(AGENPARL) - Roma, 2 Novembre 2026 - Le promesse di una vittoria rapida nella guerra contro l’Iran rischiano di trasformarsi in un problema politico per i vertici della Difesa americana. A poche ore dalle elezioni di metà mandato, Donald Trump avrebbe iniziato a chiedere ai propri collaboratori e a persone della sua cerchia valutazioni sull’operato del segretario alla Difesa Pete Hegseth e del generale Dan Caine, presidente degli Stati maggiori riuniti. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata il 1 novembre dalla rivista statunitense The Atlantic, che descrive un clima di crescente insoddisfazione alla Casa Bianca per un conflitto destinato, secondo le previsioni iniziali, a concludersi molto prima del voto del 3 novembre.
La questione non riguarda soltanto l’andamento delle operazioni militari, ma anche l’affidabilità delle informazioni e delle valutazioni fornite al presidente. Secondo due consiglieri esterni vicini a Trump, citati dalla rivista, il capo della Casa Bianca starebbe interrogando persone di fiducia sulle prestazioni dei due principali responsabili della pianificazione militare, entrambi inizialmente ottimisti sulle prospettive dell’intervento contro Teheran.
Hegseth e Caine hanno svolto un ruolo centrale nella gestione della campagna militare iniziata alla fine di febbraio. Nei primi mesi del conflitto avevano espresso pubblicamente valutazioni favorevoli sui risultati delle operazioni americane. La guerra, tuttavia, si è protratta ben oltre le aspettative iniziali, lasciando irrisolti alcuni degli obiettivi strategici indicati dall’amministrazione.
Il prolungamento del confronto con l’Iran avrebbe alimentato l’irritazione di Trump, anche per le conseguenze sulla situazione politica interna. Secondo The Atlantic, il presidente ritiene che il conflitto abbia contribuito alle difficoltà del Partito Repubblicano alla vigilia delle elezioni congressuali, quando sono in gioco gli equilibri di maggioranza alla Camera dei rappresentanti e al Senato.
La ricerca di responsabilità si concentrerebbe soprattutto su quanti avevano assicurato che la guerra sarebbe stata breve e decisiva. In questo quadro, la posizione di Hegseth appare particolarmente delicata.
Alcune persone vicine al presidente, interpellate dalla rivista, sostengono che il segretario alla Difesa abbia fornito una rappresentazione eccessivamente ottimistica della situazione militare, privilegiando valutazioni in grado di incontrare il favore di Trump. Una fonte lo descrive come un dirigente incline a comunicare al presidente ciò che desidera sentirsi dire.
Si tratta di accuse provenienti da fonti anonime, che il Pentagono ha respinto con decisione. Il portavoce Sean Parnell ha dichiarato a The Atlantic che Hegseth fornisce regolarmente al presidente e ai principali responsabili della Casa Bianca un quadro completo delle operazioni militari, giudicando infondata qualsiasi affermazione contraria.
Anche la Casa Bianca ha smentito l’esistenza di una perdita di fiducia nei confronti dei due dirigenti. La portavoce Anna Kelly ha ribadito che Trump e il suo staff mantengono piena fiducia sia nel segretario alla Difesa sia nel generale Caine, sottolineando che entrambi operano in coerenza con gli obiettivi fissati dal presidente.
Non risulta dunque alcuna decisione ufficiale di sostituire Hegseth o Caine. L’elemento nuovo dell’inchiesta riguarda le valutazioni riservate che Trump starebbe raccogliendo sul loro operato, non un provvedimento già adottato.
Le tensioni descritte da The Atlantic emergono in un momento particolarmente difficile anche per i rapporti interni al Pentagono. La recente rimozione del tenente generale Brett Sylvia, direttore della pianificazione presso gli Stati maggiori riuniti, ha aperto un nuovo fronte di attrito tra l’ufficio del segretario alla Difesa e la struttura militare guidata da Caine.
Secondo funzionari citati dalla rivista, Hegseth avrebbe disposto l’allontanamento di Sylvia nell’ambito di un’indagine sulle fughe di informazioni riservate verso la stampa. L’ufficiale sarebbe stato sottoposto ad almeno tre esami del poligrafo in relazione alla diffusione di notizie riguardanti discussioni interne alla Casa Bianca e difficoltà nelle scorte di munizioni utilizzate durante la guerra.
Le fonti vicine al segretario alla Difesa sostengono che Sylvia non avrebbe superato i controlli. The Atlantic precisa di non essere riuscito a raccogliere un commento diretto dell’ufficiale sulle accuse.
