(AGENPARL) - Roma, 3 Settembre 2026 - WASHINGTON/CARACAS – Sessantacinque miliardi di barili di riserve accertate, diciassette giacimenti venezuelani, concessioni di durata secolare, partecipazione diretta americana e un diritto privilegiato degli Stati Uniti sull’acquisto della produzione.
Donald Trump lo definisce “il più grande accordo petrolifero della storia mondiale”.
Al di là della formula utilizzata dalla Casa Bianca, l’intesa annunciata dall’amministrazione americana rappresenta effettivamente uno sviluppo fuori dall’ordinario nella geopolitica energetica occidentale: Washington entra direttamente nell’architettura societaria destinata a sviluppare una quota enorme delle riserve petrolifere venezuelane e lega la ricostruzione energetica del Paese sudamericano alla propria strategia di sicurezza nazionale.
Secondo la documentazione pubblicata dalla Casa Bianca, le autorità venezuelane ad interim hanno concesso alla North American Blue Energy Partners, NABEP, diritti di lunghissima durata su 17 giacimenti contenenti complessivamente circa 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate.
È una quantità superiore alle riserve provate territoriali degli stessi Stati Uniti, indicate dalla Casa Bianca in circa 46 miliardi di barili.
Ma proprio qui è necessaria una distinzione fondamentale.
Quei 65 miliardi di barili non diventano territorio o riserve sovrane degli Stati Uniti.
Rimangono petrolio venezuelano.
Ciò che Washington acquisisce è una posizione economica e di governance straordinariamente importante nella struttura incaricata di svilupparli, insieme a diritti privilegiati sull’acquisto della produzione.
È comunque sufficiente per modificare profondamente gli equilibri energetici dell’emisfero occidentale.
I numeri dell’accordo
La struttura delineata pubblicamente è senza precedenti per dimensioni e coinvolgimento diretto del governo americano.
NABEP otterrebbe concessioni centennali su 17 giacimenti venezuelani.
Il governo statunitense entrerebbe nella struttura societaria attraverso una partecipazione pubblica e acquisirebbe significativi diritti di governance.
Washington disporrebbe inoltre di un diritto all’acquisto a prezzo di costo di una quota della produzione e di una posizione privilegiata sulla parte restante.
Reuters ha confermato che l’Assemblea nazionale venezuelana ha approvato l’accordo, consentendo a NABEP di accedere a giacimenti che rappresentano circa un quinto delle enormi riserve petrolifere del Venezuela.
Il Venezuela possiede infatti le maggiori riserve petrolifere provate del mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili.
Non sono 65 miliardi di barili pronti per essere pompati
È però essenziale distinguere tra riserve e produzione.
Sessantacinque miliardi di barili nel sottosuolo non significano sessantacinque miliardi di barili immediatamente disponibili sul mercato.
Gran parte del petrolio venezuelano è greggio pesante o extra-pesante.
Richiede infrastrutture.
Pozzi.
Diluenti.
Oleodotti.
Elettricità.
Impianti di trattamento.
Personale specializzato.
Capitali enormi.
E soprattutto tempo.
Il collasso degli investimenti e la lunga crisi di PDVSA hanno lasciato una parte considerevole dell’infrastruttura petrolifera venezuelana in condizioni difficili.
Per trasformare le riserve in produzione saranno quindi necessari investimenti su scala gigantesca.
Il Venezuela produce molto meno del suo potenziale
Il contrasto tra riserve e produzione spiega il paradosso energetico venezuelano.
Il Paese possiede più petrolio accertato di qualsiasi altra nazione.
Eppure produce poco più di un milione di barili al giorno.
In passato superava i tre milioni.
Il segretario americano all’Energia Chris Wright ha dichiarato che i nuovi investimenti americani e internazionali dovrebbero più che raddoppiare la produzione venezuelana nei prossimi anni.
Se questo obiettivo venisse raggiunto, le conseguenze sul mercato mondiale sarebbero significative.
Perché il petrolio venezuelano interessa così tanto agli Stati Uniti
Esiste una ragione industriale oltre che geopolitica.
Numerose raffinerie della costa americana del Golfo del Messico sono progettate per lavorare greggi pesanti.
Il petrolio venezuelano possiede quindi caratteristiche compatibili con una parte importante dell’apparato di raffinazione statunitense.
