(AGENPARL) - Roma, 26 Agosto 2026 -
Certe parole, in politica, non sono semplici parole. Possono diventare strumenti di potere, armi di propaganda e perfino confini oltre i quali si rischia il carcere. È accaduto in Russia con una parola apparentemente elementare: guerra.
Il 24 febbraio 2022, quando le forze russe invasero l’Ucraina, il Cremlino impose infatti una definizione precisa: non guerra, ma “Operazione militare speciale”. Una formula studiata per suggerire un intervento limitato e controllato. La parola guerra, invece, doveva scomparire dal linguaggio pubblico.
Per i cittadini comuni, i giornalisti indipendenti e gli attivisti che avessero definito il conflitto «guerra» o «invasione» potevano scattare pesanti conseguenze giudiziarie, nell’ambito delle leggi contro le cosiddette «informazioni false» e il «discredito delle forze armate», con pene che potevano arrivare fino a quindici anni di carcere.
Gli obiettivi dichiarati da Mosca erano la «smilitarizzazione» e la «denazificazione» dell’Ucraina, oltre alla protezione delle popolazioni russofone del Donbass.
L’idea iniziale del Cremlino sembrava essere quella di un’operazione rapida, destinata a mettere in ginocchio il governo di Kyiv in pochi giorni. Ma la realtà prese rapidamente un’altra strada.
La resistenza ucraina, il sostegno occidentale a Kyiv e l’incapacità russa di ottenere una vittoria decisiva trasformarono quella che doveva essere una campagna breve in un conflitto lungo e devastante: il più grave conflitto convenzionale sul continente europeo dalla Seconda guerra mondiale.
Nel frattempo, Mosca formalizzò l’annessione unilaterale delle regioni ucraine di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, senza tuttavia controllarle interamente sul piano militare.
L’«operazione speciale», insomma, ha assunto progressivamente tutte le caratteristiche di una guerra totale: militare, economica, industriale e propagandistica.
Il fallimento dell’ipotesi di una vittoria rapida ha avuto conseguenze profonde per la Russia.
La mobilitazione parziale, la riconversione dell’industria verso la produzione bellica e il crescente peso della propaganda patriottica hanno trasformato la società russa. Le fabbriche della difesa lavorano a pieno regime e lo Stato riversa risorse sempre maggiori nel settore militare.
È una crescita che, osservata soltanto attraverso il PIL, può apparire sorprendente. Ma produrre carri armati, munizioni e armamenti significa anche sottrarre capitale, lavoratori e investimenti all’economia civile.
E qui emerge una delle grandi contraddizioni dell’economia russa di guerra.
La Banca centrale di Russia, dopo aver mantenuto per lungo tempo una politica monetaria estremamente restrittiva, ha iniziato a ridurre i tassi: dal 27 luglio 2026 il tasso ufficiale è al 14% annuo, contro livelli decisamente più elevati raggiunti negli anni precedenti. Nonostante il calo, si tratta ancora di un costo del denaro molto pesante per l’economia civile. (Banca Centrale Russa)
Il rublo, intanto, non mostra il collasso che molti avevano previsto all’inizio della guerra, ma rimane sottoposto a forti condizionamenti. Il 26 agosto 2026 il cambio ufficiale fissato dalla Banca di Russia è di 84,46 rubli per un dollaro, contro 83,29 del giorno precedente.
Questi numeri raccontano meglio di molte dichiarazioni la complessità della situazione: la Russia non è un’economia al collasso, ma è un’economia profondamente deformata dalla guerra.
La produzione militare sostiene attività, occupazione e PIL, mentre gli elevati costi finanziari frenano soprattutto gli investimenti civili. La mancanza di macchinari moderni, componenti tecnologici e semiconduttori limita inoltre la possibilità di espandere indefinitamente la produzione.
A tutto questo si aggiunge un problema ancora più difficile da risolvere: la mancanza di lavoratori.
La mobilitazione, le perdite al fronte e l’emigrazione di centinaia di migliaia di persone, compresi molti professionisti qualificati, hanno impoverito il mercato del lavoro.
La contraddizione diventa ancora più evidente guardando alla geografia del Paese: una Russia a due velocità.
Mosca e San Pietroburgo possono continuare a mostrare un’immagine di relativa normalità e prosperità, grazie alla concentrazione di capitali, servizi e attività economiche. Ma nelle regioni più povere il costo della guerra assume forme molto diverse.
In aree come la Siberia, il Daghestan e la Buriazia, i compensi offerti ai militari e gli indennizzi alle famiglie dei caduti possono rappresentare somme enormi rispetto ai redditi locali.