La vicenda ha evidenziato anche problemi di coordinamento ai vertici militari. Dopo la rimozione, l’ufficio di Caine aveva inizialmente diffuso una comunicazione di ringraziamento per i 32 anni di servizio del generale Sylvia. Successivamente, dopo aver ricevuto ulteriori informazioni dallo staff di Hegseth, la dichiarazione è stata modificata per precisare che il testo iniziale non rifletteva adeguatamente le circostanze della sua uscita.
L’episodio ha alimentato interrogativi sui rapporti tra la direzione politica del Dipartimento della Difesa e gli Stati maggiori riuniti. Secondo alcuni funzionari interpellati da The Atlantic, la rimozione di Sylvia potrebbe aver contribuito a indebolire la posizione della struttura militare guidata da Caine proprio mentre il presidente esamina l’operato dei propri consiglieri.
La rivista riferisce che Hegseth ha già disposto o favorito l’uscita di oltre venti generali e ammiragli durante il suo mandato. Una serie di avvicendamenti che ha suscitato preoccupazioni tra alcuni ufficiali, soprattutto per il peso assunto dalla questione della lealtà personale nei confronti della leadership politica.
Il portavoce del Pentagono ha difeso la gestione del segretario, sostenendo che Hegseth intende promuovere ufficiali in grado di attuare efficacemente le direttive del presidente. La posizione ufficiale del Dipartimento resta quindi nettamente diversa dalla ricostruzione delle tensioni interne proposta dalle fonti anonime della rivista.
La crisi di fiducia descritta dall’inchiesta si intreccia con una decisione ancora aperta: se riprendere o meno gli attacchi militari contro l’Iran dopo le elezioni congressuali.
La scorsa settimana Hegseth e Caine hanno presentato alla Casa Bianca una serie di opzioni operative, alla presenza di Trump e del vicepresidente JD Vance. Anche l’ammiraglio Brad Cooper, comandante delle forze americane in Medio Oriente, ha partecipato ai colloqui.
Le proposte comprenderebbero interventi limitati, operazioni di alcuni giorni e campagne più prolungate. Il presidente potrebbe inoltre scegliere di mantenere la pressione militare e navale senza autorizzare immediatamente nuovi bombardamenti.
Per Trump, tuttavia, la questione è diventata anche una verifica dell’affidabilità dei consiglieri. Gli stessi responsabili che avevano sostenuto le prospettive favorevoli della prima campagna sono ora chiamati a presentare nuove strategie per ottenere risultati che finora non si sono concretizzati nei termini annunciati.
Il problema politico è evidente: se le previsioni iniziali si sono rivelate troppo ottimistiche, il presidente deve decidere se affidarsi ancora alle medesime valutazioni per un’eventuale nuova offensiva.
Secondo The Atlantic, Trump non ha ancora ordinato la ripresa degli attacchi. Parallelamente, il vicepresidente Vance ha tentato di riaprire un canale negoziale con Teheran, proponendo colloqui diretti nei quali il programma nucleare iraniano rappresenterebbe uno dei temi centrali.
La Casa Bianca si trova quindi davanti a due decisioni collegate ma distinte. La prima riguarda la strategia verso l’Iran, tra ulteriore pressione militare e diplomazia. La seconda concerne il rapporto di fiducia con i dirigenti che hanno guidato la pianificazione delle operazioni e fornito al presidente le valutazioni sull’andamento del conflitto.
L’inchiesta non dimostra che Trump abbia già individuato un responsabile del mancato raggiungimento degli obiettivi iniziali, né che intenda procedere a una sostituzione ai vertici del Pentagono. Descrive però un presidente che, secondo fonti a lui vicine, starebbe cercando spiegazioni per una guerra più lunga e politicamente costosa di quanto previsto.
Il precedente storico richiamato da The Atlantic è quello del 2006, quando George W. Bush, dopo la sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato e le crescenti critiche alla guerra in Iraq, sostituì il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Pochi mesi dopo, tuttavia, l’amministrazione americana decise di aumentare la presenza militare in Iraq anziché ridurla.
Il parallelo non implica che Trump seguirà la stessa strada, ma evidenzia come un eventuale cambiamento ai vertici della Difesa non coincida necessariamente con una revisione della strategia militare.
Alla vigilia del voto americano, il punto più significativo resta dunque la distanza tra le promesse iniziali di una conclusione rapida della guerra e la situazione attuale. È su questa distanza che, secondo The Atlantic, Trump starebbe misurando l’affidabilità di Hegseth e Caine.
Per il momento, le smentite ufficiali escludono una crisi di fiducia dichiarata. Ma il confronto sulle responsabilità delle previsioni iniziali, se confermato, potrebbe incidere sulle prossime scelte dell’amministrazione americana, tanto nella gestione del Pentagono quanto nella definizione della politica verso Teheran.
