(AGENPARL) - Roma, 3 Ottobre 2026 - C’è un dettaglio, nella nuova fase dei rapporti tra Washington e Mosca, che dice forse più delle dichiarazioni ufficiali sullo stato dei negoziati: il petrolio.
I colloqui dell’amministrazione Trump con la Russia sulla guerra in Ucraina si sarebbero infatti allargati a una possibile operazione multimiliardaria sugli asset internazionali di Lukoil, uno dei principali gruppi petroliferi russi. Non si tratta, almeno per ora, di un accordo concluso: la transazione richiederebbe l’autorizzazione degli Stati Uniti e del Cremlino. Ma il fatto stesso che la vendita di attività petrolifere russe sia entrata nel perimetro delle discussioni diplomatiche è significativo.
La questione è emersa da un’inchiesta del New York Times, ripresa da Reuters. Il portafoglio in questione comprende attività di Lukoil fuori dalla Russia: giacimenti, raffinerie e stazioni di servizio distribuiti in diversi Paesi. Secondo le persone citate dal quotidiano americano, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe sollevato personalmente la possibilità dell’operazione durante l’incontro del 5 settembre al Cremlino con gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner. L’idea, secondo una delle fonti, sarebbe stata presentata anche come un modo per dimostrare che, nonostante la guerra e le sanzioni, Russia e Stati Uniti potrebbero tornare a fare affari.
È qui che la storia diventa più interessante della semplice vendita di una compagnia petrolifera.
Dal cessate il fuoco agli affari
Da mesi il canale americano-russo non riguarda più soltanto le condizioni per fermare i combattimenti. L’energia è diventata progressivamente una parte della discussione.
Alla fine di settembre, Kirill Dmitriev, inviato di Putin e responsabile del fondo sovrano russo, ha incontrato a Washington esponenti del Tesoro e del Dipartimento dell’Energia americano. Secondo una fonte dell’amministrazione, i colloqui hanno riguardato sia la guerra sia possibili iniziative energetiche tra Stati Uniti e Russia nel periodo successivo al conflitto.
Pochi giorni dopo è arrivata la notizia sul dossier Lukoil.
Il passaggio è importante perché suggerisce una logica più ampia: se la diplomazia deve produrre un nuovo rapporto tra Washington e Mosca, l’economia potrebbe essere uno degli strumenti attraverso cui quel rapporto viene costruito.
Non significa che le sanzioni stiano per essere cancellate, né che gli Stati Uniti abbiano già deciso di normalizzare i rapporti commerciali con la Russia. Significa piuttosto che, dentro i colloqui, cominciano a comparire questioni che appartengono alla fase successiva a un eventuale accordo: investimenti, energia, proprietà e accesso ai mercati.
E Lukoil è precisamente uno dei dossier in cui questi mondi si sovrappongono.
Perché proprio gli asset internazionali di Lukoil
La vendita non nasce dal nulla.
Gli Stati Uniti avevano già autorizzato e poi prorogato più volte le finestre temporali entro le quali potenziali acquirenti potevano negoziare con Lukoil l’acquisto delle sue attività estere. Reuters aveva riferito a maggio di un’ulteriore estensione, fino al 27 giugno, della licenza che permetteva di portare avanti queste trattative.
Il dossier esiste dunque già come questione legata alle sanzioni. La novità è che, secondo il New York Times, la sua possibile soluzione sarebbe ora entrata direttamente nel contesto dei negoziati politici tra Stati Uniti e Russia.
Anche per questo è prematuro descriverla come una sorta di “accordo petrolifero Trump-Putin”. L’operazione non è definita, non è chiusa e necessita dell’approvazione di entrambe le parti. Reuters riferisce inoltre che Casa Bianca, Tesoro americano e Lukoil non avevano risposto alle richieste di commento.
Ma il significato politico della discussione non dipende dal fatto che la vendita vada effettivamente in porto. Dipende dal fatto che un asset russo sottoposto alla pressione delle sanzioni può essere diventato, contemporaneamente, una possibile moneta di scambio nella costruzione di un nuovo rapporto economico con Mosca.
Chi potrebbe comprare
Anche la composizione del possibile gruppo di acquirenti rende il dossier particolarmente sensibile.
Secondo il New York Times, tra i soggetti interessati figurerebbe l’investitore americano Todd Boehly, insieme a due gruppi mediorientali che hanno avuto rapporti d’affari con la famiglia di Kushner o con quella di Witkoff. Sarebbe inoltre coinvolta una componente del governo statunitense.
