(AGENPARL) - Roma, 15 Agosto 2026 - Il Giappone ha commemorato l’81° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale con una solenne cerimonia a Tokyo, in un momento particolarmente delicato per la politica estera e di sicurezza del Paese. Al centro dell’attenzione è finito il discorso della prima ministra Sanae Takaichi, che ha ribadito l’impegno del Giappone per la pace ma, a differenza del suo predecessore Shigeru Ishiba, non ha utilizzato il termine “rimorso” riferendosi al passato bellico della nazione.
La scelta lessicale assume un significato particolare nel contesto delle relazioni con Cina e Corea del Sud, due Paesi nei quali la memoria dell’espansionismo e dell’occupazione giapponese continua a rappresentare una questione estremamente sensibile.
Parallelamente, Takaichi ha evitato di recarsi personalmente al controverso santuario Yasukuni, limitandosi a inviare un’offerta rituale. Quattro membri del suo governo, compreso il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi, hanno invece visitato il santuario, provocando proteste da parte di Pechino e Seul.
4.180 persone alla cerimonia di Tokyo
Alla commemorazione organizzata dal governo al Nippon Budokan hanno partecipato 4.180 persone, tra familiari dei caduti e rappresentanti delle istituzioni.
Erano presenti anche l’imperatore Naruhito e l’imperatrice Masako.
La cerimonia ricorda circa 2,3 milioni di militari e 800.000 civili giapponesi morti nel conflitto conclusosi nel 1945.
A mezzogiorno è stato osservato un minuto di silenzio. L’orario possiede un forte valore simbolico: fu infatti a mezzogiorno del 15 agosto 1945 che la popolazione giapponese ascoltò alla radio la voce dell’imperatore Hirohito annunciare l’accettazione della resa.
Per Takaichi si trattava della prima partecipazione alla cerimonia annuale in qualità di capo del governo.
Takaichi: il Giappone continuerà sulla strada della pace
Nel suo intervento, la prima ministra ha sottolineato il percorso pacifico intrapreso dal Giappone nel dopoguerra.
Takaichi ha affermato che il Paese ha “costantemente percorso la strada di una nazione che valorizza la pace” e ha compiuto ogni sforzo possibile per contribuire alla pace e alla prosperità internazionale.
Ha inoltre dichiarato che gli orrori della guerra non devono mai ripetersi e che questo impegno dovrà essere tramandato alle future generazioni.
La formulazione utilizzata dalla premier è stata tuttavia attentamente osservata perché differisce da quella pronunciata nel 2025 dal predecessore Shigeru Ishiba.
La parola “rimorso” scompare dal discorso
Ishiba aveva promesso di tenere a mente il “rimorso” del Giappone per la guerra, accompagnando quelle parole con un fermo impegno a rinunciare alla guerra.
Era stata una scelta significativa: Ishiba era infatti diventato il primo capo del governo giapponese in 13 anni a utilizzare nuovamente il concetto di rimorso durante la commemorazione nazionale del 15 agosto.
Takaichi non ha seguito quella strada.
Nel suo discorso non ha fatto riferimento al “rimorso” e non ha menzionato direttamente l’aggressione militare giapponese in Asia, compresi gli eventi riguardanti la Cina e la penisola coreana.
Non è tuttavia la prima premier del periodo recente a evitare questi riferimenti. Anche diversi predecessori avevano progressivamente modificato il linguaggio utilizzato nelle commemorazioni.
La differenza appare più marcata se confrontata con il periodo precedente al secondo governo di Shinzo Abe, iniziato nel dicembre 2012. Prima di allora, i primi ministri giapponesi avevano ripetutamente inserito nei loro interventi riferimenti all’aggressione e al rimorso per il passato bellico.
Una sottile differenza anche sugli “orrori della guerra”
È stata osservata anche un’altra sfumatura.
I precedenti capi di governo avevano utilizzato una formulazione equivalente a: “Non dobbiamo mai ripetere gli orrori della guerra”.
Takaichi ha invece affermato che “gli orrori della guerra non devono mai essere ripetuti”.
La differenza può apparire minima, ma nel contesto delle commemorazioni ufficiali giapponesi ogni modifica a formule consolidate viene attentamente analizzata per comprenderne il possibile significato politico.
La premier ha comunque aggiunto che, nonostante siano trascorsi ormai 81 anni, il trascorrere del tempo non modificherà l’impegno del Giappone a mantenere quella promessa e a trasmetterla di generazione in generazione.
Naruhito esprime “profondo rammarico”
Il tono dell’imperatore Naruhito è rimasto invece sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti.
L’imperatore ha espresso “profondo rammarico” e auspicato che la memoria delle sofferenze patite durante e dopo il conflitto continui a essere tramandata alle nuove generazioni.
Naruhito ha quindi manifestato la speranza che il ricordo del passato contribuisca alla ricerca della pace e della felicità futura.
La continuità delle parole imperiali assume particolare rilevanza perché la monarchia giapponese occupa una posizione simbolica centrale nelle commemorazioni della guerra.
La testimonianza dei familiari dei caduti
Alla cerimonia ha parlato anche Takeshi Kanamori, 84 anni, in rappresentanza dei familiari delle vittime.
