamo scelto per l’incontro di oggi è quello delle prospettive di sviluppo
dell’economia al di là del breve termine. Il dibattito sulla politica economica, monetaria e
finanziaria tende a volte a concentrarsi sulle tendenze più recenti, sugli ultimissimi dati;
ma è bene non perdere mai di vista le prospettive di più lungo respiro. È da quelle che
dipende, al di là delle oscillazioni congiunturali, il benessere futuro del Paese.
Hanno contribuito in vario modo alla preparazione di questo intervento Maura Francese e, in ordine alfabetico,
Matteo Alpino, Luca Citino, Francesco David, Annalisa Frigo, Andrea Linarello, Sauro Mocetti, Luca Rossi, Enrico Sette,
Alessandro Tosoni, Rosanna Visca. Grazie a tutti.
Se gettiamo lo sguardo oltre la congiuntura, vediamo un quadro pieno di contrasti.
Come si sa, negli ultimi anni si sono succeduti shock violenti, capaci di generare un
profondo impatto sull’attività economica, di fronte ai quali il sistema produttivo
italiano ha dato però prova di un’apprezzabile capacità di resistenza. Chi, all’epoca
della pandemia, pensava che l’economia non si sarebbe mai più risollevata senza estesi
interventi diretti dello Stato nelle imprese ha dovuto ricredersi: le misure temporanee
dettate dall’emergenza hanno consentito di superare il momento peggiore e, una volta
rimossi i blocchi, l’attività è prontamente ripartita. Anche alla crisi energetica si è reagito
con forza: torneremo a parlarne. La ripresa dagli shock non è stata meno intensa di
quella delle altre grandi economie dell’area dell’euro; anzi, è stata più rapida. Insieme alla
pronta reazione delle autorità, vi hanno probabilmente contribuito mutamenti strutturali,
dovuti a un processo di ristrutturazione e selezione delle imprese e di rafforzamento
della loro struttura finanziaria che si è gradualmente sviluppato nell’ultimo decennio.
Di esso abbiamo parlato in altre occasioni2.
Ma se allunghiamo ancora di più lo sguardo all’indietro, non possiamo dimenticare
che in precedenza si era invece perso molto terreno. Nonostante che le ultime revisioni
statistiche dipingano ora un quadro leggermente migliore di quello disponibile fino a
ieri, resta il fatto che per lunghi anni la crescita della produttività nel nostro paese è stata
molto insoddisfacente. Nel 2000 il PIL pro capite in Italia era più alto della media europea
di oltre il 20 per cento; nel 2019 era più basso del 4 per cento. Il divario di crescita rispetto
ad altri paesi avanzati (gli Stati Uniti in primis) è stato ancora più forte.
Più importante ancora che guardare all’indietro è guardare in avanti. Di fronte a
noi ci sono questioni e scelte non facili. Non parlerò oggi dei rischi derivanti dalle
tensioni internazionali o della tendenza a politiche commerciali protezionistiche. Sono
preoccupazioni serie e gravi, comuni del resto alla maggior parte dei paesi, su cui la
Banca d’Italia ha avuto modo di esprimersi più volte3. Vorrei invece spendere qualche
parola sulle due sfide gemelle di cui tanto si discute, che riguardano la struttura del
sistema produttivo, e da cui dipende molto del benessere che ci possiamo attendere nei
prossimi anni, anzi decenni. Parlo della transizione energetica e di quella digitale, o più in
generale dell’innovazione tecnologica.
Specie su quest’ultimo fronte, non è più solo l’Italia, ma ormai l’intera Europa che ha
necessità di darsi una scossa. In tema di tecnologie avanzate l’Europa non sta tenendo
il passo con gli Stati Uniti, la Cina e altre grandi economie. Il recente rapporto Draghi è
un richiamo all’azione. Ancor più che nei dettagli delle analisi o nelle singole iniziative
proposte, il suo grande merito consiste nell’aver risvegliato l’attenzione dell’opinione
pubblica e dei responsabili delle politiche economiche sui ritardi accumulati e sulla
necessità di farvi fronte.
Si veda da ultimo F. Panetta, Considerazioni finali del Governatore, Roma, 31 maggio 2024.
Beyond fragmentation: economic resilience in a shifting world, considerazioni introduttive del Governatore della
Banca d’Italia F. Panetta al seminario G7 su ‘A fragmenting trading system: where we stand and the implications for
policy’, Roma, 15 novembre 2024. Si veda anche il nostro intervento Globalizzazione e frammentazione in occasione
dell’incontro ‘Geopolitica, geodemografia e il mondo di domani’, Firenze, 5 aprile 2023.
