(AGENPARL) - Roma, 22 Agosto 2026 - La costituzionalista interviene nel dibattito sul politicamente corretto: «La libertà di espressione vale soprattutto per le idee che ci disturbano». Al centro della riflessione il nuovo volume Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto” La cultura woke, il politicamente corretto e le nuove forme di conformazione del discorso pubblico non rappresentano più soltanto fenomeni culturali, sociologici o linguistici. Investono direttamente uno dei nuclei essenziali della democrazia costituzionale: la libertà di manifestazione del pensiero e, con essa, il diritto al dissenso, il pluralismo delle idee e la possibilità stessa di uno spazio pubblico autenticamente libero.
È su questo terreno che interviene Ginevra Cerrina Feroni, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale italiano e comparato all’Università di Firenze e Vice Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, entrando nel dibattito sulla cultura woke con una posizione netta: «La cultura woke è incompatibile con lo spirito della Costituzione».
«È un segnale incoraggiante che una parte della sinistra inizi a riconoscere – meglio tardi che mai – la deriva woke e il nefasto politicamente corretto», afferma Cerrina Feroni intervenendo nel dibattito aperto dalla lettera di Giuseppe Conte a Repubblica.
Secondo la costituzionalista, una dinamica originariamente orientata alla tutela delle minoranze e al contrasto delle disuguaglianze rischia di rovesciarsi nel proprio contrario quando determina la costruzione di un sistema di interdizioni linguistiche, culturali e sociali capace di delimitare preventivamente il perimetro delle opinioni ammissibili.
«Combattere le disuguaglianze e proteggere i più deboli era obiettivo lodevole», osserva Cerrina Feroni. Il problema nasce quando questo processo si trasforma in «uno strumento di oppressione» attraverso tabù, parole proibite e pensieri considerati indicibili, sino alla delegittimazione del dissenso e alla rilettura del passato secondo i parametri morali del presente.
Il punto, nella prospettiva costituzionale, riguarda dunque la distinzione fondamentale tra la tutela della dignità della persona e la pretesa di predeterminare il contenuto del discorso pubblico.
«Questo non è progresso. È conformismo ideologico», afferma Cerrina Feroni, ricordando un principio essenziale del costituzionalismo liberaldemocratico: «La libertà di espressione non vale solo per le idee che ci piacciono. Vale, soprattutto, per quelle che ci disturbano».
La questione assume particolare rilievo nell’attuale ecosistema digitale. Alle tradizionali forme di limitazione della parola si affiancano infatti meccanismi assai più complessi: pressione reputazionale, campagne di delegittimazione, moderazione dei contenuti, esclusione dalle piattaforme, algoritmi di raccomandazione e forme di autocensura determinate dal timore delle conseguenze sociali e professionali derivanti dall’espressione di opinioni controverse.
Il problema costituzionale diviene allora quello dell’effettività della libertà. L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero, ma nella società digitale la concreta possibilità di esercitarla non dipende esclusivamente dall’assenza di censura da parte dello Stato. Dipende anche dalle condizioni nelle quali si forma il dibattito pubblico e dal potere esercitato dai soggetti privati che controllano infrastrutture, piattaforme e meccanismi di visibilità dell’informazione.
Da qui la conclusione di Cerrina Feroni: «Difendere la libertà di parola non significa difendere discriminazioni o insulti. Significa una cosa sola: rifiutare che qualcuno, dall’alto, decida cosa sia lecito pensare, dire e ricordare».
Il pensiero conforme: il politicamente corretto come questione costituzionale
La posizione della costituzionalista si inserisce nella più ampia riflessione sviluppata nel suo recente volume Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto”, pubblicato da Rubbettino con prefazione di Natalino Irti.
Il libro, 354 pagine, affronta il politicamente corretto non come oggetto di una contrapposizione ideologica tra progressisti e conservatori, ma come problema giuridico che investe direttamente la struttura delle libertà costituzionali. Rubbettino presenta infatti il volume muovendo dalla tesi secondo cui il politicamente corretto avrebbe acquisito una propria «valenza giuridica», incidendo attraverso forme di interdizione semantica e ortodossie tematiche sulla libertà di espressione.
La domanda di fondo diventa così eminentemente costituzionale: fino a quale punto la legittima aspirazione a costruire un linguaggio rispettoso e inclusivo può tradursi nella delimitazione dello spazio del dicibile? E quando la pressione verso la conformità cessa di rappresentare una regola sociale di convivenza per trasformarsi in una restrizione sostanziale del dissenso?
È su questa linea di confine che si sviluppa l’indagine di Cerrina Feroni. Il controllo del linguaggio, il movimento woke, le politiche identitarie, gli speech codes, l’hate speech, le fake news e il ruolo delle piattaforme digitali vengono ricondotti a un interrogativo unitario: quali trasformazioni subisce la libertà di manifestazione del pensiero quando il potere di determinare le condizioni del discorso pubblico non appartiene più soltanto allo Stato?
Il tema investe uno dei problemi centrali del costituzionalismo contemporaneo. La libertà costituzionale non è infatti soltanto protezione nei confronti dell’intervento autoritativo dei pubblici poteri; richiede anche che esista uno spazio nel quale opinioni minoritarie, impopolari, provocatorie o semplicemente non conformi possano confrontarsi senza che la divergenza venga automaticamente convertita in una causa di esclusione.
La questione diventa ancora più complessa nell’epoca degli algoritmi. La capacità delle piattaforme di selezionare, ordinare, amplificare o rendere meno visibili determinati contenuti attribuisce ai grandi intermediari digitali un potere senza precedenti sulla struttura stessa dello spazio pubblico. Non si tratta necessariamente di censura nel significato classico del termine, ma di interrogarsi sulle condizioni sostanziali nelle quali può ancora esercitarsi il pluralismo.
È precisamente qui che il tema del politicamente corretto incontra il diritto costituzionale della comunicazione.
La democrazia non presuppone soltanto la possibilità formale di parlare, ma l’esistenza di un ambiente nel quale il dissenso possa manifestarsi, essere discusso e, quando necessario, radicalmente contestato senza che il conflitto delle idee venga sostituito dalla preventiva espulsione dell’interlocutore dallo spazio pubblico.
La riflessione proposta da Cerrina Feroni conduce pertanto oltre la contrapposizione tra libertà e inclusione. La questione decisiva diventa piuttosto come preservare entrambe senza trasformare la protezione della dignità in controllo delle opinioni e senza utilizzare, all’opposto, la libertà di espressione come giustificazione della discriminazione.
È una questione che riguarda direttamente il giornalismo. In una democrazia costituzionale, l’informazione non può limitarsi alla riproduzione delle opinioni prevalenti: la sua funzione risiede anche nella capacità di interrogare il potere, mettere in discussione narrazioni consolidate e garantire cittadinanza al dissenso. La libertà di stampa e il pluralismo informativo diventano, in questa prospettiva, non soltanto diritti professionali, ma condizioni strutturali della qualità democratica.
Il merito del dibattito aperto da Il pensiero conforme consiste proprio nel riportare la questione al suo fondamento: chi stabilisce, in una società libera, il confine tra ciò che può e ciò che non può essere detto?
È su questa frontiera che il confronto sulla cultura woke cessa di essere una disputa terminologica e diventa una questione propriamente costituzionale.
Il libro
Ginevra Cerrina Feroni, Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto”, prefazione di Natalino Irti, Rubbettino, 2026, 354 pp., € 28.
Scheda del volume presso Rubbettino Editore

