(AGENPARL) - Roma, 6 Giugno 2026 - Il rapporto annuale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riporta al centro del dibattito internazionale due delle crisi più longeve del dopoguerra: la questione del Jammu e Kashmir e quella palestinese. Il rappresentante permanente del Pakistan, l’ambasciatore Asim Iftikhar Ahmad, ha ribadito davanti all’Assemblea Generale la necessità di una risoluzione conforme ai mandati dell’organo di 15 membri, sottolineando come la disputa sul Kashmir, attiva da oltre sette decenni, richieda un intervento definitivo basato sul diritto all’autodeterminazione.
Il nodo Kashmir Il Pakistan ha ricordato che, nel corso del 2025, sono state oltre venti le comunicazioni riguardanti la “questione India-Pakistan” portate all’attenzione del Consiglio, a testimonianza di una tensione costante. La posizione di Islamabad è ferma: la pace duratura nell’Asia meridionale è subordinata a un equo accordo che rispetti le risoluzioni ONU.
La risposta di Nuova Delhi non si è fatta attendere. L’ambasciatore indiano Parvathaneni Harish ha replicato con fermezza definendo il Kashmir “parte integrante dell’India”, rigettando ogni ingerenza. Il successivo diritto di replica del delegato pakistano Gul Qaiser Sarwani ha inasprito i toni, accusando l’India di violazioni sistematiche dei diritti umani e di negare al popolo kashmiro il diritto al voto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
L’agenda internazionale e la riforma del Consiglio Accanto alla questione del Kashmir, l’ambasciatore pakistano ha posto l’accento sulla crisi di Gaza, definendo “imperativa” la piena attuazione della risoluzione 2803. Il Pakistan ha inoltre colto l’occasione per rilanciare il tema della riforma del Consiglio di Sicurezza.
“Riforma per tutti, privilegio per nessuno”: con questo slogan, il diplomatico pakistano ha criticato l’uso del potere di veto e la struttura attuale dell’organo, definendo l’espansione dei membri permanenti un ostacolo al multilateralismo democratico che l’ONU dovrebbe perseguire.