Riconoscere l’esistenza di una sfida è il primo requisito per vincerla, sia come sistema,
sia a livello delle singole imprese o istituzioni, affrontando nuovi problemi e trovando
nuove soluzioni. Come fanno ogni giorno gli scienziati e i ricercatori dell’istituzione che ci
ospita. Come fa, seppure in senso diverso, ogni impresa che deve competere sul mercato.
Nel caso della transizione energetica, vorrei però sottolineare per prima cosa i progressi
già realizzati, che non sono da poco. In Italia la capacità produttiva di elettricità da
fonti rinnovabili è passata da meno di un quarto del totale nel 2000 a quasi la metà
nel 2022. È soprattutto a partire dal 2022 che si è vista una forte accelerazione delle
nuove installazioni, specie fotovoltaiche, anche in relazione alla crisi determinata
dall’aggressione russa all’Ucraina. Nel 2023 e nella prima metà del 2024 si è accelerato
ancora4. L’aumento della potenza solare installata ha interessato sia gli impianti maggiori,
sia quelli più piccoli; su 11 GW installati fra gennaio 2022 e giugno 2024, il 40 per cento
consisteva di impianti sotto i 20kW, per lo più riferibili a utenze domestiche.
Insieme a generosi contributi pubblici, la crescita repentina dei prezzi dei combustibili
fossili, benché poi in parte rientrata, e le incertezze sul futuro, in termini tanto di prezzo
quanto di disponibilità, hanno spinto imprese e famiglie a rivedere le proprie strategie
di consumo e a investire significativamente, sia nella produzione per il mercato sia
nell’autoproduzione. Era del resto naturale aspettarselo5: in un’economia di mercato,
gli agenti reagiscono agli incentivi. Pur tagliando le punte in momenti di emergenza
e sovvenendo chi è in difficoltà, è importante lasciar operare il meccanismo dei prezzi
relativi e far leva sulla capacità di adattamento di ciascuno.
Ora, per fare altri passi6, oltre a favorire l’installazione di impianti che producono e
sfruttano energie rinnovabili, occorre anche potenziare le infrastrutture necessarie per
trasportare l’energia nel tempo e nello spazio, in modo da renderla disponibile quando e
dove ce n’è bisogno. Per natura, né i pannelli fotovoltaici né le pale eoliche sono sempre
in funzione; inoltre, non sempre le aree dove si concentrano le maggiori potenzialità di
produzione sono quelle dove si concentra la maggiore domanda di energia. Investire
nelle reti di trasmissione e nello stoccaggio è dunque importante7.
Servono investimenti pubblici dove appropriato; servono incentivi ragionevolmente
semplici, moderati e stabili e mercati funzionanti senza eccessive distorsioni; servono
semplificazioni normative e burocratiche. Andranno stimolati gli investimenti privati, che
devono costituire la parte preponderante degli interventi. Le cifre in gioco sono ingenti,
ma devono essere valutate anche tenendo conto della naturale sostituzione del capitale,
comunque necessaria. In più, l’innovazione tecnologica potrà facilitare la transizione e
Secondo i dati di fonte Terna, nel 2023 sono stati installati 5,2 GW di nuova capacità solare, più del doppio rispetto
all’anno precedente.
Scelte per lo sviluppo sostenibile, tra emergenze e transizione, intervento del Direttore generale della Banca d’Italia
L.F. Signorini, alla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontefice, Venezia, 11 giugno 2022.
Come è richiesto dagli ambiziosi obiettivi sottoscritti in sede europea, che prevedono il raggiungimento entro il
2030 di una copertura del 63 per cento dei consumi di energia elettrica attraverso produzione da fonti rinnovabili
(cfr. Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, 2024).
M. Alpino, L. Brugnara, M.G. Cassinis, L. Citino, F. David, A. Frigo, G. Papini, P. Recchia e L. Sessa, Going green: il recente
sviluppo delle energie rinnovabili in Italia, Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza, di prossima pubblicazione.
abbassarne i costi; corretti incentivi di mercato favoriscono l’offerta di soluzioni da parte
di imprenditori dotati di idee creative.
