(AGENPARL) - Roma, 30 Ottobre 2023 - (AGENPARL) – lun 30 ottobre 2023 Gentile collega,
ti segnaliamo questa notizia pubblicata su Media Inaf riguardante uno
studio guidato da tre ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica
nel quale viene calcolato in quale zona cercare eventuali frammenti del
meteoroide che nel 1908 produsse l’evento di Tunguska:
Tunguska, ecco dove cercare la meteorite
Riportiamo di seguito il testo integrale della notizia:
SE C’È, POTREBBE ESSERE STATA INGHIOTTITA DAL FANGO DELLA TAIGA
Tunguska, ecco dove cercare la meteorite
Il 30 giugno 1908 era da poco sorta l’alba, lungo le rive del fiume
Tunguska, nella Siberia centrale, quando si verificò quello che viene
considerato l’impatto del millennio: un’esplosione da 15 megatoni prodotta
probabilmente da un meteoroide di circa 50-80 metri di diametro. Non è mai
stato ritrovato. È il grande mistero di Tunguska. Ora uno studio guidato da
tre ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica ha calcolato in
quale zona cercare eventuali frammenti
Marco Malaspina 30/10/2023
Alberi abbattuti e bruciati dall’esplosione del 30 giugno 1908. Crediti:
Leonid Kulik/Wikimedia Commons
Dov’è finita l’arma del delitto? A questa domanda da romanzo giallo stanno
cercando di rispondere da più di un secolo generazioni di scienziati a
proposito di quello che – per chi si occupa di astronomia – è il “delitto
del millennio”: l’evento di Tunguska
. Un’esplosione da 15
megatoni a seguito dell’ingresso in atmosfera – e al possibile impatto – di
un corpo da 50-80 metri di diametro sul cielo della Siberia centrale, nei
pressi del fiume Tunguska Pietrosa. Ne conosciamo l’esito: decine di
milioni di alberi improvvisamente rasi al suolo dalla terrificante onda
d’urto, su un’area di oltre duemila km quadrati – questa la scena del
delitto. Grazie ai numerosi testimoni oculari ne conosciamo la data: 30
giugno 1908, non per caso il giorno oggi ricordato in tutto il mondo
come Asteroid
Day .
Grazie a registrazioni sismiche e barometriche dell’epoca (il rumore
dell’esplosione si udì fino a mille km di distanza), ne conosciamo l’ora
con buona approssimazione: erano le 07:14:28 locali. Insomma, sappiamo
tutto. Tranne *che cosa* l’abbia causato.
Manca l’arma del delitto, appunto. La meteorite. O meglio, il Tcb: il *Tunguska
Cosmic Body*, come lo chiamano gli scienziati. Non è mai stato ritrovato. È
il grande mistero di Tunguska. Com’è possibile che non ne sia mai stato
recuperato nemmeno un frammento? Un oggetto con lo stesso diametro, per
dire, in Arizona circa 50mila anni fa produsse il celebre Meteor Crater
e le meteoriti associate sono
numerose, mentre a Tunguska di crateri non vi è traccia alcuna. Le ipotesi
non mancano. Potrebbe essere stata una piccola cometa, dunque un corpo
prevalentemente formato da ghiaccio. Potrebbe essersi trattato sì di un
asteroide, ma di quelli “fragili”: non di metallo, come l’asteroide che
colpì l’Arizona, bensì di roccia, più frantumabile. Potrebbe anche essere
stato di metallo ma con un angolo così radente da “rimbalzare” – o quasi –
sull’atmosfera. Oppure… potrebbe essere ancora lì. In attesa che qualcuno
lo trovi.
Albino Carbognani, ricercatore all’Inaf Oas Bologna e primo autore dello
studio pubblicato su Icarus. Crediti: Sveva Stallone
Se quest’ultima ipotesi fosse quella corretta, le domande diventano: è
fisicamente possibile? Dimostrato che lo sia, dove dovremmo cercare? È ciò
a cui prova ora a rispondere uno studio
, condotto da tre astronomi
dell’Istituto nazionale di astrofisica, appena pubblicato su *Icarus*. Tre
esperti della complessa arte del ricostruire la più probabile area di
dispersione dei frammenti della caduta di un piccolo asteroide, il
cosiddetto *strewn field* :* Mario
Di Martino*, *Giovanna Stirpe* e, primo autore dello studio, *Albino
Carbognani*, ben noto ai lettori di *Media Inaf* per gli articoli
divulgativi che scrive su queste
pagine e sul suo blog *Asteroidi e dintorni*
*.*
«In effetti le testimonianze degli eventi raccolte all’epoca della caduta
parlavano di pietre comparse nella foresta subito dopo la catastrofe»,
ricorda Carbognani. «Purtroppo, la prima spedizione di Leonid Kulik
è
stata fatta solo 19 anni dopo, e gli eventuali frammenti macroscopici hanno
avuto tutto il tempo per essere inghiottiti dal fango della taiga».
Macroscopici quanto? E qual è la probabilità che siano giunti al suolo?
«Per un Tcb avente un’energia cinetica di 15 Mt (quella più accettata per
Tunguska) e velocità atmosferica nel range 11-20 km/s (tipica di un impatto
asteroidale), un frammento dell’ordine del metro di diametro e con
*strength* (forza di coesione) nel range 14-85 MPa poteva resistere
all’onda d’urto, sopravvivere all’*airburst* avvenuto a circa 8,5 km di
quota e arrivare al suolo», spiega Carbognani. «La coesione necessaria non
è particolarmente elevata ed è fisicamente possibile, essendo circa solo
due volte la *strength* massima stimata per il meteoroide di Carancas
. Quindi è
probabile che esistano frammenti macroscopici del Tcb. Peraltro, viste le
piccole dimensioni dell’asteroide (circa 50-80 metri di diametro), il Tcb
molto probabilmente era un corpo monolitico e non un *rubble pile* come ad
esempio Bennu, che è molto più
grande».
Lo strewn field calcolato da Carbognani e colleghi, qui rappresentato con
Google Maps. Le dimensioni dei cerchietti corrispondono ai diversi
frammenti con diametri compresi fra 0.7 metri (la dimensione del frammento
di Chelyabinsk) e 1,5 metri (la dimensione di Carancas). È evidenziato
anche il lago Cheko, a volte indicato come originato da una cratere da
impatto formatosi durante l’evento di Tunguska. Crediti: A. Carbognani/Inaf
Insomma, potrebbe valer la pena cercare. Per capire dove, Carbognani e