(AGENPARL) - Roma, 15 Ottobre 2026 - Le nuove disposizioni sull’abbigliamento nelle scuole pubbliche dell’Azerbaigian hanno provocato proteste di studenti, genitori e insegnanti, dopo che alcune ragazze con il velo islamico sono state respinte all’ingresso degli istituti. Le autorità hanno annunciato il fermo di 37 persone, mentre la controversia ha aperto un confronto sulla libertà religiosa e sul diritto all’istruzione. La vicenda ha assunto anche una dimensione diplomatica, con uno scambio di accuse tra il partito di governo azero e rappresentanti politici della Turchia
Le restrizioni all’uso dell’hijab nelle scuole dell’Azerbaigian hanno innescato una serie di proteste che, nel giro di pochi giorni, hanno coinvolto studenti, famiglie e insegnanti in diverse località del Paese. All’origine delle contestazioni vi sono le nuove regole sull’abbigliamento scolastico approvate dal governo di Baku il 21 settembre 2026, che vietano agli alunni di indossare indumenti non conformi all’uniforme ufficiale o ritenuti incompatibili con il principio di laicità dell’istruzione pubblica. Il provvedimento non contiene un divieto esplicito del velo islamico, ma la sua applicazione in alcuni istituti ha portato all’esclusione dalle lezioni di studentesse che indossavano l’hijab. Le segnalazioni, documentate da testimonianze raccolte da Radio Free Europe/Radio Liberty e Al Jazeera, hanno alimentato manifestazioni e boicottaggi delle lezioni, trasformando una questione relativa alle uniformi in un confronto più ampio sui limiti dell’intervento dello Stato nell’espressione delle convinzioni religiose.
La controversia riguarda un Paese nel quale la maggioranza della popolazione è musulmana, ma l’ordinamento costituzionale definisce lo Stato come laico e riconosce la libertà religiosa. Le autorità azere sostengono che l’istruzione pubblica debba rispettare regole comuni, indipendenti dall’appartenenza confessionale degli studenti. Le famiglie che contestano il provvedimento ritengono invece che l’obbligo di rinunciare al velo per accedere alle lezioni introduca una limitazione sproporzionata, perché pone le ragazze davanti alla scelta tra rispettare una pratica religiosa e frequentare la scuola. Il punto centrale del confronto non riguarda dunque soltanto la possibilità di indossare un determinato capo di abbigliamento, ma anche il rapporto tra il carattere laico delle istituzioni e l’esercizio individuale dei diritti garantiti dalla Costituzione.
Le nuove regole scolastiche e i primi casi di esclusione
La decisione adottata dal Consiglio dei ministri azero il 21 settembre modifica le disposizioni relative alle uniformi degli studenti delle scuole pubbliche. Il testo introduce il riferimento al principio di laicità e vieta gli elementi di abbigliamento che compromettano l’uniformità prevista dagli istituti o siano considerati incompatibili con tale principio. L’assenza di un riferimento diretto all’hijab è uno degli aspetti più discussi della misura: mentre il governo presenta le norme come una disciplina generale dell’abbigliamento, alcune amministrazioni scolastiche le hanno interpretate come un impedimento all’ingresso delle ragazze con il velo. Il 6 ottobre sono state inoltre introdotte disposizioni sull’abbigliamento degli insegnanti, ampliando la controversia anche al personale scolastico.
Tra i primi episodi segnalati figurano quelli avvenuti nel distretto meridionale di Jalilabad, dove alcune famiglie hanno denunciato l’impossibilità per le proprie figlie di entrare in classe indossando l’hijab. Situazioni analoghe sono state riferite anche nella capitale Baku. Radio Free Europe/Radio Liberty ha raccolto la testimonianza di Gulmira Aslanova, madre di una studentessa, secondo la quale la direzione della scuola numero 172, nel distretto di Narimanov, avrebbe chiesto che la ragazza frequentasse le lezioni senza copricapo. La donna ha contestato la decisione richiamando il carattere obbligatorio dell’istruzione secondaria e le garanzie costituzionali in materia di libertà religiosa. Altri genitori hanno espresso preoccupazioni simili, sostenendo che eventuali controversie sull’abbigliamento non dovrebbero impedire ai minori di partecipare alle attività didattiche.
