(AGENPARL) - Roma, 16 Ottobre 2026 - Dall’India alla Francia, fino alle manifestazioni studentesche in Italia, le nuove generazioni tornano a occupare le piazze. Disoccupazione, istruzione, disuguaglianze e sfiducia nelle istituzioni alimentano proteste che attraversano i confini nazionali. I precedenti di Bangladesh e Nepal riaprono il confronto con il 1968, ma pongono una domanda ancora più attuale: stiamo assistendo a un effetto domino o alla risposta simultanea a una crisi delle aspettative?
Le piazze tornano a riempirsi di giovani e, questa volta, il fenomeno non riguarda un solo Paese. Dall’India alla Francia, fino alle manifestazioni studentesche italiane, si moltiplicano le mobilitazioni di una generazione che mette in discussione il rapporto tra istruzione, lavoro, rappresentanza politica e futuro. Le cause immediate cambiano da una società all’altra, così come cambiano i governi contestati e le rivendicazioni. Eppure, osservando questi movimenti nel loro insieme, emerge una questione comune: la crescente distanza tra le opportunità promesse ai giovani e quelle che molti ritengono di poter effettivamente raggiungere.
Il confronto con il Sessantotto nasce quasi spontaneamente. Anche allora le proteste attraversarono Paesi diversi, trasformando università e strade in luoghi di contestazione dell’autorità e delle gerarchie sociali. Ma cinquantotto anni dopo, le condizioni economiche, gli strumenti di comunicazione e la stessa idea di partecipazione politica sono profondamente cambiati. Parlare di un nuovo Sessantotto può aiutare a individuare alcune analogie, purché non diventi una scorciatoia per attribuire a movimenti differenti un’identità che non hanno ancora dimostrato di condividere.
L’India offre oggi uno degli esempi più significativi. Come riportato da Reuters il 16 ottobre, le manifestazioni contro il governo del primo ministro Narendra Modi stanno assumendo una dimensione che, secondo le valutazioni dell’organizzazione indipendente ACLED, potrebbe portare il numero delle proteste di piazza del 2026 ai livelli più elevati dell’ultimo decennio. Al centro della mobilitazione si trova la contestazione della revisione delle liste elettorali, che opposizione e attivisti ritengono favorevole al Bharatiya Janata Party, il partito di governo. Le autorità elettorali e il BJP respingono queste accuse, sostenendo la legittimità delle procedure e attribuendo i risultati elettorali al consenso raccolto dal governo.
La controversia istituzionale si intreccia però con un disagio economico più profondo. L’India registra da anni tassi di crescita rilevanti, ma una parte della popolazione giovanile fatica a trasformare il percorso di studi in un’occupazione adeguata. Secondo i dati richiamati da Reuters, la disoccupazione tra i giovani indiani di età compresa tra 15 e 29 anni era pari al 9,9% nel 2025. Ancora più marcata risulta la difficoltà dei laureati più giovani: il rapporto State of Working India 2026 dell’Azim Premji University indica un tasso di disoccupazione vicino al 40% tra i laureati di 15-25 anni. È una fotografia di una componente specifica della popolazione, non dell’intera gioventù indiana, ma contribuisce a spiegare perché il tema delle opportunità sia diventato centrale nelle proteste.
A rendere il movimento particolarmente riconoscibile è stata anche la nascita del Cockroach Janta Party, una mobilitazione giovanile sviluppatasi dalla satira online e poi approdata nelle strade. Il nome, volutamente provocatorio, si richiama a una controversia legata al linguaggio utilizzato nei confronti dei disoccupati. Il passaggio dall’ironia digitale all’organizzazione di manifestazioni rivela una caratteristica della partecipazione contemporanea: uno slogan nato sui social può diventare rapidamente un simbolo politico, aggregando persone che non necessariamente appartengono alle strutture tradizionali dei partiti.