Si discute molto sul ruolo della finanza nel favorire la transizione energetica, e in questo
contesto sul ruolo delle autorità monetarie e di vigilanza. Poiché la transizione richiede
molti investimenti privati, il buon funzionamento dei mercati e degli intermediari è
essenziale. Vorrei però dirlo con chiarezza: sarebbe irrealistico illudersi che lo strumento
per realizzare la transizione energetica siano principalmente una politica monetaria o
una supervisione finanziaria “verdi”. Le banche centrali, giustamente, adottano criteri di
sostenibilità nelle proprie scelte operative e finanziarie; ma il contributo più importante
che esse possono dare è fare bene il proprio mestiere, assicurare la stabilità monetaria
e finanziaria. È in questo modo che esse possono favorire l’allocazione efficiente
delle risorse, nel contesto di politiche pubbliche incentivanti che spetta alle istituzioni
di governo, democraticamente responsabili, determinare. Quanto alla supervisione
prudenziale, essa ha il compito di assicurare una corretta gestione dei rischi da parte
delle istituzioni vigilate. A tal fine queste ultime devono tenere adeguato conto dei rischi
climatici, come del resto ormai, specie in Europa, si sta loro richiedendo. Non sarebbe
però né appropriato né realistico usare i requisiti tecnici della vigilanza prudenziale come
surrogato di una politica economica che orienti nella direzione desiderata le scelte di
imprenditori e consumatori; sono altri gli strumenti, e spetta ad altri decidere in merito.
Veniamo alla transizione digitale. Qui i ritardi sono forti. Viviamo in un momento di
trasformazioni tecnologiche accelerate, a volte etichettate come una “quarta rivoluzione
industriale”. È importante, presidiando i rischi, sfruttarne appieno le potenzialità. La scarsa
crescita della produttività registrata negli ultimi anni in Europa rispetto agli Stati Uniti
è legata anche a un minore dinamismo delle imprese nel campo della tecnologia di
frontiera.
Come ha osservato il governatore Panetta nelle sue ultime Considerazioni finali, l’Europa
sconta una limitata specializzazione nei settori avanzati. Gli investimenti in ricerca
e sviluppo sono nettamente inferiori a quelli degli Stati Uniti e concentrati in settori
maturi; è minore la presenza di settori in rapido sviluppo. Se si guarda in particolare
all’intelligenza artificiale, nonostante vari casi di successo, gli investimenti dell’Europa nel
settore sono solo una modesta frazione di quelli degli Stati Uniti e della Cina.
È vero che l’innovazione, se promette benefici a lungo termine, comporta anche rischi
a breve. La sua introduzione può avere effetti redistributivi importanti: certi mestieri
vengono meno; ne nascono altri, prima neppure immaginati. I “luddisti”, gli operai tessili
che un paio di secoli fa sabotavano i telai meccanici in Inghilterra, avevano timori concreti
sulla sopravvivenza del proprio posto di lavoro. Ma la soluzione non è distruggere le
macchine. Storicamente, a partire dalla prima rivoluzione industriale, quella delle macchine
a vapore, l’innovazione tecnologica ha invariabilmente portato con sé nel tempo una
maggiore produttività, una crescita dei redditi reali e un aumento della domanda di beni
e servizi. I timori di una disoccupazione cronica di massa dovuta alla tecnologia si sono
finora sempre rivelati infondati. La via giusta non è impedire il progresso, ma assicurare
che i benefici siano condivisi, in particolare dai soggetti più vulnerabili, e i rischi mitigati.
Non conosciamo ancora tutte le potenzialità di questa “quarta rivoluzione”, né i modi
o i tempi con cui esse si manifesteranno. È anche possibile che si generino aspettative
esagerate circa i suoi impatti immediati: secondo la celebre “legge di Amara”, si tende
spesso a sovrastimare gli effetti di breve termine di una nuova tecnologia (si pensi
all’effimera euforia dei mercati al tempo della cosiddetta “dot-com bubble”), ma a
sottostimarne gli effetti di lungo termine. L’esperienza comunque suggerisce che chiudersi
al nuovo non può essere una soluzione. La bolla tecnologica dei dot-com alla fine scoppiò,
ma nel tempo la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione ha
modificato profondamente il nostro modo di vivere e lavorare; ha moltiplicato le nostre
capacità di interazione e lavoro intellettuale; ha creato prodotti e servizi prima inesistenti.
Lo ha fatto, tra l’altro, in un modo che in parte sfugge a un’affidabile misurazione, e che
quindi è probabilmente sottostimato nelle statistiche economiche sul prodotto.
La produzione di innovazione e tecnologie digitali oggi è concentrata in un numero
ristretto di imprese e paesi. Si tratta di mercati estremamente dinamici; nuove imprese
hanno raggiunto dimensioni globali in pochi anni.
