(AGENPARL) - Roma, 13 Febbraio 2026 - (AGENPARL) – Fri 13 February 2026 https://www.aduc.it/articolo/predestinazione+alla+longevita_40627.php
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Predestinazione alla longevità
Per più di un secolo scienziati e medici hanno osservato la longevità umana come si guarda un enigma antico: con rispetto, con curiosità, con la sensazione che la risposta sia lì, da qualche parte, ma sempre un passo oltre la nostra portata. Vivere a lungo è un desiderio universale, eppure capire perché alcuni ci riescano più di altri è stato per decenni un esercizio di pazienza e di ostinazione.
La longevità non è un fenomeno che si lascia studiare facilmente. Richiede tempo, generazioni, archivi che sopravvivono alle persone che li hanno compilati. E richiede soprattutto la capacità di distinguere ciò che appartiene al caso da ciò che appartiene alla biologia.
È in questo scenario che entra in campo un gruppo di ricercatori guidati dal dottor Ben Shenhar, dell’Istituto Weizmann (Israele). Gli scienziati avevano a disposizione un patrimonio unico: più di cento anni di dati su migliaia di gemelli scandinavi. Un tesoro custodito nei registri civili del Nord Europa, che racconta vite intere con una precisione quasi chirurgica.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica “Science”.
Per capire la portata della loro scoperta, bisogna tornare indietro nel tempo. Le persone nate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento vivevano in un mondo radicalmente diverso dal nostro in cui un’infezione banale poteva essere fatale, il lavoro era spesso pericoloso, la mortalità infantile era una presenza costante e le guerre mondiali incombevano come tempeste inevitabili. In quel contesto, morire giovani non era un’eccezione: era una possibilità quotidiana. E questo, per chi studia la longevità, è un problema enorme. Perché se si vuole capire quanto la durata della vita sia scritta nei geni, bisogna prima togliere dal tavolo tutto ciò che con i geni non c’entra.
Gli scienziati le hanno definite “mortalità estrinseca” e “mortalità intrinseca”.
La prima è il mondo che ti cade addosso: incidenti, infezioni, violenza, condizioni ambientali. La seconda è il corpo che si consuma: mutazioni, malattie legate all’età, fragilità biologiche.
Per decenni queste due dimensioni sono state mescolate nei dati. Shenhar e colleghi hanno deciso di separarle, con un lavoro meticoloso che ha richiesto di ‘ripulire’ le statistiche da tutto ciò che apparteneva al caso, alla sfortuna, al contesto storico.
Una volta eliminate le morti dovute a cause estrinseche, la longevità ha mostrato un volto sorprendente: circa il 50% della sua variabilità è ereditabile. Un numero che, da solo, riscrive anni di discussioni. Perché significa che la durata della vita non è un tratto marginalmente genetico, come si era spesso sostenuto, ma è profondamente radicato nella nostra biologia, comparabile – per ereditabilità – alla predisposizione a molte malattie. Oggi viviamo in un mondo in cui la mortalità estrinseca è drasticamente ridotta. Le infezioni si curano, gli incidenti si prevengono, la violenza è meno diffusa, la medicina è più potente. Questo significa che la componente genetica della longevità emerge con una chiarezza che le generazioni passate non potevano mostrare. E apre scenari nuovi: capire quali geni proteggono dall’invecchiamento.
La prospettiva che accompagna lo studio invita a guardare questa scoperta non come un punto d’arrivo, ma come un nuovo inizio. Per anni abbiamo sottovalutato il ruolo dei geni perché guardavamo dati distorti da un mondo che non esiste più. Ora che quel mondo è alle nostre spalle, possiamo finalmente osservare la longevità per ciò che è davvero: un equilibrio complesso fra eredità e ambiente.
(articolo pubblicato sul quotidiano La Ragione del 13/02/2026)
Primo Mastrantoni, presidente Comitato tecnico-scientifico di Aduc
COMUNICATO STAMPA DELL’ADUC
URL: http://www.aduc.it
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