(AGENPARL) - Roma, 24 Luglio 2026 - Amin Bassioud e prevenire nuove tragedie»*
Mohamed Amin Bassioud è morto suicida a 22 anni durante una perquisizione
dei carabinieri. Secondo quanto testimoniato dalla madre, Mohamed viveva
una condizione di forte disagio psicologico, aggravata dal fatto di essere
agli arresti domiciliari. Quello che doveva essere un controllo di routine
si è trasformato in una tragedia. Le forze dell'ordine riferiscono di aver
rinvenuto circa cento grammi di hashish e di aver quindi ammanettato il
giovane, il quale si sarebbe poi lanciato dal balcone. La madre contesta
con fermezza questa ricostruzione.
Quello che appare ormai evidente nel nostro Paese è che le forze
dell'ordine non dispongono di una formazione adeguata per affrontare
situazioni che coinvolgono persone con fragilità psichiche, come nel caso
di Mohamed e, prima ancora, di Abderrahim Fakir a Bologna. In circostanze
di questo tipo, l'approccio repressivo e coercitivo continua troppo spesso
a prevalere su quello della tutela della persona, con conseguenze talvolta
drammatiche.
Non si può ignorare la testimonianza della madre di Mohamed, che riferisce
circostanze che, se confermate, renderebbero questa vicenda ancora più
grave. Sostiene infatti che il figlio sarebbe stato chiuso nella propria
stanza senza la possibilità di ricevere il suo aiuto e che le sarebbe stato
impedito di raggiungerlo e prestargli soccorso fino all'arrivo del 118.
Dalla lettera del suo avvocato emerge inoltre che Mohamed aveva già tentato
il suicidio ed era seguito da una struttura specializzata. Sempre secondo
il legale, il ragazzo viveva con il costante timore degli interventi delle
forze dell'ordine.
Questa tragedia, purtroppo, non rappresenta un caso isolato. Sempre più
spesso assistiamo a episodi in cui, durante perquisizioni o interventi
delle forze dell'ordine, soprattutto giovanissimi arrivano a togliersi la
vita. È un fenomeno che impone una riflessione profonda sul modello
repressivo adottato nel nostro Paese. Mohamed si trovava agli arresti
domiciliari per un procedimento legato alle droghe leggere, non per reati
di sangue. Anche alla luce del dibattito sulla giustizia, riteniamo sia
arrivato il momento di affrontare con coraggio il tema della
depenalizzazione delle droghe leggere, superando un approccio che continua
a criminalizzare migliaia di giovani senza produrre maggiore sicurezza per
la collettività.
Mentre Cosenza è sempre più schiava del traffico e del consumo di cocaina,
fenomeni che alimentano il potere della criminalità organizzata e producono
un enorme danno sociale, si continua a concentrare una parte significativa
dell'azione repressiva su vicende legate alle droghe leggere. È una
strategia che non ha prodotto né maggiore sicurezza né una riduzione del
consumo di sostanze e che merita di essere profondamente ripensata.
Ci auguriamo che la magistratura faccia piena luce su quanto accaduto,
accertando ogni eventuale responsabilità. Ma è altrettanto necessario
lavorare affinché tragedie come questa non si ripetano. Non possiamo più
accettare che delle persone perdano la vita durante interventi nei quali lo
Stato dovrebbe garantire innanzitutto la tutela della loro incolumità.
Noi di Rifondazione Comunista siamo convinti che la sicurezza non si
costruisca attraverso la repressione indiscriminata, ma investendo nella
salute mentale, nei servizi sociali, nella prevenzione, nella riduzione del
danno e in un sistema di giustizia capace di coniugare legalità, diritti e
dignità della persona. Una società più giusta è una società che cura,
accompagna e previene, non una società che risponde a ogni problema con la
sola logica della punizione.
Rifondazione Comunista – Circolo "Gullo-Mazzotta" di Cosenza
