(AGENPARL) - Roma, 4 Aprile 2026 - Il dibattito su cosa significhi essere donna nello sport torna al centro della scena internazionale, con l’introduzione del test genetico SRY per l’accesso alle competizioni femminili alle Olimpiadi. Secondo quanto riportato dal quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung, la misura solleva interrogativi complessi che intrecciano scienza, etica e diritti.
Il nuovo regolamento del Comitato Olimpico Internazionale prevede che, a partire dai Giochi di Los Angeles 2028, le atlete debbano risultare negative al test del gene SRY per poter competere nella categoria femminile. Questo gene, situato sul cromosoma Y, è associato allo sviluppo sessuale maschile.
Il test, effettuato tramite saliva o sangue, dovrebbe essere eseguito una sola volta nella carriera sportiva. Tuttavia, la sua introduzione ha riacceso un acceso confronto. Se da un lato le istituzioni sportive sostengono che la misura sia necessaria per garantire equità nelle competizioni, dall’altro numerosi esperti mettono in dubbio la sua validità scientifica.
La determinazione del sesso biologico, infatti, è molto più complessa della semplice presenza o assenza di un singolo gene. Esistono condizioni come le differenze dello sviluppo sessuale (DSD), in cui individui geneticamente XY possono sviluppare caratteristiche femminili e vivere come donne. In passato, test simili hanno prodotto risultati controversi, arrivando a escludere atlete poi riconosciute come biologicamente femminili.
Secondo diversi scienziati, il test SRY rappresenta una semplificazione eccessiva di una realtà biologica articolata. Il rischio è quello di creare discriminazioni e nuove ingiustizie, colpendo non solo atlete transgender, ma anche donne con caratteristiche genetiche atipiche.
La questione assume anche una dimensione storica: i test di verifica del sesso nello sport, introdotti già negli anni ’60, sono stati più volte abbandonati proprio per la loro inaffidabilità e per l’impatto negativo sulla dignità delle atlete.
Oggi, con il ritorno della genetica come criterio di selezione, il mondo sportivo si trova nuovamente davanti a un dilemma: come bilanciare equità competitiva e inclusione, senza ridurre l’identità umana a una semplice formula biologica.