(AGENPARL) - Roma, 23 Settembre 2026 - «Richiamare , come fa la Presidente del Consiglio, una circolare del 1990, firmata dall'allora M inistro della Pubblica istruzione Sergio Mattarella, per sostenere che le sue posizioni di oggi sarebbero in contraddizione con quelle di allora significa ignorare il contesto storico, i numeri e, soprattutto, il significato di quel provvedimento. Mattarella è coerente ieri come oggi: la scuola deve essere un luogo di integrazione, nel quale le differenze non diventino motivo di separazione, ma occasione di crescita e di arricchimento reciproco. È vergognoso l'uso strumentale del suo agire politico, piegato alle convenienze di una polemica che nulla ha a che vedere con le reali esigenze della scuola italiana».
Lo dichiara Gian Antonio Girelli, deputato del Partito Democratico, intervenendo sull e affermazioni di Giorgia Meloni relative alla circolare ministeriale n. 205 del 26 luglio 1990, nel dibattito sulla presenza degli alunni stranieri nelle classi.
«La circolare di Mattarella indicava l'opportunità di distribuire gli alunni stranieri tra le diverse classi per favorirne l'integrazione linguistica e la partecipazione alla vita scolastica. Prevedeva, inoltre, ove possibile, piccoli gruppi di alunni dello stesso gruppo linguistico e richiamava la necessità di rafforzare il sostegno nell'apprendimento dell'italiano. Non si trattava di escludere qualcuno, ma di creare le condizioni affinché nessuno rimanesse isolato. Non si voleva costruire un ghetto, ma impedire che si formasse. La differenza non era considerata un problema da allontanare, bensì una realtà da accogliere e accompagnare attraverso gli strumenti dell'educazione».
«Oggi, invece – prosegue ancora Girelli – troppo spesso il dibattito politico sull'immigrazione e sulla scuola viene affrontato attraverso la contrapposizione tra italiani e stranieri, anziché attraverso la ricerca delle condizioni necessarie per garantire a tutti il diritto all'istruzione. Non è imponendo separazioni che si costruisce una scuola capace di affrontare le difficoltà linguistiche, educative e sociali. Servono insegnanti, mediatori culturali, percorsi di apprendimento della lingua italiana e risorse adeguate per accompagnare ogni studente nel proprio percorso di crescita.
La scuola non deve cancellare le differenze, ma impedire che diventino disuguaglianze. Non deve chiedere ai bambini di essere tutti uguali per riconoscere loro gli stessi diritti, ma garantire a ciascuno le condizioni per esercitarli pienamente.
È questo il significato delle parole pronunciate dal Presidente della Repubblica ad Amatrice, quando ha ricordato che la scuola è aperta a tutti e deve contribuire a costruire coesione sociale, superando le barriere della diffidenza e dell'incomunicabilità. Un richiamo che non nasce oggi, ma appartiene alla sua storia politica e istituzionale».
«La P residente del Consiglio – conclude Girelli – dovrebbe confrontarsi con questo principio, anziché utilizzare una circolare di trentasei anni fa per attribuire al Capo dello Stato una presunta contraddizione che non esiste . La vera contraddizione è di chi pretende di richiamarsi alle sue parole sull'integrazione mentre alimenta una narrazione politica fondata sulla separazione e sulla differenza. La scuola della Repubblica non è il luogo nel quale si decide chi appartiene alla nostra comunità e chi deve rimanerne ai margini. È il luogo nel quale quella comunità si costruisce, ogni giorno, insieme».
Roma, 23 settembre 2026