(AGENPARL) - Roma, 15 Agosto 2026 - Le tensioni diplomatiche tra Cina e Nuova Zelanda tornano a salire dopo la pubblicazione del rapporto annuale dell’intelligence neozelandese, che accusa Pechino di aver intensificato le proprie attività di spionaggio e interferenza nel Paese. L’ambasciata cinese a Wellington ha respinto con fermezza le contestazioni, definendole «infondate» e accusando a sua volta alcune forze politiche di alimentare una narrativa ostile alla Cina.
Al centro dello scontro c’è il rapporto del servizio di intelligence per la sicurezza della Nuova Zelanda, secondo cui attori collegati alla Repubblica Popolare Cinese starebbero conducendo attività di intelligence su una scala significativa, utilizzando anche strumenti apparentemente ordinari come piattaforme professionali online, collaborazioni scientifiche e progetti tecnologici.
Pechino contesta radicalmente questa ricostruzione e sostiene che normali rapporti economici, scientifici e sociali vengano sempre più spesso presentati come operazioni di influenza o spionaggio.
Pechino: «Accuse inventate di sana pianta»
La risposta cinese è arrivata attraverso l’ambasciata a Wellington. Un portavoce ha accusato l’intelligence neozelandese di partecipare a una campagna di «attacchi, calunnie e diffamazioni» contro la Cina.
Secondo la rappresentanza diplomatica, alcune delle attività indicate come sospette sarebbero in realtà normali forme di scambio e cooperazione internazionale.
«Le false accuse contro la Cina o diffamano normali scambi e cooperazione come presunto spionaggio o interferenza, oppure sono completamente infondate e inventate di sana pianta», ha affermato il portavoce.
Per Pechino, dietro questa crescente attenzione nei confronti delle attività cinesi ci sarebbe inoltre la difficoltà di alcuni ambienti politici nell’accettare lo sviluppo delle relazioni bilaterali.
L’ambasciata ha quindi utilizzato un linguaggio particolarmente duro, accusando non meglio precisate forze presenti in Nuova Zelanda di trasformarsi in strumenti delle componenti internazionali più ostili alla Cina.
«Esortiamo queste forze e questi individui a non placare la loro sete con il veleno e a non sollevare una pietra solo per lasciarsela cadere sui piedi», ha dichiarato la rappresentanza diplomatica.
Le accuse dell’intelligence neozelandese
La posizione di Wellington è molto diversa. Secondo il rapporto dell’intelligence, la Cina rappresenterebbe uno degli attori stranieri più attivi sul territorio neozelandese dal punto di vista dello spionaggio e delle operazioni di influenza.
Una delle modalità indicate riguarda l’utilizzo di siti di networking professionale.
Secondo l’agenzia, persone riconducibili agli apparati cinesi avrebbero cercato di individuare e avvicinare cittadini neozelandesi in possesso di informazioni sensibili o con accesso a segreti di Stato.
Il metodo rappresenterebbe una forma di reclutamento particolarmente difficile da individuare nelle sue fasi iniziali: un contatto apparentemente professionale potrebbe trasformarsi progressivamente in una richiesta di informazioni sempre più sensibili.
Le autorità di sicurezza ritengono quindi necessario sensibilizzare funzionari pubblici, ricercatori, personale delle infrastrutture strategiche e professionisti che potrebbero avere accesso a informazioni di interesse per governi stranieri.
Il caso dell’infrastruttura spaziale terrestre
Tra gli episodi più significativi descritti dall’intelligence figura un presunto tentativo di installare clandestinamente in Nuova Zelanda un’infrastruttura spaziale terrestre, indicata con l’acronimo GBSI.
Secondo il rapporto, dietro l’operazione ci sarebbe stato l’Osservatorio della Montagna Viola, istituzione cinese che l’intelligence neozelandese collega agli interessi strategici e militari di Pechino.
Una società locale, la cui identità non è stata resa pubblica, sarebbe stata coinvolta nel progetto.
L’aspetto più delicato è che, secondo le autorità neozelandesi, l’impresa potrebbe non essere stata consapevole delle potenziali applicazioni dell’apparecchiatura.
