(AGENPARL) - Roma, 9 Aprile 2026 - L’accordo di Islamabad ha fermato i missili, ma non ha ancora sbloccato i rubinetti dell’economia irachena. Nonostante l’ottimismo della diplomazia, la Basra Oil Company (BOC) si trova in una situazione paradossale: i depositi sono saturi, il petrolio c’è, ma l’export verso l’Asia resta un miraggio.
Il tappo di Hormuz
Secondo fonti industriali, l’Iraq ha subito un crollo delle esportazioni che sfiora il 90%. Con lo Stretto di Hormuz ancora sotto scacco di “esenzioni verbali” mai confermate dai fatti, Baghdad non riesce a spedire i suoi 3,4 milioni di barili al giorno. Per un Paese che trae il 95% delle sue entrate dal greggio, questo non è un rallentamento, è un’asfissia.
Conti in rosso e stipendi a rischio
I dati ufficiali di marzo pubblicati da SOMO (State Oil Marketing Organization) confermano la catastrofe: incassi per soli 2 miliardi di dollari, meno del 30% rispetto ai livelli pre-crisi. Secondo analisi di Alhurra, Baghdad sta perdendo circa 7 miliardi di dollari al mese. Senza una riapertura immediata e sicura delle rotte marittime, l’Iraq non avrà la liquidità necessaria per pagare i salari del settore pubblico entro la fine di aprile.
Piani di emergenza e rotta siriana
Per aggirare il blocco, l’Iraq ha attivato rotte alternative via terra attraverso Giordania e Siria (verso il porto di Banias), oltre a tentare il ripristino dell’oleodotto verso la Turchia (Ceyhan). Tuttavia, queste rotte possono assorbire solo una frazione minima del volume necessario a salvare il bilancio statale. Mentre il barile vola sopra i 115 dollari, l’Iraq resta un gigante “povero” seduto su una miniera d’oro inaccessibile.