Le restrizioni hanno interessato anche alcune insegnanti. Al Jazeera ha raccolto la testimonianza di Gulshan Aliyeva, docente di inglese con 23 anni di esperienza, che ha raccontato di essere stata respinta all’ingresso della scuola perché indossava il velo. Secondo la sua ricostruzione, anche alla figlia sarebbe stato impedito di accedere all’istituto. L’insegnante ha richiamato le norme contro le discriminazioni sul lavoro e ha dichiarato di voler continuare a presentarsi regolarmente a scuola, riservandosi di rivolgersi alle autorità competenti. Un’altra docente, Zahra Hasanova, ha spiegato alla stessa emittente di considerare l’uso dell’hijab una scelta personale, sostenendo che anche l’eventuale decisione di non indossarlo dovrebbe spettare alla donna interessata. Si tratta di testimonianze individuali che illustrano le conseguenze concrete delle nuove regole, mentre non è ancora disponibile un bilancio complessivo e verificato del numero di studentesse e insegnanti coinvolte.
Proteste, boicottaggi delle lezioni e 37 fermi
Le prime segnalazioni di esclusioni dagli istituti sono state seguite da iniziative di protesta davanti alle scuole e da campagne sui social network. In alcune località, studenti e famiglie hanno organizzato manifestazioni chiedendo che le ragazze con il velo potessero riprendere a frequentare le lezioni. Sono stati segnalati anche boicottaggi delle attività didattiche da parte di alunni che hanno espresso solidarietà alle compagne interessate dalle restrizioni. Le proteste hanno coinvolto istituti di Baku e altre aree del Paese, tra cui il distretto di Masalli. Alcuni video diffusi online mostrano momenti di tensione e studenti che contestano le decisioni delle direzioni scolastiche, ma la circolazione di immagini sui social non permette, da sola, di stabilire l’effettiva estensione nazionale della mobilitazione.
Il ministero dell’Interno azero ha annunciato il 12 ottobre il fermo di 37 persone in relazione agli episodi verificatisi durante le contestazioni. Secondo la versione delle autorità, alcuni partecipanti avrebbero ostacolato il funzionamento degli istituti, affrontato il personale scolastico e provocato disordini. Sono state inoltre diffuse notizie relative a danneggiamenti e tentativi di incendio, tra cui quello di un’automobile appartenente a un dirigente scolastico. Le autorità hanno avviato procedimenti penali per presunte azioni dirette a turbare l’ordine pubblico. Le accuse riguardano episodi specifici e non possono essere automaticamente estese all’insieme delle persone che hanno manifestato contro le restrizioni.
La cifra comunicata dal ministero rappresenta il dato ufficiale disponibile sui fermi. Alcuni attivisti hanno sostenuto che il numero delle persone trattenute sarebbe superiore, ma questa valutazione non risulta confermata in modo indipendente. Anche le circostanze dei singoli episodi contestati dalle forze dell’ordine richiedono verifiche ulteriori. La distinzione è rilevante perché, accanto alle manifestazioni pacifiche e alle iniziative di solidarietà nelle scuole, le autorità descrivono comportamenti che avrebbero comportato violazioni della legge. Per ricostruire correttamente gli avvenimenti è necessario mantenere separate le rivendicazioni dei manifestanti, le testimonianze raccolte dai giornalisti e le contestazioni formulate dagli organi di sicurezza.
Laicità dello Stato e libertà religiosa al centro della controversia
Il confronto sulle uniformi scolastiche tocca una questione particolarmente delicata per l’Azerbaigian. La Costituzione stabilisce la separazione tra religione e Stato, mentre il sistema educativo pubblico si fonda sul principio di laicità. Allo stesso tempo, l’ordinamento riconosce la libertà di coscienza e di religione. Il governo ritiene che le nuove disposizioni siano coerenti con questi principi, perché mirano a garantire regole comuni all’interno degli istituti. I critici contestano invece l’interpretazione che porta a escludere dalle lezioni le studentesse con il velo, sostenendo che l’uniformità dell’abbigliamento non dovrebbe prevalere automaticamente sul diritto all’istruzione.
