(AGENPARL) - Roma, 22 Agosto 2026 - Mentre l’Europa guarda a est e l’Asia si blinda con le sue strategie energetiche, nel cortile di casa del Nord America la cooperazione economica ha subito uno scossone. La tanto attesa finalizzazione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada si è arenata bruscamente dopo tre giorni di negoziati serrati a Washington, facendo saltare un’intesa che sembrava a un passo.
A certificare il fallimento dei trattati è stato Jamieson Greer, rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), che ha puntato il dito direttamente contro Ottawa. Secondo l’amministrazione statunitense, il Canada si è tirato indietro all’ultimo minuto rifiutandosi di formalizzare i termini concordati a inizio settimana, mantenendo inalterate le misure di ritorsione e i blocchi commerciali sui beni e i servizi americani. Dall’altra parte del confine, il primo ministro canadese Mark Carney ha scelto la linea dura: colloqui sospesi, delegazione richiamata in patria e l’annuncio di tariffe di ritorsione “dollaro per dollaro” contro i prodotti d’importazione statunitense.
Il nodo dei settori chiave e le richieste capestro
I negoziati — condotti a Washington dal ministro canadese Dominic LeBlanc e dal capo negoziatore Janice Charette — avevano registrato timidi progressi sui dazi incrociati, inclusa l’ipotesi di ridurre i prelievi su acciaio e alluminio e di abbassare le tariffe sui veicoli assemblati in Canada. Tuttavia, l’intesa si è infranta sulle richieste di fondo avanzate dalla Casa Bianca, giudicate da Ottawa delle vere e proprie imposizioni capestro: Washington pretendeva l’eliminazione totale delle barriere canadesi sui prodotti lattiero-caseari e sul mercato degli alcolici (dove diverse province limitano la vendita di liquori e vino americani), oltre a un allineamento ferreo sui controlli doganali.
Per Ottawa, le modifiche introdotte all’ultimo minuto dall’amministrazione statunitense sono state giudicate «ingiuste, ineconomiche e tali da minare l’affidabilità di qualsiasi accordo», spingendo il governo a congelare i tavoli negoziali.
Scattano i dazi al 50% e l’ombra del 1930
Il fallimento dei negoziati ha fatto scattare la rappresaglia economica. Per colpire le esportazioni canadesi, Washington ha fatto ricorso alla draconiana Sezione 338 del Tariff Act del 1930 (un residuo protezionista dell’era della Grande Depressione che consente l’imposizione di tariffe fino al 50% su beni ritenuti penalizzanti per il commercio USA).
I dazi colpiscono miliardi di dollari di merci — dai prodotti forestali e metallurgici fino a beni di consumo quotidiano — e colpiscono il cuore di filiere industriali profondamente integrate da decenni. La risposta di Ottawa non si è fatta attendere: il governo canadese ha risposto con contromisure immediate e dazi speculari per proteggere i lavoratori e le imprese nazionali.
Quali ripercussioni per le filiere e la fine del libero scambio?
Il contraccolpo rischia di essere pesantissimo per la competitività nordamericana, come denunciato anche dalle Camere di commercio locali. Se da un lato la Casa Bianca persegue l’obiettivo di riportare la manifattura entro i confini nazionali, dall’altro le catene di montaggio del settore automobilistico, aerospaziale e delle materie prime subiscono un colpo durissimo.
Il crollo di questo asse storico segna un punto di non ritorno. Come ammesso da Ottawa, l’era della cooperazione incondizionata e del libero scambio nordamericano senza frizioni è morta e sepolta: l’obiettivo del Canada è ora blindare la propria economia interna e diversificare rapidamente i partner commerciali, aprendo di fatto una nuova e aspra fase della guerra commerciale nordamericana.