Kanamori perse il padre sull’isola filippina di Luzon e ha ricordato come, a più di otto decenni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il mondo continui ad assistere a guerre, conflitti e vittime.
Ha espresso la speranza che la pace possa essere raggiunta il prima possibile.
La composizione generazionale dei partecipanti alla cerimonia ha mostrato contemporaneamente quanto la memoria della guerra stia passando dalla generazione che la visse direttamente ai suoi discendenti.
Il partecipante più anziano era Kazuhiko Takahashi, 98 anni, proveniente da Kawasaki. Il più giovane era invece Ryoyu Tachihara, di appena tre anni, il cui bisnonno morì sull’isola filippina di Mindanao.
Takaichi evita Yasukuni
Parallelamente alla cerimonia ufficiale, l’attenzione politica si è concentrata sul santuario Yasukuni di Tokyo.
Takaichi ha scelto di non visitarlo personalmente, inviando invece un’offerta rituale.
La decisione è particolarmente significativa considerando la storia politica della premier. Prima di arrivare alla guida del governo, Takaichi era infatti solita recarsi al santuario in occasione delle festività stagionali e dell’anniversario del 15 agosto.
Da quando è diventata primo ministro ha adottato una linea più prudente, interpretata come il tentativo di evitare un ulteriore deterioramento dei rapporti con Cina e Corea del Sud.
Secondo quanto riferito da un alto dirigente del Partito Liberal Democratico, Takaichi avrebbe pagato personalmente l’offerta effettuata in qualità di presidente del partito.
Il gesto rivolto verso il santuario
La premier ha comunque compiuto un gesto che non è passato inosservato.
Arrivando al Nippon Budokan, situato nei pressi di Yasukuni, Takaichi si è rivolta nella direzione del santuario e ha compiuto una sequenza rituale: due inchini, due battiti delle mani e un ulteriore inchino.
Il gesto è stato interpretato come un atto di venerazione shintoista effettuato a distanza.
La scelta sembra riflettere il delicato equilibrio politico che Takaichi deve mantenere: da una parte una componente conservatrice che attribuisce grande importanza alle visite a Yasukuni; dall’altra la necessità di gestire rapporti diplomatici già difficili con Pechino e delicati con Seul.
Perché Yasukuni provoca controversie internazionali
Il santuario commemora circa 2,5 milioni di caduti legati alle guerre combattute dal Giappone, ma la controversia internazionale deriva soprattutto dalla presenza, tra le persone venerate, di leader del periodo bellico condannati come criminali di guerra.
Nel 1978 furono infatti consacrati nel santuario anche 14 esponenti classificati come criminali di guerra di Classe A.
Tra questi figura Hideki Tojo, primo ministro durante gran parte della guerra del Pacifico, condannato dal Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente e giustiziato nel 1948.
Per questo motivo le visite di primi ministri e ministri giapponesi vengono regolarmente contestate soprattutto da Cina e Corea del Sud.
Pechino collega Yasukuni all’aggressione giapponese contro la Cina, mentre Seul richiama il periodo della dominazione coloniale giapponese sulla penisola coreana, durata dal 1910 al 1945.
Quattro ministri visitano il santuario
Nonostante l’assenza di Takaichi, quattro membri del governo si sono recati personalmente a Yasukuni.
Tra questi il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi, che dopo la visita ha dichiarato di aver rinnovato il proprio impegno a rinunciare alla guerra e a continuare ad adempiere alle responsabilità del Giappone come nazione che, dalla conclusione del conflitto, ha perseguito la pace.
Koizumi è diventato il primo ministro della Difesa in carica di cui sia stata confermata una visita a Yasukuni nell’anniversario della resa dopo quella effettuata da Minoru Kihara il 15 agosto 2024.
Gli altri membri del governo che hanno visitato il santuario sono Minoru Kiuchi, ministro responsabile della politica economica e fiscale, Kimi Onoda, ministro della sicurezza economica, e Hitoshi Kikawada, responsabile delle questioni relative a Okinawa e ai Territori del Nord.
Anche importanti esponenti del Partito Liberal Democratico si sono recati al santuario, tra cui il segretario generale Shunichi Suzuki, Haruko Arimura e Yasutoshi Nishimura.
Cina e Corea del Sud protestano
La scelta di Takaichi di non recarsi personalmente a Yasukuni non è stata sufficiente a evitare reazioni internazionali.
La Cina ha espresso forte disapprovazione e protesta per gli sviluppi legati alla commemorazione, mentre anche la Corea del Sud ha manifestato rammarico.
Le reazioni dimostrano quanto Yasukuni continui a rappresentare, oltre ottant’anni dopo la guerra, un elemento sensibile della diplomazia dell’Asia orientale.
La questione non riguarda solamente il modo in cui il Giappone ricorda i propri caduti, ma anche l’interpretazione del suo passato coloniale e militare.
Taiwan pesa sui rapporti tra Cina e Giappone
L’anniversario arriva inoltre mentre i rapporti tra Tokyo e Pechino attraversano una fase particolarmente difficile.
