(AGENPARL) - Roma, 14 Settembre 2026 - La Libia si trova sull’orlo di un blackout sistemico. Tra carovita, fabbriche ferme e interruzioni costanti della corrente, l’ambasciata russa a Izvestia ha fatto sapere che le aziende di Mosca sono pronte a intervenire per modernizzare centrali elettriche, terminali petroliferi e raffinerie, a patto di ricevere richieste formali e progetti concreti da parte libica. Questa apertura si inserisce nella cornice del riavvio della commissione intergovernativa, tornata operativa dopo venticinque anni su impulso del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.
Gli interessi industriali e la frammentazione istituzionale Dal lato libico, il ministro degli Investimenti dell’amministrazione orientale, Ali as-Saidi al-Ghaidi, ha già avanzato l’invito a Mosca per edificare una nuova raffineria, un dossier che ha subito attratto le attenzioni del colosso russo Tatneft. L’asse trova terreno fertile nell’est del Paese, area controllata dal generale Khalifa Haftar e sostenuta da Mosca (insieme a Emirati e Arabia Saudita), dove si concentra la maggior parte dei giacimenti e delle infrastrutture petrolifere. Tuttavia, gli analisti economici e geopolitici mettono in guardia sugli ostacoli reali: il peso delle sanzioni internazionali e l’agguerrita concorrenza di Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna e Italia. Proprio l’italiana Eni, in coordinamento con la National Oil Corporation (NOC), ha recentemente portato a termine il ripristino di un pozzo nella zona orientale.
Il quadro critico delle infrastrutture Nonostante possieda le riserve petrolifere più ingenti d’Africa, la Libia vede il proprio apparato energetico fortemente compromesso:
- L’unico grande impianto di raffinazione ancora attivo ha dovuto interrompere del tutto le attività due volte nel corso degli ultimi tre mesi a causa degli scontri armati locali.
- Una seconda grande struttura situata sulla costa mediterranea — potenzialmente in grado di soddisfare interamente il fabbisogno nazionale di benzina e diesel — giace completamente inattiva e richiede lavori di revamping stimati a 60 milioni di dollari.
- Le uniche realtà operative a ciclo continuo sono tre impianti minori, incapaci di coprire neppure la metà della domanda interna.
- Per rimettere a nuovo le strutture esistenti e valorizzare circa sessanta giacimenti già individuati, i vertici della NOC calcolano un fabbisogno d’investimento compreso tra i 30 e i 40 miliardi di dollari.
La polveriera sociale e il fattore politico La crisi energetica ha acceso la miccia della protesta popolare. Già ad agosto, le regioni occidentali controllate dal governo di Tripoli sono state teatro di imponenti manifestazioni contrarie all’inflazione e ai blackout, culminate nello slogan corale “Basta!”. A peggiorare il quadro contribuisce il contrabbando massiccio gestito da milizie armate in lotta per il controllo del greggio, una dinamica che costringe i cittadini a rifornirsi al mercato nero pagando prezzi fino a cinquanta volte superiori a quelli ufficiali.
A settembre la situazione è ulteriormente precipitata: le proteste popolari hanno bloccato il principale complesso petrolifero e del gas, mentre il collasso delle centrali elettriche ha mandato in tilt intere regioni. Gli analisti temono che lo stop all’ultima grande raffineria inneschi una spirale inflattiva anche sui generi di prima necessità. Alla radice di questa instabilità cronica resta la profonda spaccatura emersa dopo il 2011 e la caduta di Gheddafi, con il doppio potere diviso tra l’amministrazione occidentale riconosciuta dall’ONU e il governo orientale. Nonostante gli accordi elettorali siglati a fine agosto 2026, gli esperti concordano sul fatto che, finché esisteranno due blocchi armati contrapposti e gelosi delle proprie quote di rendita petrolifera, una reale stabilizzazione istituzionale rimarrà un traguardo irraggiungibile.