È preoccupante che l’Europa non sia stata finora in grado di tenere il passo. La presenza
di imprese europee tra le maggiori nei settori connessi con le tecnologie digitali è
molto scarsa8. Pesano tra l’altro la frammentazione della regolamentazione9 e i ritardi
nell’unificazione dei mercati dei capitali10, l’insufficiente sviluppo della finanza specializzata
in attività innovative ad alto rischio11, e forse anche un atteggiamento culturale che di
fronte al nuovo a volte tende a reagire prima di tutto cercando una regolamentazione
pervasiva e difensiva.
Il ritardo dell’Italia è palpabile, in particolare nell’adeguatezza dei servizi digitali della
pubblica amministrazione e nella dotazione di capitale umano. Nel settore privato
l’adozione delle tecnologie digitali avanzate è molto eterogeneo; i divari incidono
fortemente sui differenziali di performance tra imprese leader e imprese in ritardo.
Tra le prime dieci per spesa in ricerca e sviluppo, sette sono americane e tre sono cinesi; non c’è nessuna impresa
europea. Tra le prime dieci per capitalizzazione ce n’è solo una europea.
La variabilità tra paesi degli indicatori di regolamentazione dell’OCSE si è ridotta nel corso del secolo in corso, ma
rimangono ampie differenze. L’indice per l’Italia è diminuito in misura significativa in questo periodo, allineandosi
sostanzialmente alla media europea.
Misure dell’integrazione finanziaria dell’area dell’euro calcolate dalla BCE – che aggregano i vari comparti
dell’intermediazione finanziaria (ECB, Financial Integration and Structure in the Euro Area, giugno 2024) – sono diminuite
considerevolmente negli ultimi due anni attestandosi, dal secondo trimestre del 2023, attorno al valore medio osservato
dall’introduzione dell’euro nel 1999. Le partecipazioni azionarie transfrontaliere, un parametro fondamentale per la
misura dell’integrazione, sono rimaste sostanzialmente stabili dal 2017, attorno al 19 per cento del totale.
Alcuni dati evidenziano l’entità di queste differenze. Nel 2023, il volume di investimenti in Europa è stato nettamente
inferiore, di circa il 70 e l’80 per cento a seconda della tipologia di finanziamento (seed, early stage, later stage),
rispetto agli Stati Uniti, come risulta dal rapporto sulla competitività dell’economia dell’Unione europea, predisposto
da Mario Draghi su incarico della Commissione europea e presentato lo scorso 9 settembre (M. Draghi, The future
of European competitiveness, 2024). Le sei più grandi imprese per capitalizzazione di borsa negli Stati Uniti hanno
ricevuto nei loro primi anni di vita finanziamenti da venture capital. In Europa ciò non succede. Il ritardo dell’Italia è
poi particolarmente accentuato. Il flusso di investimenti annuo da venture capital è stato tra 0,5 e 1,5 miliardi di euro
nel triennio 2021-23, un valore cinque volte inferiore rispetto a quello di Germania e Francia riflettendo la scarsa
numerosità e piccola dimensione degli operatori domestici. Nello scorso decennio tuttavia, il tasso di crescita del
comparto in Italia è stato più rapido che in Francia e Germania, coerentemente con la possibilità che si stia realizzando
una progressiva convergenza almeno con i principali paesi europei. Il divario rispetto agli Stati Uniti rimane in ogni
caso molto ampio.
Infrastrutture e capitale umano sono questioni centrali per la policy. Specie su quest’ultimo,
l’Italia è indietro rispetto alle altre economie avanzate. È importante investire nelle
competenze matematiche, statistiche e scientifiche; stimolare l’attività di ricerca, pubblica
e privata. Potenziare il capitale umano non solo rende possibile l’invenzione alla frontiera,
ma ne facilita grandemente la diffusione efficiente nel tessuto produttivo12. Essenziale è
anche estendere la digitalizzazione della pubblica amministrazione, avendo come bussola
la semplicità dell’uso e scongiurando il moltiplicarsi di rigidità burocratiche.
Incentivi pubblici, specie se semplici e automatici, possono favorire la transizione
digitale e quella energetica; devono essere disegnati con attenzione per evitare sprechi
e distorsioni. L’azione pubblica non può sostituirsi all’attività delle imprese; può e deve
creare le condizioni migliori per consentire al sistema produttivo di evolversi rapidamente.
Quanto alla regolamentazione, affrontare i rischi è necessario. Alcuni, anche di natura
non?economica, come potenziali distorsioni negli algoritmi decisionali dell’intelligenza
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