Per anni queste raffinerie hanno dovuto adattarsi alla riduzione delle forniture venezuelane.
Una riapertura massiccia del flusso Caracas-Golfo del Messico potrebbe ricostruire una catena energetica geograficamente molto corta.
Ed è precisamente questa vicinanza a interessare Washington.
La sicurezza energetica torna nell’emisfero occidentale
La strategia Trump può essere interpretata come un gigantesco progetto di nearshoring energetico.
Piuttosto che dipendere in misura crescente da fornitori geograficamente lontani o da rotte marittime vulnerabili, Washington vuole costruire una rete energetica continentale.
Stati Uniti.
Canada.
Messico.
Guyana.
Venezuela.
Brasile.
Insieme, le Americhe dispongono di una quota enorme delle risorse energetiche mondiali.
La Casa Bianca vuole trasformare questa geografia in potere strategico.
La nuova Dottrina Monroe passa dal petrolio
L’amministrazione Trump presenta apertamente la politica venezuelana anche come riaffermazione dell’influenza americana nell’emisfero occidentale.
La logica richiama la Dottrina Monroe reinterpretata in termini contemporanei.
Non soltanto impedire una presenza militare ostile nelle Americhe.
Ma impedire che potenze concorrenti acquisiscano controllo strategico su infrastrutture, risorse naturali e supply chain essenziali.
In questa prospettiva, il petrolio venezuelano diventa molto più di una commodity.
Diventa territorio geopolitico.
Russia e Cina sono gli altri protagonisti della storia
La Casa Bianca sottolinea che diversi asset coinvolti nell’operazione erano stati precedentemente collegati a interessi russi e cinesi.
È un elemento fondamentale.
Negli anni dell’isolamento di Caracas dall’Occidente, Mosca e Pechino avevano acquisito influenza significativa attraverso finanziamenti, partecipazioni, forniture e cooperazione energetica.
Washington vuole invertire questo processo.
Il nuovo accordo mira quindi non soltanto a produrre petrolio.
Mira a spostare verso gli Stati Uniti il centro di gravità dell’industria energetica venezuelana.
È una vittoria energetica o un ritorno alla politica delle sfere d’influenza?
Qui inizia la parte più controversa.
I sostenitori dell’accordo vedono una straordinaria operazione di sicurezza energetica.
Gli Stati Uniti ottengono accesso privilegiato a gigantesche riserve.
Il Venezuela riceve investimenti.
La produzione aumenta.
Le infrastrutture vengono ricostruite.
Le raffinerie americane ricevono greggio.
Russia e Cina perdono influenza.
I critici vedono invece qualcosa di molto diverso: una forma moderna di controllo economico esercitato da una grande potenza sulle risorse naturali di un Paese più debole.
Alcuni analisti hanno definito la struttura estremamente insolita e hanno sollevato interrogativi sulla governance, sulla trasparenza e sulla sostenibilità politica dell’accordo nel lungo periodo.
Il punto decisivo è la proprietà
La distinzione giuridica è quindi fondamentale.
Dire che gli Stati Uniti hanno “acquisito 65 miliardi di barili” è una semplificazione.
Gli Stati Uniti non hanno annesso riserve venezuelane.
Il Venezuela mantiene la sovranità sulle proprie risorse.
L’accordo crea invece una struttura nella quale un’impresa privata ottiene diritti di sviluppo di lunghissima durata e il governo americano acquisisce partecipazione, governance e diritti economici.
Dal punto di vista strategico, l’effetto può essere enorme.
Dal punto di vista giuridico, però, le due cose non sono equivalenti.
Perché una concessione di 100 anni cambia tutto
La durata è forse l’elemento più straordinario.
Cento anni superano qualsiasi normale orizzonte politico.
Significa attraversare decine di amministrazioni americane e venezuelane.
Significa trasformare l’accordo in una vera infrastruttura geopolitica.
Ma proprio questa durata rappresenta anche una vulnerabilità.
Un contratto può promettere cento anni.
La politica deve garantirli.
Qualsiasi futuro governo venezuelano potrebbe tentare di rinegoziare le condizioni.
Qualsiasi futura amministrazione americana potrebbe modificare il proprio coinvolgimento.
La storia venezuelana delle nazionalizzazioni rende il problema tutt’altro che teorico.
Exxon e Conoco ricordano perfettamente il passato
Le grandi compagnie petrolifere americane conoscono i rischi.
