(AGENPARL) - Roma, 15 Ottobre 2026 - Il Pentagono ha elaborato nuove opzioni militari contro l’Iran che comprenderebbero attacchi alle infrastrutture energetiche e ai siti nucleari, con il possibile utilizzo della GBU-43/B MOAB, il più potente ordigno convenzionale di questo tipo nell’arsenale americano. La decisione spetterebbe a Donald Trump, mentre all’interno dell’amministrazione emergono dubbi sull’efficacia di ulteriori bombardamenti e sulla possibilità di concludere il conflitto senza un accordo diplomatico.
Gli Stati Uniti stanno valutando nuove operazioni militari contro l’Iran, compresa la possibilità di utilizzare la GBU-43/B Massive Ordnance Air Blast, conosciuta come «madre di tutte le bombe», contro infrastrutture energetiche e installazioni nucleari iraniane. Lo riferisce la CNN in un’inchiesta pubblicata il 14 ottobre, basata sulle dichiarazioni di diversi funzionari statunitensi e persone informate sulle discussioni interne all’amministrazione e al Pentagono. I piani sarebbero stati elaborati su richiesta del presidente Donald Trump e potrebbero essere attuati qualora la Casa Bianca decidesse di riprendere le operazioni di combattimento, prima o dopo le elezioni americane di metà mandato. Non risulta tuttavia che il presidente abbia già autorizzato nuovi attacchi o deciso di impiegare la MOAB: le informazioni riguardano opzioni operative attualmente allo studio, in un contesto nel quale Washington continua a cercare una soluzione alla guerra con Teheran.
L’eventuale utilizzo dell’ordigno rappresenterebbe un significativo innalzamento del livello dello scontro. La MOAB, del peso di circa 9,8 tonnellate, è la più potente bomba convenzionale di questo tipo nell’arsenale statunitense e può provocare effetti devastanti su una vasta superficie. La sua capacità distruttiva, tuttavia, non coincide necessariamente con l’efficacia contro installazioni nucleari situate a grande profondità, come quelle che Washington ritiene possano trovarsi nelle strutture sotterranee iraniane. Diversi funzionari coinvolti nella pianificazione militare avrebbero espresso dubbi sulla possibilità che un’arma di questo tipo possa raggiungere gli obiettivi strategici indicati dall’amministrazione americana, soprattutto quando i bersagli sono protetti da spessi strati di roccia.
La preparazione di nuove opzioni militari avviene dopo oltre sei mesi di bombardamenti statunitensi contro l’Iran e in una fase nella quale non emergono progressi decisivi verso una soluzione negoziata. Il conflitto è diventato anche un problema politico interno per Trump, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato e cresce la pressione affinché Washington individui una via d’uscita dalle ostilità. Negli ultimi mesi, il presidente e i suoi consiglieri avrebbero discusso diverse possibilità per arrivare a una conclusione delle operazioni che possa essere presentata come il raggiungimento degli obiettivi americani. Alcuni esponenti dell’amministrazione hanno descritto la guerra come sostanzialmente vinta, mentre Trump ha mantenuto una posizione più prudente, evitando di dichiarare formalmente la vittoria e sostenendo che restano questioni irrisolte. All’interno degli apparati americani vi sarebbero inoltre interrogativi sulla capacità di ulteriori operazioni aeree di modificare in maniera decisiva la posizione iraniana e creare le condizioni per un accordo.
Secondo una delle fonti informate sulla pianificazione, Trump avrebbe ordinato ai militari di predisporre ulteriori pacchetti di attacco comprendenti numerose infrastrutture energetiche iraniane e la possibilità di impiegare la MOAB. Nelle discussioni sarebbe stata utilizzata anche una formulazione che colloca l’eventuale operazione prima di una riduzione della presenza militare statunitense nell’area di responsabilità del Comando centrale americano, il CENTCOM. Questa ipotesi prevederebbe quindi la possibilità di condurre nuovi bombardamenti e successivamente avviare un ridimensionamento delle forze dispiegate nella regione. Un’altra fonte ha riferito che i piani relativi ai siti nucleari iraniani comprenderebbero esplicitamente l’impiego della MOAB contro obiettivi situati nelle vicinanze di Natanz, tra cui la struttura sotterranea conosciuta come Pickaxe Mountain, dove gli Stati Uniti e Israele ritengono che Teheran possa aver conservato componenti del proprio programma nucleare.