La sociologa Sanubar Heydarova, interpellata da Radio Free Europe/Radio Liberty, ha sostenuto che i minori dovrebbero poter continuare a frequentare la scuola mentre vengono affrontate le questioni giuridiche sollevate dalle nuove norme. Il suo intervento mette in evidenza un problema che va oltre le diverse interpretazioni della laicità: l’eventuale esclusione dalle lezioni può produrre conseguenze immediate sul percorso educativo degli studenti, prima ancora che venga chiarita la legittimità delle decisioni adottate dalle singole amministrazioni scolastiche. Il nodo è stabilire se l’applicazione delle regole sull’uniforme rispetti un equilibrio proporzionato tra gli obiettivi dichiarati dallo Stato e i diritti individuali delle persone interessate.
La vicenda non rappresenta il primo conflitto sull’hijab nel sistema scolastico azero. Già nel 2010 l’applicazione delle regole sulle uniformi aveva provocato manifestazioni a Baku, con centinaia di persone scese in piazza per chiedere che le studentesse potessero indossare il velo. Ulteriori controversie erano state segnalate anche negli anni successivi e, più recentemente, nella primavera del 2026. La ripetizione di episodi simili mostra che il rapporto tra regolamentazione scolastica e abbigliamento religioso costituisce una questione aperta da tempo, tornata al centro del dibattito nazionale con le nuove disposizioni approvate a settembre.
Anche la posizione delle autorità religiose presenta sfumature. Allahshukur Pashazade, presidente dell’Amministrazione dei musulmani del Caucaso, ha ricordato l’importanza religiosa dell’hijab, ma ha contemporaneamente invitato a non compromettere il funzionamento delle scuole attraverso le proteste. La sua posizione distingue il riconoscimento del significato religioso del velo dalle modalità con cui viene contestata l’applicazione delle norme statali. È una distinzione che contribuisce a descrivere un dibattito interno più articolato di una semplice contrapposizione tra istituzioni laiche e comunità musulmane.
Le tensioni con la Turchia e la risposta del governo azero
La controversia ha rapidamente superato i confini dell’Azerbaigian, coinvolgendo la Turchia, uno dei principali alleati politici e strategici di Baku. Le immagini e le testimonianze relative alle studentesse escluse dalle lezioni hanno suscitato reazioni negli ambienti politici e religiosi turchi. A Istanbul si sono svolte manifestazioni davanti al consolato azero, mentre esponenti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), la formazione del presidente Recep Tayyip Erdoğan, hanno criticato l’applicazione delle nuove disposizioni. Il caso ha così assunto una dimensione diplomatica in una relazione bilaterale tradizionalmente caratterizzata da una stretta cooperazione politica, economica e militare.
Tra gli interventi più espliciti figura quello di Oktay Saral, consigliere del presidente turco, che il 12 ottobre ha contestato l’esclusione dalle scuole delle ragazze con il velo, definendola incompatibile con il diritto all’istruzione. Saral ha sostenuto che l’hijab rappresenta un’espressione della fede religiosa e ha invitato le autorità azere a rivedere la propria posizione. Alle critiche si sono aggiunti alcuni parlamentari dell’AKP, contribuendo ad alimentare il confronto pubblico tra i due Paesi. Le dichiarazioni sono arrivate da rappresentanti politici turchi, ma non equivalgono, da sole, all’adozione di una posizione diplomatica formale da parte dell’intero governo di Ankara.
La risposta di Baku è stata affidata al partito di governo Yeni Azerbaijan Party (YAP), che il 13 ottobre ha respinto le critiche provenienti dalla Turchia. In una dichiarazione ufficiale, la formazione politica legata al presidente Ilham Aliyev ha difeso le norme scolastiche richiamando i principi di uguaglianza, laicità e rispetto della legge. Il partito ha accusato alcuni esponenti politici turchi di utilizzare la controversia per finalità politiche e ha invitato Ankara a non interferire nelle decisioni interne dell’Azerbaigian. Il richiamo al principio di sovranità nazionale è stato particolarmente netto, nonostante la vicinanza storica e culturale tra i due Stati.