La presenza di questi nomi non dimostra di per sé alcun conflitto di interessi né implica che Witkoff o Kushner siano personalmente beneficiari dell’operazione. Il punto documentato è un altro: persone e gruppi con rapporti d’affari con figure centrali della diplomazia americana risultano, secondo le fonti, vicini a una possibile operazione su un grande asset russo proprio mentre quelle stesse figure stanno negoziando con Mosca.
È una sovrapposizione che merita attenzione, soprattutto perché l’operazione dovrebbe passare attraverso il sistema americano delle autorizzazioni sulle attività russe sanzionate.
E proprio per questo sarebbe sbagliato saltare direttamente dalla notizia alla conclusione che esista già un’intesa politica o economica.
Il problema è che la guerra continua
C’è poi un elemento che impedisce di leggere questa storia come l’inizio lineare della normalizzazione tra Stati Uniti e Russia: sul terreno non c’è ancora quella normalizzazione.
Il 3 ottobre Volodymyr Zelensky ha detto di non vedere segnali di una reale disponibilità russa a negoziare e ha annunciato l’intenzione dell’Ucraina di intensificare gli attacchi contro le raffinerie russe, in risposta agli attacchi di Mosca contro le infrastrutture ucraine.
È una dinamica che si inserisce in una guerra nella quale l’energia è diventata uno degli obiettivi centrali.
A settembre Zelensky aveva detto di essere disposto a discutere una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, a condizione che anche la Russia facesse lo stesso. Ma aveva precisato che Kyiv non aveva accettato di interrompere unilateralmente gli attacchi contro l’industria petrolifera russa.
Le due dimensioni, quindi, procedono contemporaneamente. Da una parte, l’energia è un bersaglio della guerra. Dall’altra, l’energia sta diventando uno dei terreni sui quali Washington e Mosca cercano di immaginare un rapporto successivo alla guerra.
Ed è probabilmente questa la contraddizione più interessante della vicenda Lukoil.
Il possibile nuovo rapporto con Mosca
La politica americana nei confronti della Russia sembra così muoversi su due piani contemporaneamente: pressione e apertura.
Il primo resta legato alla guerra, alle sanzioni e al tentativo di ottenere un accordo sull’Ucraina. Il secondo guarda invece a ciò che potrebbe accadere dopo: commercio, energia, investimenti e accesso reciproco ai mercati.
I colloqui di settembre con Dmitriev, secondo Reuters, riguardavano esplicitamente possibili iniziative energetiche tra Stati Uniti e Russia nel periodo successivo al conflitto. Il dossier Lukoil si colloca esattamente in mezzo a questi due livelli.
Per Mosca, la vendita degli asset internazionali potrebbe rappresentare un modo per trasformare una situazione determinata dalle sanzioni in un’operazione commerciale controllata. Per Washington, potrebbe diventare uno dei primi casi concreti in cui la pressione economica esercitata sulla Russia viene trasformata in un meccanismo di negoziazione.
Questa, però, è ancora una possibilità. Non un risultato.
La vera posta in gioco
Per questo la storia Lukoil va letta con una certa cautela.
Non siamo davanti alla prova che Trump e Putin abbiano già trovato un accordo sull’Ucraina. Non siamo nemmeno davanti alla certezza che gli asset internazionali di Lukoil saranno venduti a un consorzio americano-mediorientale.
Siamo davanti a qualcosa di più preliminare, ma potenzialmente importante: il tentativo di trasformare il rapporto tra Stati Uniti e Russia da un rapporto quasi esclusivamente costruito attorno alla guerra e alle sanzioni in un rapporto nel quale tornano a comparire interessi economici condivisi.
E questo spiega perché il petrolio sia diventato così centrale.
La guerra in Ucraina ha usato l’energia come arma economica e militare: Mosca per finanziare lo sforzo bellico e mettere pressione sull’Europa, Kyiv per colpire una delle principali fonti di entrate russe. Ora, nei colloqui americani con Mosca, la stessa energia può diventare anche un possibile incentivo alla trattativa.
È ancora troppo presto per sapere se questo produrrà un accordo.
Ma il fatto che Washington e Mosca stiano discutendo non soltanto di come fermare una guerra, bensì anche di come potrebbero tornare a fare affari dopo quella guerra, racconta già qualcosa sulla direzione che l’amministrazione Trump sta cercando di imprimere ai negoziati.
E soprattutto pone una domanda che va oltre Lukoil: se la pace dovesse arrivare, chi controllerà i primi grandi affari che nasceranno dalla riapertura dei rapporti economici tra Stati Uniti e Russia?
Per ora, questa domanda è molto più avanti delle risposte.