Il sito è stato più volte indicato da Trump come un possibile obiettivo militare, anche dopo la sospensione delle operazioni di combattimento su vasta scala. La sua collocazione all’interno di una formazione montuosa e la presenza di strati rocciosi particolarmente resistenti renderebbero però estremamente complessa un’operazione destinata a distruggere le installazioni sotterranee. La questione è rilevante perché la scelta di un ordigno non dipende soltanto dalla potenza dell’esplosione, ma anche dalla capacità di raggiungere il bersaglio. Un’arma concepita per produrre un’onda d’urto su una vasta superficie può provocare danni considerevoli agli edifici e alle infrastrutture esposte senza necessariamente compromettere strutture situate a grande profondità.
La MOAB, le caratteristiche dell’ordigno e i limiti operativi
La GBU-43/B è una bomba a guida GPS sviluppata durante i preparativi per la guerra in Iraq del 2003. Si tratta di un ordigno progettato per esplodere prima dell’impatto con il terreno e generare un’onda d’urto di eccezionale intensità, capace di investire una vasta area. A differenza delle bombe penetranti, costruite per attraversare spessi strati di terra, roccia o cemento prima della detonazione, la MOAB sfrutta principalmente gli effetti dell’esplosione in superficie. La sua progettazione rispondeva anche all’esigenza di disporre di un’arma capace di esercitare una forte pressione psicologica sulle forze avversarie, attraverso la dimostrazione di una capacità distruttiva particolarmente elevata.
Durante le fasi finali dello sviluppo, i vertici militari americani considerarono il possibile impiego della MOAB contro grandi concentrazioni di uomini e mezzi, installazioni fortificate in superficie e strutture sotterranee non particolarmente profonde. L’arma fu successivamente ritenuta utilizzabile anche contro alcune tipologie di tunnel e caverne, soprattutto quando le caratteristiche del terreno consentono all’onda d’urto di produrre effetti sulle cavità. La situazione cambia radicalmente nel caso di installazioni costruite a notevole profondità all’interno di formazioni rocciose compatte. In queste condizioni, la capacità di penetrazione dell’ordigno diventa un fattore decisivo e la sola potenza esplosiva non garantisce la distruzione del bersaglio.
Nel caso di Pickaxe Mountain, la presenza di strati di granito e la profondità attribuita alle installazioni potrebbero impedire all’esplosione di raggiungere le strutture considerate strategiche. Una delle fonti coinvolte nelle discussioni militari ha descritto la MOAB come un’arma particolarmente efficace per devastare vaste aree e produrre un impatto psicologico, ma non progettata per penetrare in profondità nel terreno. Il rischio, secondo queste valutazioni, è che un eventuale bombardamento provochi danni estesi in superficie senza neutralizzare le installazioni nucleari sotterranee. L’ampiezza dell’esplosione solleverebbe inoltre interrogativi sulle conseguenze per la popolazione civile, soprattutto qualora venissero prese di mira infrastrutture energetiche situate vicino a centri abitati o ad altre installazioni non militari.
La possibilità di utilizzare la MOAB come strumento di pressione psicologica sarebbe comunque stata presa in considerazione. In un contesto nel quale Teheran non appare disposta ad accettare le condizioni richieste da Washington, l’impiego di un’arma di eccezionale potenza potrebbe essere valutato come un mezzo per modificare la situazione militare e diplomatica senza avviare immediatamente una nuova campagna di bombardamenti su vasta scala. Anche questa prospettiva incontra però riserve all’interno degli apparati americani: alcuni funzionari ritengono improbabile che il ricorso alla MOAB possa determinare da solo la capitolazione dell’Iran o garantire una vittoria strategica.
Il precedente più noto risale al 2017, quando Trump, durante il suo primo mandato presidenziale, autorizzò l’impiego della MOAB contro postazioni dello Stato islamico in Afghanistan. L’operazione colpì una rete di tunnel fortificati utilizzata dai miliziani per organizzare attacchi contro le forze governative. Secondo le autorità afghane, il bombardamento provocò la morte di 36 combattenti dell’ISIS, mentre le autorità americane e afghane riferirono la distruzione di tre tunnel sotterranei, oltre a depositi di armi e munizioni, senza segnalare vittime civili. L’operazione suscitò allora interrogativi sulla proporzionalità dell’impiego di un ordigno tanto potente rispetto all’obiettivo individuato, questioni che potrebbero ripresentarsi qualora Washington decidesse di utilizzarlo contro l’Iran, con conseguenze potenzialmente più ampie per la natura degli obiettivi e per il contesto regionale.