Le tensioni sono aumentate dopo che Takaichi ha suggerito in Parlamento che un eventuale attacco contro Taiwan potrebbe determinare per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”.
Una simile classificazione potrebbe avere importanti implicazioni per l’eventuale coinvolgimento delle Forze di autodifesa giapponesi, soprattutto nel quadro dell’alleanza militare con gli Stati Uniti.
Per Pechino, che considera Taiwan parte del territorio cinese, qualsiasi indicazione di un possibile coinvolgimento militare giapponese rappresenta una questione estremamente sensibile.
La memoria della Seconda Guerra Mondiale si intreccia così con le tensioni strategiche contemporanee nel Mar Cinese Orientale e nello Stretto di Taiwan.
Il Giappone sta trasformando la propria politica di difesa
La commemorazione dell’81° anniversario avviene anche mentre Tokyo sta progressivamente rafforzando le proprie capacità militari.
La Costituzione giapponese del dopoguerra, e in particolare il suo articolo 9, ha costituito per decenni il fondamento dell’identità pacifista del Paese. Negli ultimi anni, tuttavia, il deterioramento del quadro di sicurezza regionale ha spinto Tokyo verso una profonda revisione della propria postura strategica.
Il Giappone ha aumentato considerevolmente gli investimenti nella difesa e ha progressivamente modificato le restrizioni riguardanti il trasferimento all’estero di equipaggiamenti militari.
Nel dibattito politico giapponese, questo processo viene presentato dai sostenitori come un adattamento necessario alle nuove minacce regionali. Per i critici, invece, pone interrogativi sul rapporto tra il pacifismo del dopoguerra e la crescente normalizzazione del ruolo militare del Paese.
Proprio per questo, le parole pronunciate dal primo ministro il 15 agosto assumono un significato che va oltre la commemorazione storica.
Nessun premier in carica visita Yasukuni dal 2013
L’ultimo primo ministro giapponese in carica a recarsi al santuario Yasukuni è stato Shinzo Abe, mentore politico di Takaichi, nel dicembre 2013.
La visita provocò forti reazioni non soltanto in Cina e Corea del Sud, ma generò disagio anche tra altri partner internazionali del Giappone.
Da allora i successivi primi ministri hanno evitato di ripetere il gesto durante il proprio mandato, pur continuando in alcuni casi a inviare offerte rituali.
Takaichi aveva precedentemente affermato che avrebbe deciso “in modo appropriato” su eventuali visite future e che Yasukuni non avrebbe dovuto trasformarsi in una questione diplomatica.
In un programma televisivo a febbraio aveva inoltre spiegato che, prima di un’eventuale visita, avrebbe cercato di ottenere comprensione dagli Stati Uniti e dai Paesi vicini.
Yasukuni vieta cosplay e false uniformi militari
Quest’anno il santuario è entrato nelle cronache anche per una decisione riguardante il comportamento dei visitatori.
Yasukuni ha annunciato il divieto di cosplay e di abbigliamento militare privo di una reale giustificazione istituzionale o professionale all’interno del complesso.
Secondo il santuario, negli ottant’anni trascorsi dalla fine della guerra sono naturalmente diventate sempre più rare le visite di persone che avevano effettivamente prestato servizio militare e che indossavano uniformi dell’epoca.
Parallelamente sarebbe aumentato il numero di visitatori senza una particolare qualifica o legame con le forze armate che si presentano indossando uniformi militari.
Il santuario ha spiegato che la misura, valida durante tutto l’anno e non soltanto il 15 agosto, mira a preservare la “serenità e la dignità” del luogo.
Restano invece consentite le uniformi indossate in virtù di una reale appartenenza professionale, comprese quelle dei membri delle Forze di autodifesa giapponesi e del personale militare straniero.
Memoria storica e sicurezza contemporanea si incontrano
L’81° anniversario della resa mostra quindi quanto il 15 agosto continui a rappresentare per il Giappone qualcosa di più di una semplice ricorrenza storica.
La commemorazione si trova all’intersezione di almeno tre grandi questioni: la memoria della guerra, l’identità pacifista costruita dal Giappone dopo il 1945 e la trasformazione della sua politica di sicurezza di fronte alle nuove tensioni geopolitiche.
L’omissione del termine “rimorso” dal discorso di Takaichi acquista rilevanza soprattutto perché arriva dopo la scelta opposta compiuta da Ishiba appena un anno prima.
Allo stesso tempo, la decisione di non visitare personalmente Yasukuni mostra che la premier sembra consapevole dei costi diplomatici che un gesto del genere potrebbe comportare.
La presenza di quattro ministri al santuario, le proteste di Cina e Corea del Sud, le tensioni su Taiwan e il rafforzamento delle capacità militari giapponesi dimostrano però che il rapporto del Giappone con il proprio passato continua a essere inseparabile dalle grandi questioni strategiche del presente.
Ottantuno anni dopo la resa, Tokyo continua dunque a confrontarsi con un difficile equilibrio: ricordare i propri caduti, preservare l’identità pacifista del dopoguerra, affrontare le responsabilità storiche e contemporaneamente prepararsi a un ambiente di sicurezza asiatico molto più instabile.