Espropri e nazionalizzazioni hanno lasciato profonde cicatrici nei rapporti energetici tra Washington e Caracas.
È una delle ragioni per cui alcune major potrebbero procedere con maggiore prudenza rispetto all’entusiasmo politico della Casa Bianca.
Per investire decine di miliardi non basta sapere che il petrolio esiste.
Serve certezza contrattuale.
Stabilità politica.
Protezione degli asset.
Possibilità di rimpatriare profitti.
Regole prevedibili.
Chevron diventa il modello
Chevron rappresenta l’eccezione più importante.
La compagnia americana ha mantenuto una presenza in Venezuela anche durante alcune delle fasi più difficili della relazione bilaterale.
Ora ha confermato l’intenzione di ampliare significativamente le proprie attività.
L’espansione di Chevron può diventare il banco di prova della strategia americana: dimostrare che il Venezuela può nuovamente diventare un luogo nel quale le grandi compagnie energetiche internazionali sono disposte a investire capitale.
Il vero obiettivo è riportare la produzione sopra i due milioni di barili
L’effetto geopolitico dell’accordo dipenderà soprattutto da una variabile.
La produzione.
Se il Venezuela rimanesse attorno a 1,1-1,2 milioni di barili al giorno, il controllo di gigantesche riserve avrebbe soprattutto valore futuro.
Se invece tornasse rapidamente sopra i due milioni e successivamente verso i tre milioni, l’impatto diventerebbe globale.
Milioni di barili aggiuntivi sul mercato possono influenzare prezzi, OPEC+, bilanci energetici e potere negoziale dei produttori.
Arabia Saudita e Russia dovranno osservare Caracas
Un Venezuela nuovamente capace di produrre su larga scala modificherebbe anche la matematica dell’OPEC+.
Caracas è membro dell’OPEC.
Ma una massiccia espansione della produzione sostenuta dagli Stati Uniti potrebbe creare tensioni con le strategie di gestione dell’offerta adottate da altri produttori.
L’Arabia Saudita potrebbe trovarsi davanti a un nuovo concorrente.
La Russia vedrebbe crescere un produttore di greggio pesante politicamente collegato a Washington.
Il mercato petrolifero diventerebbe ancora più geopolitico.
L’effetto sulla benzina non sarà automatico
La Casa Bianca sostiene che l’accordo contribuirà a ridurre i prezzi della benzina negli Stati Uniti.
La direzione economica è plausibile: a parità di altre condizioni, più offerta petrolifera esercita pressione al ribasso sui prezzi.
Ma tempi e dimensioni dell’effetto sono molto più incerti.
Il prezzo della benzina dipende dal prezzo internazionale del greggio, dalla capacità di raffinazione, dai margini, dalle scorte, dalle tasse, dalla logistica e dagli shock geopolitici.
E soprattutto il petrolio venezuelano non può passare dal sottosuolo alla pompa di benzina in poche settimane.
Analisti energetici hanno quindi avvertito che un aumento sostanziale della produzione richiederà anni.
Il grande vantaggio potrebbe essere di lungo periodo
È forse questo il modo più corretto di interpretare l’accordo.
Non come uno strumento capace di dimezzare immediatamente il prezzo della benzina.
Ma come una gigantesca opzione strategica sul futuro.
Se gli Stati Uniti contribuiscono a ricostruire l’industria venezuelana, possono creare per decenni una fonte di greggio vicina geograficamente, compatibile con le proprie raffinerie e inserita in una struttura societaria nella quale Washington possiede influenza diretta.
Il valore geopolitico può essere superiore al beneficio immediato sui prezzi.
Il Venezuela riceve qualcosa di altrettanto importante: capitale
Caracas possiede il petrolio.
Ma senza investimenti, il petrolio resta nel sottosuolo.
È questo il problema fondamentale.
Pozzi deteriorati.
Reti elettriche fragili.
Oleodotti.
Raffinerie.
Impianti di upgrading.
Porti.
Tecnologia.
Personale.
Per tornare ai livelli produttivi storici sono necessari investimenti enormi.
Secondo le dichiarazioni venezuelane riportate dalla stampa, il nuovo quadro potrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di dollari nel lungo periodo.
Petrolio in cambio di ricostruzione
L’accordo può quindi essere interpretato come uno scambio strategico.