Le opzioni militari e la ricerca di una conclusione del conflitto
La discussione sull’eventuale impiego della MOAB si inserisce in una pianificazione militare che comprende scenari differenti, dalla prosecuzione di attacchi limitati fino a operazioni di maggiore intensità. Tra le ipotesi esaminate dal Pentagono figurerebbero anche operazioni terrestri, considerate da alcuni esponenti dell’amministrazione e da analisti militari come uno dei pochi strumenti potenzialmente capaci di ottenere una sconfitta decisiva dell’Iran. Un intervento di questa portata comporterebbe tuttavia rischi estremamente elevati, compresa la possibilità di migliaia di vittime tra i militari americani, e al momento non emergono indicazioni secondo cui esponenti dell’amministrazione stiano sostenendo concretamente l’avvio di una campagna terrestre. Trump ha più volte manifestato scarso interesse per l’invio di truppe americane sul territorio iraniano, mentre la ricerca di una conclusione rapida del conflitto deve confrontarsi con la difficoltà di ottenere risultati definitivi attraverso il solo impiego della forza aerea.
Alcune opzioni elaborate dai pianificatori militari sarebbero state concepite anche per consentire al presidente di annunciare un risultato significativo senza impegnare gli Stati Uniti in una nuova fase prolungata di combattimenti. Una fonte informata sulle discussioni del Pentagono ha descritto alcuni scenari come operazioni caratterizzate da un forte impatto visivo e simbolico, ma potenzialmente incapaci di conseguire gli obiettivi strategici inizialmente indicati dall’amministrazione. Parallelamente, i vertici americani continuerebbero a valutare possibili soluzioni diplomatiche, a partire da un’intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per i traffici energetici internazionali.
La situazione presenta tuttavia un elemento di incertezza. Sebbene Trump abbia dichiarato pubblicamente di non voler intraprendere nuove azioni militari prima delle elezioni di metà mandato, alcuni suoi consiglieri non considererebbero necessariamente definitiva questa posizione. Le forze americane presenti nell’area del CENTCOM starebbero inoltre predisponendo misure per affrontare un’eventuale risposta iraniana qualora venissero autorizzati nuovi attacchi. Nelle prossime settimane è prevista anche una rotazione del personale militare statunitense dispiegato nella regione e, secondo una fonte, una parte dei militari che lasceranno l’area potrebbe non essere sostituita. La circostanza potrebbe indicare un possibile ridimensionamento della presenza americana, ma non è possibile stabilire se tale eventualità sia direttamente collegata alle opzioni di attacco attualmente considerate.
Interpellata sui piani, la Casa Bianca ha dichiarato di non commentare operazioni militari sensibili, confermate o ipotetiche, ribadendo che il presidente mantiene aperte tutte le possibilità per impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Il Pentagono ha risposto spiegando che le forze armate elaborano piani per un’ampia gamma di scenari operativi, in modo da poter eseguire le direttive del presidente e dei vertici della Difesa. Nessuna delle due dichiarazioni costituisce una conferma specifica dell’intenzione di utilizzare la MOAB, ma entrambe lasciano aperta la possibilità che ulteriori opzioni militari vengano sottoposte alla valutazione della Casa Bianca.
Il quadro che emerge è quello di un’amministrazione impegnata a individuare una conclusione del conflitto con l’Iran, mentre gli apparati militari continuano a predisporre strumenti per un’eventuale ripresa delle ostilità. La presenza della «madre di tutte le bombe» tra le opzioni considerate non significa che il suo impiego sia imminente, ma indica che Washington mantiene allo studio operazioni di notevole intensità contro infrastrutture energetiche e siti nucleari iraniani. La decisione finale resta nelle mani di Trump e il confronto interno all’amministrazione riguarda non soltanto quali obiettivi colpire, ma soprattutto se ulteriori bombardamenti possano contribuire a concludere una guerra che, dopo oltre sei mesi, non ha ancora trovato una soluzione negoziata.