L’infrastruttura avrebbe infatti potuto raccogliere informazioni dotate di valore militare. L’intelligence sostiene inoltre che non si sarebbe trattato del primo tentativo di questo genere.
«Non era la prima volta che questa organizzazione tentava di installare una propria GBSI in Nuova Zelanda e difficilmente sarà l’ultima», avverte il rapporto.
Se confermato, l’episodio evidenzierebbe una delle principali difficoltà poste dalle tecnologie dual-use: infrastrutture e apparecchiature sviluppate per applicazioni scientifiche o civili possono avere contemporaneamente un’utilità strategica e militare.
Una relazione diplomatica sempre più delicata
Lo scontro sull’intelligence arriva in una fase già complessa delle relazioni tra Wellington e Pechino.
Poche settimane prima, l’ambasciata cinese aveva presentato una protesta ufficiale dopo alcune dichiarazioni del ministro degli Esteri neozelandese Winston Peters rivolte a un parlamentare di origine cinese.
Il nuovo confronto sullo spionaggio rischia pertanto di ampliare una frattura che va oltre il singolo rapporto dei servizi segreti.
Per molti anni la Nuova Zelanda ha cercato di mantenere un equilibrio particolare nei rapporti con Pechino: la Cina rappresenta un partner economico di primaria importanza, mentre sul piano della sicurezza Wellington rimane strettamente legata agli Stati Uniti, all’Australia e agli altri partner occidentali.
La Nuova Zelanda fa inoltre parte della rete di intelligence Five Eyes insieme a Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia. Questo colloca il Paese all’interno di un sistema di sicurezza occidentale che negli ultimi anni ha dedicato un’attenzione crescente alle attività cinesi nel Pacifico e nell’Indo-Pacifico.
Tecnologia e sicurezza diventano inseparabili
Il caso dell’infrastruttura spaziale mostra soprattutto quanto sia diventato difficile separare cooperazione tecnologica e sicurezza nazionale.
Stazioni terrestri, satelliti, telecomunicazioni, centri dati, università e infrastrutture digitali possono avere una funzione civile e, contemporaneamente, produrre informazioni di interesse strategico.
Per questo le agenzie occidentali stanno aumentando i controlli sugli investimenti e sulle collaborazioni che coinvolgono infrastrutture sensibili.
La Cina considera invece molte di queste iniziative parte della normale cooperazione internazionale e accusa i governi occidentali di utilizzare il concetto di sicurezza nazionale in maniera eccessivamente ampia, trasformando rapporti economici e scientifici ordinari in questioni geopolitiche.
Sono due interpretazioni profondamente diverse e proprio questa distanza rende difficile una distensione.
Il Pacifico diventa un nuovo terreno di competizione
La controversia assume inoltre un significato più ampio nel quadro della crescente competizione strategica nell’area del Pacifico.
Nuova Zelanda e Australia stanno prestando maggiore attenzione alla presenza politica, economica e tecnologica cinese nella regione, mentre Pechino continua a sviluppare rapporti commerciali, diplomatici e infrastrutturali con numerosi Paesi insulari.
Per Wellington diventa quindi sempre più complicato preservare contemporaneamente gli stretti rapporti commerciali con la Cina e l’integrazione nella struttura di sicurezza occidentale.
La nuova disputa dimostra quanto questo equilibrio sia fragile. Da una parte, l’intelligence neozelandese sostiene che sia necessario aumentare la vigilanza nei confronti delle attività attribuite a Pechino. Dall’altra, la Cina considera queste accuse parte di una progressiva politicizzazione delle relazioni bilaterali.
Il risultato è una crescente sovrapposizione tra economia, tecnologia, diplomazia e sicurezza nazionale.
Ed è proprio su questo terreno che potrebbe giocarsi la prossima fase dei rapporti tra Cina e Nuova Zelanda: non soltanto sul commercio, ma sulla capacità dei due Paesi di stabilire dove finisca la cooperazione legittima e dove, invece, cominci l’attività di intelligence.
