(AGENPARL) - Roma, 16 Maggio 2026 - L’Italia degli appalti è un Paese nel Paese. Un mondo che non si vede, ma che decide tutto: le strade che percorriamo, gli ospedali in cui ci curiamo, i software che proteggono i nostri dati, i cantieri che ridisegnano le città, le reti che portano energia nelle case. È un universo che nel 2025 ha mosso 309,7 miliardi di euro, una cifra che da sola basterebbe a raccontare un Paese in piena trasformazione. Eppure, proprio mentre cresce, questo universo mostra crepe profonde, fragilità strutturali, zone d’ombra che rischiano di trasformare la spesa pubblica in un terreno scivoloso, dove la legalità fatica a tenere il passo.
La Relazione annuale dell’ANAC, presentata in Parlamento dal presidente Giuseppe Busìa, è un viaggio dentro questo mondo. Un viaggio che comincia con un dato che pesa come un macigno: l’86% dei lavori pubblici sopra i 40.000 euro e il 95% dei servizi e delle forniture vengono assegnati senza gara, attraverso affidamenti diretti o procedure ristrette. È come se la competizione – quella che dovrebbe garantire qualità, risparmio e trasparenza – fosse diventata un optional, un fastidio, un ostacolo da aggirare. Busìa lo dice con chiarezza: “Dietro questa prassi si annidano sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi e, talvolta, perfino infiltrazioni criminali”. E non è un’allusione astratta. Le procure lo confermano: nel Tarantino, nel Crotonese, nel Napoletano, amministratori e tecnici hanno pilotato affidamenti per favorire imprenditori amici, in cambio di mazzette. Non più la corruzione plateale di un tempo, ma una trama sottile, quotidiana, quasi invisibile.
A Roma, l’inchiesta sugli appalti informatici ha scosso i palazzi del potere. Perquisizioni al Ministero della Difesa, a Terna, a Rfi. Gare strategiche, software critici, sistemi che controllano reti elettriche e infrastrutture ferroviarie. Dietro, secondo gli inquirenti, un intreccio di corruzione, riciclaggio e turbativa d’asta. Un funzionario, senza farsi riconoscere, racconta: “Il vero potere oggi è nei dati. Chi li controlla, controlla tutto: le offerte, le scadenze, le strategie dei concorrenti. E qualcuno ha capito come usarli per piegare le gare”. È il nuovo volto dello spionaggio industriale: accessi abusivi alle banche dati statali, informazioni riservate vendute come merce pregiata, cartelli criminali che monitorano le mosse delle aziende rivali. Un mercato nero silenzioso, ma potentissimo.
In questo scenario già fragile, il PNRR avrebbe dovuto rappresentare la grande occasione per cambiare tutto. E in parte lo è stato. Ma la Relazione ANAC racconta un’altra verità: ritardi, sospensioni illegittime, progettazioni carenti, tempi disallineati. Un Paese che corre a metà, che accelera e frena allo stesso tempo. E poi c’è un dato che pesa come un macigno: meno dell’8% delle procedure PNRR ha previsto clausole per la parità di genere e l’occupazione giovanile. Gli obiettivi sociali, quelli che avrebbero dovuto accompagnare la ripresa, sono rimasti sulla carta. Busìa lo dice con amarezza: “Molto è stato fatto, ma meno di quanto si sarebbe potuto fare”.
Eppure, non tutto è immobilismo. La digitalizzazione degli appalti ha compiuto un salto storico: le procedure analogiche sono crollate dal 21% all’1%, la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici gestisce oltre 5 milioni di procedure l’anno, e 175.000 operatori economici sono stati verificati tramite FVOE. Ma anche qui, l’ANAC avverte: la rivoluzione digitale è ancora a metà. Troppo spesso si è semplicemente trasferito online ciò che prima era cartaceo, senza ripensare davvero i processi. La tecnologia, insomma, c’è. Manca la cultura amministrativa per usarla fino in fondo.
Più promettente il processo di qualificazione delle stazioni appaltanti, passate da oltre 20.000 a circa 4.000. Un taglio drastico, necessario, che punta a rafforzare competenze e responsabilità. Perché un sistema così grande non può essere governato da migliaia di micro-centri decisionali privi di risorse e professionalità. Ma anche qui, la strada è lunga: la qualità della spesa resta un problema, la progettazione è spesso insufficiente, la capacità amministrativa è il vero tallone d’Achille del Paese.
Il nodo più profondo, però, resta la corruzione, che oggi non ha più il volto della busta scambiata in un parcheggio. È una corruzione liquida, che si insinua nei processi, si traveste da consulenza, da sponsorizzazione, da incarico tecnico. È una corruzione che non si limita a violare le regole: prova a riscriverle. La Procura europea segnala un aumento del 35% dei casi di distrazione dei fondi UE. E Busìa avverte: “A volte arriva a lambire i livelli istituzionali più alti”. In questo contesto, il whistleblower diventa una figura decisiva. Una sentinella solitaria, spesso isolata, che sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Busìa lo definisce “un atto di cittadinanza vigile”. E ha ragione: senza chi parla, tutto il resto crolla.
Nei cantieri, la fragilità del sistema si vede a occhio nudo. Subappalti a cascata, responsabilità che si perdono lungo la filiera, sicurezza che si assottiglia. L’ANAC chiede più controlli, più tracciabilità, più formazione. Perché dietro ogni appalto c’è un’opera, e dietro ogni opera ci sono persone.
Alla fine, il sistema degli appalti italiani appare come un gigante che cammina su un filo sottile. Da un lato, la forza di un mercato enorme, capace di muovere l’economia più di qualsiasi manovra finanziaria. Dall’altro, la fragilità di un sistema che rischia di piegarsi sotto il peso delle sue stesse scorciatoie. Busìa lo dice con una frase che è insieme un monito e una speranza: “Non è più in discussione la capacità di attivare la spesa pubblica, ma quella di governarla.”
E governarla significa una cosa sola: fare in modo che ogni euro speso dallo Stato sia un euro speso per il Paese, non per chi prova a piegarlo ai propri interessi. Il gigante può camminare. Ma deve farlo su un terreno solido. E quel terreno si chiama trasparenza.
