(AGENPARL) - Roma, 30 Maggio 2026 - Mentre il mondo è distratto dai conflitti, la legge cinese sulle rinnovabili segna il passo della nuova politica estera: chi domina la transizione scrive le regole del mercato di domani.

Il dibattito contemporaneo sulla politica estera è spesso oscurato dalle dinamiche dei conflitti militari. Tuttavia, la vera trasformazione negli equilibri di potere tra le nazioni non sta avvenendo nei teatri di guerra, ma attraverso una metamorfosi infrastrutturale che dura da due decenni: la transizione energetica.
La Renewable Energy Law (REL) cinese, che quest’anno festeggia il suo ventesimo anniversario, rappresenta oggi un caso di studio imprescindibile per comprendere come una legislazione lungimirante possa ridefinire la sovranità di uno Stato.
Il passaggio dal sussidio alla competizione
L’evoluzione della legge cinese non è stata lineare, ma frutto di una strategia di adattamento costante. Inizialmente, il quadro normativo è stato deliberatamente sbilanciato a favore della rapidità di implementazione rispetto all’efficienza economica, creando le basi per un mercato nazionale delle rinnovabili.
Il punto di svolta è arrivato con l’integrazione di meccanismi di mercato: il passaggio dalle tariffe fisse (feed-in tariffs) alle aste competitive ha costretto l’intera filiera industriale a un’innovazione tecnologica accelerata. Il risultato odierno è la grid parity: una condizione in cui l’energia rinnovabile compete sul mercato senza necessità di sussidi, equiparandosi al costo del carbone.
Energia come pilastro della sicurezza nazionale
La Cina ha compreso con largo anticipo che la dipendenza dai combustibili fossili non è solo un problema ambientale, ma una vulnerabilità strategica. Decentralizzando la produzione energetica — con modelli che spaziano dalle grandi utility-scale ai sistemi off-grid per le aree rurali — Pechino ha ridotto la propria esposizione alla volatilità dei prezzi globali delle materie prime energetiche.
Nel 2025, il settore dell’energia pulita ha generato oltre un terzo della crescita del PIL cinese. Questo dato non indica solo una “svolta verde”, ma una strategia di contenimento del rischio: un sistema energetico basato su tecnologie prodotte internamente è intrinsecamente più resiliente di uno basato sull’importazione di petrolio o gas soggetti a ricatti geopolitici.
Lezioni per il futuro
Mentre Pechino si prepara a una nuova revisione della legge per il 2026, l’attenzione si sposta ora sulla gestione della complessità: stoccaggio energetico, flessibilità della rete e gestione del ciclo di vita dei materiali diventano i nuovi orizzonti normativi.
Per i Paesi del Global South che cercano modelli di sviluppo sostenibile, l’esperienza cinese offre un insegnamento tecnico prima che ideologico: la transizione non avviene attraverso proclami, ma attraverso un quadro legale solido che garantisce certezza agli investitori e definisce obiettivi chiari. In un mondo segnato dall’instabilità, la capacità di un Paese di autoprodurre energia rappresenta la forma più concreta di indipendenza politica.
La lezione è evidente: chi domina la tecnologia della transizione energetica non si limita a ridurre le emissioni, ma costruisce il perimetro della propria influenza nei decenni a venire.
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