Il Venezuela offre accesso di lunghissimo periodo alle proprie risorse.
Gli Stati Uniti offrono capitale, tecnologia, accesso al mercato e sicurezza economica.
La domanda è come verranno distribuiti i benefici.
Se l’aumento della produzione genererà entrate fiscali, infrastrutture e occupazione per il Venezuela, il modello potrà acquisire consenso.
Se invece verrà percepito come trasferimento eccessivo di ricchezza all’estero, potrebbe produrre una forte reazione nazionalista.
Il petrolio venezuelano è politicamente esplosivo
La storia del Paese ruota attorno al controllo delle risorse naturali.
Il nazionalismo petrolifero precede Hugo Chávez.
La nazionalizzazione dell’industria è parte dell’identità politica venezuelana.
Concedere a una struttura sostenuta direttamente dagli Stati Uniti un ruolo enorme nello sviluppo delle riserve è quindi una decisione che inevitabilmente provocherà controversie.
Anche una parte degli oppositori del chavismo potrebbe non essere favorevole a condizioni percepite come eccessivamente vantaggiose per Washington.
La democrazia entra nell’equazione energetica
L’amministrazione Trump collega esplicitamente l’accordo al proprio piano per il futuro politico del Venezuela.
La sequenza indicata è sostanzialmente:
stabilizzazione, ripresa economica, riconciliazione e infine transizione democratica.
La tesi americana è che elezioni realmente sostenibili richiedano prima un minimo di stabilità economica e istituzionale.
Gli investimenti petroliferi diventano quindi parte della strategia politica.
Non semplicemente business.
Ma qui emerge una contraddizione
Una transizione democratica significa, per definizione, che i futuri venezuelani dovranno poter scegliere governi differenti.
Quei governi dovranno però ereditare accordi petroliferi centennali conclusi durante una fase politica straordinaria.
La solidità dell’intera architettura dipenderà quindi dalla capacità di renderla accettabile non soltanto all’attuale leadership venezuelana, ma anche alle future maggioranze politiche.
Un contratto duraturo richiede legittimità duratura.
Governance e audit saranno decisivi
La Casa Bianca sostiene di aver costruito meccanismi di controllo finanziario per evitare una ripetizione delle distorsioni che hanno caratterizzato PDVSA.
Audit americani.
Conti controllati.
Governance societaria.
Supervisione dei flussi finanziari.
Sono elementi importanti.
Il Venezuela ha bisogno non soltanto di capitale, ma di istituzioni capaci di impedire che le nuove entrate petrolifere vengano nuovamente dissipate.
La vera rivoluzione sarebbe trasformare la rendita petrolifera in investimenti produttivi.
Il rischio della “maledizione delle risorse”
Il Venezuela rappresenta uno degli esempi più drammatici del paradosso delle risorse.
Possedere enormi quantità di petrolio non garantisce prosperità.
Può addirittura ridurre gli incentivi a diversificare l’economia.
Quando lo Stato dipende quasi interamente dalla rendita energetica, politica e controllo delle risorse diventano inseparabili.
Il nuovo modello dovrà quindi evitare di ricostruire semplicemente la vecchia economia petrolifera con nuovi proprietari.
L’obiettivo dovrebbe essere utilizzare il petrolio per superare il petrolio
La strategia economicamente più sostenibile sarebbe impiegare le nuove entrate per ricostruire:
rete elettrica,
industria,
agricoltura,
trasporti,
istruzione,
sanità,
infrastrutture digitali,
manifattura.
Il petrolio dovrebbe finanziare la diversificazione dell’economia venezuelana.
Altrimenti il Paese rimarrà vulnerabile al prossimo ciclo dei prezzi energetici.
Per Trump è America First applicata alla geoeconomia
L’accordo rappresenta perfettamente la concezione trumpiana della politica estera.
La diplomazia deve produrre vantaggi economici misurabili per gli Stati Uniti.
Energia.
Posti di lavoro.
Investimenti.
Supply chain.
Influenza.
Riduzione della presenza cinese e russa.
La distinzione tradizionale tra politica estera e politica economica scompare.
L’energia diventa strumento di potenza nazionale.
Dal Medio Oriente alle Americhe
Esiste inoltre una trasformazione strategica ancora più ampia.
Per decenni la sicurezza energetica americana è stata profondamente legata al Medio Oriente.
Lo shale boom ha già ridotto questa dipendenza.
