(AGENPARL) - Roma, 15 Agosto 2026 - Gli Stati Uniti sono ancora il maggiore produttore mondiale di energia nucleare, ma dietro la forza del loro parco di reattori si nasconde una vulnerabilità strategica: soltanto il 7% dell’uranio utilizzato nel combustibile nucleare statunitense proviene da fonti nazionali, mentre il restante 93% dipende dai mercati esteri.
Una situazione che assume un peso crescente mentre Washington punta a rilanciare l’industria nucleare, costruire reattori di nuova generazione e rafforzare la propria sicurezza energetica. La questione non riguarda soltanto l’estrazione dell’uranio: anche alcune delle fasi più delicate della catena del combustibile, a cominciare dalla conversione e dall’arricchimento, sono concentrate in un numero limitato di Paesi.
Tra questi figura la Russia, la cui posizione storicamente rilevante nel mercato dell’arricchimento ha trasformato il combustibile nucleare in un tema sempre più strettamente legato alla geopolitica.
Il punto debole della rinascita nucleare americana
L’amministrazione Trump sta promuovendo una nuova espansione dell’energia nucleare, considerata strategica sia per la sicurezza nazionale sia per soddisfare la crescente domanda di elettricità.
Ma costruire nuovi reattori non basta: occorre anche garantire loro combustibile per decenni.
Secondo i dati citati nel rapporto, nei prossimi dieci anni gli operatori nucleari statunitensi prevedono una domanda complessiva di circa 360 milioni di libbre di uranio.
I contratti di acquisto a lungo termine attualmente esistenti coprirebbero circa 174 milioni di libbre. Resterebbero quindi 186 milioni di libbre di domanda non ancora coperta, che le società elettriche dovranno assicurarsi attraverso nuovi accordi.
È un divario considerevole, soprattutto perché gli Stati Uniti non sono gli unici a voler espandere il nucleare.
La domanda mondiale di uranio è destinata a crescere
La competizione internazionale per il combustibile potrebbe infatti intensificarsi rapidamente.
Secondo le previsioni citate della World Nuclear Association, la domanda globale di uranio potrebbe aumentare del 28% entro il 2030 e quasi raddoppiare entro il 2040.
Cina e Russia hanno inoltre lavorato negli ultimi anni per assicurarsi rapporti e forniture nei principali Paesi produttori, in particolare in Asia centrale e Africa.
Per Washington la questione diventa quindi duplice: aumentare la disponibilità complessiva di combustibile e, contemporaneamente, ridurre l’esposizione a catene di approvvigionamento considerate geopoliticamente vulnerabili.
La dipendenza dall’estero potrebbe diventare ancora più problematica con la diffusione dei reattori nucleari avanzati, alcuni dei quali necessitano di combustibili differenti da quelli utilizzati tradizionalmente dal parco nucleare americano.
La corsa all’uranio prodotto negli Stati Uniti
Washington sta cercando di ricostruire una filiera nazionale dopo decenni durante i quali la produzione interna di uranio si è drasticamente ridotta.
Uno dei progetti più importanti riguarda un nuovo sito di recupero in situ (ISR) nel Texas meridionale, entrato nella fase produttiva ad aprile.
L’impianto si estende su circa 20.000 acri e, secondo le stime riportate, potrebbe produrre complessivamente 6,155 milioni di libbre di U3O8, una delle principali forme commerciali dell’ossido di uranio.
Il recupero in situ consente di estrarre l’uranio senza ricorrere alle tradizionali grandi miniere a cielo aperto o sotterranee. Una soluzione che potrebbe contribuire alla ricostruzione della capacità produttiva statunitense, anche se difficilmente basterà da sola a colmare il divario previsto.
Recuperare il combustibile nucleare esaurito
Un’altra strada presa in considerazione è quella del riciclo del combustibile nucleare.
Il combustibile rimosso dai reattori contiene infatti ancora materiali che, attraverso opportuni processi industriali, possono essere recuperati e riutilizzati.
Secondo le stime riportate, il riciclo potrebbe aumentare drasticamente il grado di sfruttamento delle risorse nucleari, riducendo contemporaneamente la quantità di nuovo uranio naturale necessaria.
Gli Stati Uniti hanno storicamente adottato un approccio differente rispetto a Paesi come la Francia, dove il riprocessamento del combustibile esaurito ha assunto un ruolo molto più importante. La nuova corsa al nucleare potrebbe tuttavia riaprire il dibattito americano sul suo utilizzo su scala industriale.
Dal plutonio delle armi al combustibile per i reattori
La strategia più insolita riguarda invece una delle eredità della Guerra Fredda.
L’amministrazione Trump starebbe valutando la possibilità di convertire oltre 50 tonnellate di plutonio di grado militare in materiale utilizzabile come combustibile per reattori civili.
Sono inoltre in corso colloqui con società impegnate nello sviluppo di reattori nucleari avanzati.
Tra queste figura Oklo, il cui amministratore delegato Jacob DeWitte ha indicato proprio la disponibilità di combustibile come uno dei principali ostacoli alla crescita dell’industria nucleare.
L’eventuale utilizzo delle scorte di plutonio potrebbe avere una duplice funzione: ridurre parte delle riserve provenienti dai programmi militari della Guerra Fredda e fornire materiale strategico a una nuova generazione di reattori.
Una sfida che va oltre l’estrazione dell’uranio
Il problema americano, tuttavia, non può essere sintetizzato semplicemente nella percentuale di uranio estratto sul territorio nazionale.
Tra la miniera e il reattore esiste una complessa filiera che comprende estrazione, conversione, arricchimento e fabbricazione del combustibile. Essere autosufficienti nella produzione mineraria senza disporre di sufficiente capacità nelle fasi successive lascerebbe comunque Washington esposta alle forniture internazionali.
È proprio questa combinazione a rendere la questione strategica.
Gli Stati Uniti puntano contemporaneamente a prolungare la vita dei reattori esistenti, costruire nuovi impianti, sviluppare piccoli reattori modulari e soddisfare una domanda elettrica crescente, alimentata anche dall’espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale.
Ma una vera rinascita nucleare americana richiederà qualcosa di più dei nuovi reattori: servirà ricostruire l’intera catena del combustibile.
Con appena il 7% dell’uranio attualmente proveniente da fonti nazionali e una domanda mondiale destinata ad aumentare rapidamente, la corsa americana verso l’indipendenza nucleare è appena cominciata.