La tensione resta elevata. Nella giornata del 16 ottobre, secondo Reuters e Associated Press, il fondatore del movimento Abhijeet Dipke è stato fermato dalla polizia prima di una manifestazione a Nuova Delhi. La protesta ha comunque richiamato migliaia di persone, impegnate a chiedere le dimissioni del responsabile della Commissione elettorale. La vicenda segnala una mobilitazione ancora attiva, ma non autorizza conclusioni affrettate sulla stabilità del governo. Modi conserva una struttura politica consolidata, mentre le prossime elezioni generali sono previste nel 2029. L’intensità delle piazze e la capacità di tradurre il dissenso in risultati elettorali rimangono due questioni distinte.
Per comprendere la portata del fenomeno indiano è utile guardare ai precedenti regionali. In Bangladesh, nel 2024, una mobilitazione partita dalla contestazione delle quote di accesso agli impieghi pubblici si trasformò in una crisi politica che portò alle dimissioni della prima ministra Sheikh Hasina. In Nepal, nel settembre 2025, il divieto imposto a diverse piattaforme social contribuì a innescare proteste alimentate anche dalla denuncia della corruzione e dei privilegi delle élite, fino alle dimissioni del primo ministro K.P. Sharma Oli. In entrambi i casi i giovani ebbero un ruolo determinante, ma le condizioni istituzionali e gli sviluppi furono differenti.
Queste esperienze mostrano anche i limiti della definizione di «rivoluzione della Generazione Z». Un movimento può riuscire a provocare un cambiamento di governo senza necessariamente costruire una forza politica capace di consolidarsi nel tempo. In Bangladesh, per esempio, le successive competizioni elettorali hanno evidenziato la difficoltà delle organizzazioni nate dalla protesta a competere con partiti dotati di reti territoriali e strutture consolidate. La capacità di mobilitare una piazza non coincide automaticamente con quella di governare un Paese.
Se l’Asia meridionale rappresenta il versante più drammatico di questa stagione di contestazioni, la Francia mostra una dinamica diversa. Qui la mobilitazione studentesca si è sviluppata attorno alle condizioni dell’istruzione, al costo della vita, alle prospettive sociali e alle scelte di bilancio. Il 13 ottobre, secondo ANSA, migliaia di liceali, universitari e insegnanti hanno manifestato a Parigi, Marsiglia, Lione e Strasburgo. Le organizzazioni studentesche hanno inoltre discusso la possibilità di collegare le proprie iniziative ad altre forme di protesta sociale, compreso il movimento dei gilet gialli.
È un passaggio importante perché indica il tentativo di superare i confini delle rivendicazioni strettamente scolastiche. Quando il tema dell’istruzione si collega a quello dell’abitazione, del reddito e della distribuzione delle risorse pubbliche, la protesta studentesca può entrare in relazione con settori più ampi della società. Non significa necessariamente che tale convergenza si realizzerà, ma rende comprensibile perché le autorità e le organizzazioni politiche osservino con attenzione l’evoluzione delle mobilitazioni francesi.
L’Italia, in questo quadro, non è soltanto uno spettatore. Le occupazioni e le iniziative studentesche avviate nelle prime settimane di ottobre hanno mostrato un collegamento esplicito con quanto accade oltre le Alpi. Già il 6 ottobre, ANSA riportava lo slogan «Facciamo come in Francia» utilizzato nell’ambito delle prime occupazioni scolastiche, insieme alla presenza di una delegazione di studenti italiani a Parigi. È un elemento che consente di parlare di influenza diretta tra movimenti, almeno sul piano dei contatti e delle forme di mobilitazione.
Le manifestazioni italiane del 16 ottobre si inseriscono in questa stagione di attivismo, ma conservano rivendicazioni proprie, legate alla scuola, alle condizioni materiali degli studenti e a questioni politiche e sociali nazionali. Ridurle a una semplice imitazione della protesta francese sarebbe inesatto. I movimenti possono prendere esempio gli uni dagli altri senza perdere le ragioni specifiche che li hanno fatti nascere.