Un Venezuela nuovamente produttivo potrebbe accelerare ulteriormente il processo.
Gli Stati Uniti potrebbero costruire un sistema nel quale una quota crescente dell’energia consumata e raffinata proviene direttamente dall’emisfero occidentale.
Questo non renderebbe irrilevante il Golfo Persico.
Ma ridurrebbe la vulnerabilità americana agli shock provenienti da quella regione.
La geografia torna a contare
Un barile venezuelano deve attraversare una distanza relativamente breve per raggiungere le raffinerie della costa del Golfo.
Non deve passare attraverso Hormuz.
Non deve attraversare Suez.
Non deve circumnavigare continenti.
In un mondo nel quale le rotte marittime possono essere interrotte da guerre, droni e blocchi navali, la distanza diventa nuovamente un vantaggio strategico.
Il Venezuela è praticamente nel cortile energetico degli Stati Uniti.
Cina e Russia perdono una posizione importante
Se l’accordo verrà pienamente implementato, uno dei risultati più importanti potrebbe essere proprio l’erosione dell’influenza cinese e russa in Venezuela.
Per Pechino, Caracas rappresentava un importante partner energetico e finanziario.
Per Mosca, una presenza strategica nell’emisfero occidentale.
Washington vuole trasformare il Venezuela da piattaforma di penetrazione dei propri rivali a componente della propria architettura economica regionale.
È la dimensione geopolitica più evidente dell’accordo.
Ma il successo non è garantito
Sessantacinque miliardi di barili producono titoli spettacolari.
La geologia, però, non vota e non firma contratti.
Per trasformare l’annuncio in successo servono:
stabilità politica,
capitale,
tecnologia,
infrastrutture,
certezza giuridica,
personale,
mercati,
anni di investimenti.
Il vero test non sarà quanti barili esistono nel sottosuolo.
Sarà quanti potranno essere economicamente estratti ogni giorno.
Il 2030 conterà più del 2026
Per giudicare l’accordo sarà quindi necessario guardare oltre l’immediato.
Se tra quattro o cinque anni il Venezuela produrrà due o tre milioni di barili al giorno, le raffinerie americane riceveranno grandi quantità di greggio, gli investimenti avranno ricostruito infrastrutture e Caracas avrà recuperato stabilità economica, Trump potrà rivendicare una trasformazione storica.
Se invece investimenti e produzione resteranno bloccati da instabilità politica, controversie legali e infrastrutture deteriorate, i 65 miliardi di barili rimarranno soprattutto una gigantesca cifra sulla carta.
Un accordo petrolifero che è in realtà un accordo geopolitico
È forse questa la conclusione più importante.
Il petrolio è soltanto il mezzo.
La posta in gioco è molto più ampia.
Washington vuole assicurarsi energia nell’emisfero occidentale.
Ridurre l’influenza di Russia e Cina.
Ricostruire economicamente il Venezuela.
Creare opportunità per le aziende americane.
Aumentare l’offerta globale.
E trasformare la propria superiorità economica in controllo strategico delle supply chain.
Per Caracas, l’accordo rappresenta invece la possibilità di riattivare una ricchezza immensa rimasta per anni incapace di tradursi in prosperità.
Le due strategie si incontrano nei 17 giacimenti affidati a NABEP.
Trump scommette sul petrolio del prossimo secolo
La Casa Bianca parla di dominio energetico americano per i prossimi cento anni. È una formulazione politica ambiziosa e impossibile da garantire oggi.
Ma rivela perfettamente la scala del progetto.
Non si tratta di importare qualche cargo aggiuntivo.
Si tratta di ridisegnare il rapporto energetico tra Stati Uniti e Venezuela per generazioni.
Se funzionerà, il centro di gravità petrolifero dell’emisfero occidentale potrebbe spostarsi in maniera significativa.
Il Venezuela possiede le riserve.
Gli Stati Uniti possiedono capitale, tecnologia, raffinerie e mercato.
L’accordo Trump tenta di collegare queste due realtà in un’unica architettura strategica.
Ed è proprio questo, più ancora dei 65 miliardi di barili, a rendere l’operazione potenzialmente storica:
Washington non sta semplicemente cercando altro petrolio. Sta cercando di costruire un sistema energetico americano capace di trasformare l’intero emisfero occidentale in una delle principali fortezze energetiche del XXI secolo.