Nella propria presa di posizione, lo YAP ha richiamato anche la formula «una nazione, due Stati», spesso utilizzata per descrivere il rapporto privilegiato tra Azerbaigian e Turchia. Secondo il partito, tale legame non autorizza nessuno dei due Paesi a imporre all’altro orientamenti politici o ideologici. Il riferimento è significativo perché mostra come una controversia nata dall’applicazione delle regole scolastiche sia arrivata a coinvolgere il tema dell’autonomia decisionale degli alleati. Le autorità azere hanno inoltre respinto le critiche rivolte ai rapporti del Paese con Israele, sostenendo che le proprie relazioni internazionali si fondano sugli interessi nazionali e sul diritto internazionale. Quest’ultimo elemento fa parte della risposta politica di Baku e non costituisce una prova di interferenze esterne nell’origine delle proteste.
Una questione interna con conseguenze politiche e diplomatiche
La vicenda dell’hijab evidenzia la complessità del rapporto tra identità religiosa, istituzioni statali e diritti individuali nell’Azerbaigian contemporaneo. Da una parte, il governo rivendica la competenza a stabilire regole uniformi per l’istruzione pubblica e a preservarne il carattere laico; dall’altra, famiglie, studenti e insegnanti contestano un’applicazione delle disposizioni che, secondo le loro testimonianze, impedisce l’accesso alle lezioni o lo svolgimento dell’attività professionale a chi indossa il velo. La questione giuridica resta distinta dalle valutazioni politiche: il fatto che una norma non menzioni espressamente l’hijab non esclude che la sua applicazione possa produrre conseguenze specifiche per chi lo porta, così come le proteste non dimostrano automaticamente l’illegittimità del provvedimento.
Un ulteriore elemento riguarda il ruolo delle singole amministrazioni scolastiche. Le testimonianze raccolte finora indicano che le restrizioni si sono manifestate concretamente attraverso decisioni adottate negli istituti, ma non è ancora chiaro quanto tali decisioni siano state uniformi sul territorio nazionale. Rimangono inoltre da chiarire il numero complessivo degli studenti e degli insegnanti interessati, le eventuali procedure di ricorso e le modalità con cui il ministero dell’Istruzione intenda garantire la continuità delle attività didattiche. Sono aspetti essenziali per valutare l’effettiva portata delle nuove disposizioni, al di là delle dichiarazioni politiche e delle immagini diffuse durante le manifestazioni.
Sul piano internazionale, le reazioni turche hanno introdotto un ulteriore fattore di tensione in un rapporto bilaterale di grande importanza per gli equilibri del Caucaso meridionale. La risposta del partito di governo azero mostra la volontà di mantenere la questione nell’ambito delle competenze nazionali, mentre le critiche provenienti da esponenti dell’AKP evidenziano il peso politico e simbolico attribuito al velo islamico in Turchia. Non vi sono tuttavia elementi sufficienti per sostenere che le proteste siano state organizzate da governi stranieri, né per attribuire ad altri Paesi un ruolo nella loro origine. Le affermazioni in questo senso devono essere considerate interpretazioni politiche, non fatti accertati.
Al 15 ottobre 2026, il bilancio della controversia comprende proteste in diversi istituti, segnalazioni di studentesse e insegnanti escluse dalle attività scolastiche, 37 fermi annunciati dal ministero dell’Interno e un confronto diplomatico tra Baku ed esponenti politici turchi. La questione rimane aperta soprattutto sul piano dei diritti: stabilire come conciliare la laicità dell’istruzione pubblica con la libertà religiosa e il diritto alla frequenza scolastica sarà determinante per comprendere gli sviluppi della vicenda. Per le famiglie coinvolte, intanto, il problema più immediato resta la possibilità che le ragazze possano continuare a studiare senza dover scegliere tra l’accesso alla scuola e le proprie convinzioni religiose.
(Fonti: Reuters, Radio Free Europe/Radio Liberty, Al Jazeera, OC Media, Caucasian Knot; dichiarazioni del ministero dell’Interno azero e del partito Yeni Azerbaijan Party, riportate dalla stampa internazionale)
