(AGENPARL) - Roma, 8 Aprile 2026 - Attualmente, il rapporto tra Washington e Gerusalemme attraversa una fase di disallineamento tattico nonostante la storica alleanza strategica. Da un lato, l’amministrazione Trump agisce spinta da un marcato pragmatismo elettorale: la priorità assoluta è la stabilità globale e il controllo dei prezzi energetici. La tregua di due settimane, mediata su binari eurasiatici, viene vista dalla Casa Bianca come un successo diplomatico necessario per evitare un conflitto infinito che Trump ha promesso di chiudere. In quest’ottica, ogni ulteriore escalation è percepita come un elemento di disturbo al “Grand Deal” e alla riapertura dello Stretto di Hormuz.
Dall’altro lato, il governo Netanyahu opera secondo una logica di sicurezza esistenziale: la minaccia rappresentata da Hezbollah e dai proxy iraniani non è ritenuta congelabile per decreto. Israele interpreta la tregua con Teheran come uno spazio di manovra per mettere in sicurezza i propri confini settentrionali, temendo che una pausa totale permetterebbe ai nemici di riorganizzarsi sotto l’ombrello diplomatico russo-cinese. Questa divergenza spiega perché, a poche ore dall’annuncio di Trump, Israele abbia intensificato i raid in Libano, sottolineando che il cessate il fuoco “non include Beirut”.
In sintesi, il rapporto USA-Israele vive oggi un paradosso: le due nazioni restano unite nella deterrenza contro l’Iran, ma sono divise sulla gestione operativa del conflitto. Mentre Washington cerca una de-escalation globale per stabilizzare i mercati, Gerusalemme persegue una messa in sicurezza locale che minaccia di far deragliare il fragile equilibrio negoziale. Il silenzio di Trump sui recenti raid suggerisce una fase di attesa forzata: la Casa Bianca non avalla apertamente l’offensiva libanese, ma al momento non dispone di una via d’uscita diplomatica che non rischi di compromettere il legame con la propria base o la credibilità del tavolo negoziale di Islamabad.