Questo ha prodotto una curiosa e drammatica bolla economica: denaro che arriva nelle province attraverso la guerra e che alimenta temporaneamente consumi e redditi.
Ma è una ricchezza legata a una variabile terribile: il numero degli uomini mandati al fronte e non tornati a casa.
Nel frattempo, i bilanci civili regionali sono sottoposti a pressioni crescenti. Le infrastrutture invecchiano, gli ospedali provinciali soffrono e le reti di riscaldamento e quelle elettriche mostrano segni di crescente fragilità.
Quando aumentano i prezzi dei beni essenziali, soprattutto alimentari, il problema diventa immediatamente sociale.
Il risultato è un impoverimento silenzioso: meno cure mediche, meno acquisti importanti, meno possibilità di progettare il futuro.
Anche il piccolo commercio risente della situazione. L’aumento della pressione fiscale e la concorrenza di grandi imprese sostenute dallo Stato rendono sempre più difficile la sopravvivenza di molte attività locali.
Ed eccoci all’epilogo, o almeno a quello che potrebbe essere l’inizio di una nuova fase.
A quasi cinque anni dall’inizio dell’invasione, il Cremlino ha progressivamente modificato il proprio linguaggio. La parola «guerra» è entrata apertamente nella comunicazione ufficiale.
Il portavoce Dmitry Peskov ha spiegato il cambiamento sostenendo che il conflitto sarebbe iniziato come un’operazione militare speciale, ma che l’intervento massiccio dell’Occidente a sostegno dell’Ucraina avrebbe trasformato la situazione, dal punto di vista russo, in una vera guerra.
Non è soltanto una questione semantica.
Chiamare «guerra» ciò che per anni è stato chiamato «operazione speciale» consente al Cremlino di modificare la percezione del conflitto all’interno della Russia. Se prima l’obiettivo era presentare l’intervento come limitato e circoscritto, oggi la popolazione viene preparata all’idea di una guerra lunga, costosa e potenzialmente senza una conclusione rapida.
La nuova parola diventa così una nuova giustificazione.
Serve a spiegare perché lo Stato debba spendere sempre di più per la difesa, perché la produzione civile debba lasciare spazio a quella militare e perché siano necessari sacrifici economici.
Ma c’è un paradosso che non può essere ignorato.
La parola «guerra», un tempo pericolosa per chi la pronunciava riferendosi all’Ucraina, oggi può essere utilizzata liberamente dai vertici dello Stato quando serve alla narrazione ufficiale. Le restrizioni contro il dissenso, però, restano.
La stessa parola può dunque essere proibita al cittadino e autorizzata al potere.
Ed è forse questo il dettaglio più rivelatore dell’intera vicenda.
Il passaggio terminologico racconta qualcosa di più profondo della semplice evoluzione della propaganda.
Nel 2022 il Cremlino aveva bisogno di convincere i russi che sarebbe stata una campagna breve, quasi una parentesi militare.
Nel 2026 la necessità sembra essere cambiata: bisogna convincerli che la guerra è diventata inevitabile, necessaria e destinata a durare.
Anche l’economia racconta questa trasformazione. Un tasso ufficiale ancora al 14% e un dollaro intorno agli 84,5 rubli non descrivono un Paese al collasso; descrivono piuttosto un’economia che continua a funzionare, ma sempre più modellata sulle esigenze del conflitto.
Ed è qui che la storia diventa davvero interessante.
Perché una guerra può essere sostenuta a lungo quando produce crescita industriale, occupazione e denaro nelle regioni più povere. Ma quella stessa crescita può diventare una trappola se il Paese finisce per dipendere dalla guerra per mantenere in movimento la propria economia.
La propaganda può modificare le parole, ma non può modificare indefinitamente la realtà.
Non può cancellare gli uomini che non tornano dal fronte. Non può riempire con un comunicato stampa un ospedale provinciale in difficoltà. Non può trasformare automaticamente la produzione bellica in prosperità civile.
E soprattutto non può rispondere per sempre alla domanda più semplice e più difficile:
quanto può durare una guerra prima che il suo costo diventi più grande della ragione per cui è stata iniziata?
Forse è proprio qui che si chiude il cerchio.
Nel 2022 Mosca chiamò «operazione speciale» una guerra che non voleva chiamare guerra.
Nel 2026 chiama «guerra» quella stessa guerra perché non può più fingere che sia speciale, breve o limitata.
Il prologo fu una parola scelta per nascondere la guerra.
L’epilogo potrebbe essere una guerra diventata troppo grande per poter essere nascosta dalle parole.