È qui che l’espressione «effetto domino» richiede una distinzione. Un domino presuppone che un evento ne provochi direttamente un altro. Tra Francia e Italia esistono segnali documentati di emulazione, solidarietà e contatto tra studenti. Tra India, Bangladesh, Nepal ed Europa, invece, il quadro appare più complesso: la contemporaneità delle proteste e la somiglianza di alcune rivendicazioni non dimostrano l’esistenza di una regia comune né di una catena causale unica. Più che un movimento mondiale già organizzato, si osserva una circolazione internazionale di linguaggi, simboli ed esperienze che possono rafforzare mobilitazioni nate in contesti differenti.
La trasformazione tecnologica rende questa circolazione incomparabilmente più rapida rispetto al passato. Nel 1968 le idee viaggiavano attraverso assemblee universitarie, giornali, manifesti, organizzazioni politiche e reti intellettuali. Oggi un video girato durante una manifestazione può raggiungere milioni di persone in poche ore. La diffusione di immagini e slogan riduce le distanze simboliche tra giovani che vivono in continenti diversi, ma introduce anche un’ambiguità: la condivisione di un contenuto non equivale all’adesione a un programma politico comune.
Anche il confronto economico con il Sessantotto presenta differenze sostanziali. Molte proteste di allora si svilupparono in società industriali attraversate dall’espansione dell’istruzione superiore, dall’aumento dei consumi e dalla trasformazione dei rapporti familiari e culturali. Una parte della contestazione riguardava l’autorità e i valori di un sistema che, pur distribuendo benessere in modo diseguale, offriva prospettive di mobilità sociale a fasce crescenti della popolazione.
Oggi, in diversi Paesi, la questione appare quasi rovesciata. L’accesso all’istruzione non garantisce necessariamente un impiego coerente con le qualifiche ottenute; l’ingresso nel mercato del lavoro può essere segnato dalla precarietà; l’indipendenza economica e abitativa viene rinviata. La frustrazione non nasce soltanto dal rifiuto delle regole esistenti, ma dalla percezione che rispettarle non sia più sufficiente per raggiungere gli obiettivi promessi.
Questo non significa che tutti i giovani condividano le stesse condizioni o le medesime opinioni. La Generazione Z comprende persone appartenenti a società, classi sociali e contesti politici profondamente differenti. Una categoria anagrafica può aiutare a descrivere alcune tendenze, ma non sostituisce l’analisi delle disuguaglianze interne, delle differenze territoriali e delle motivazioni individuali. Allo stesso modo, la presenza di giovani in una manifestazione non rende automaticamente quella protesta rappresentativa dell’intera generazione.
Il nodo politico riguarda allora la capacità delle istituzioni di rispondere a domande che attraversano sistemi molto diversi. In India, la fiducia nelle procedure elettorali si intreccia con il problema del lavoro. In Francia, il confronto sulle risorse destinate all’istruzione si collega al disagio sociale. In Italia, la protesta scolastica cerca interlocutori e visibilità anche attraverso il richiamo alle esperienze europee. In Bangladesh e Nepal, le mobilitazioni hanno già mostrato come rivendicazioni inizialmente circoscritte possano assumere una dimensione istituzionale più ampia.
Il nuovo Sessantotto, dunque, non è ancora un fatto storico riconoscibile, ma una domanda legittima posta dall’attualità. Le proteste della Generazione Z non costituiscono un movimento globale unitario e non producono ovunque le stesse conseguenze. Mostrano però che, in società molto differenti, una parte dei giovani torna a considerare la mobilitazione collettiva uno strumento per intervenire sul proprio futuro. L’effetto domino più significativo potrebbe non essere la caduta di un governo dopo l’altro, ma la diffusione di una convinzione: quando istruzione, crescita economica e istituzioni non riescono più a tradursi in prospettive credibili, la distanza tra una generazione e il sistema che dovrebbe rappresentarla diventa essa stessa una questione politica internazionale.
