(AGENPARL) - Roma, 2 Settembre 2026 - TRIPOLI – Riavvicinare le posizioni delle diverse componenti libiche, trasformare gli accordi preliminari in risultati politici concreti e soprattutto impedire che l’ennesima iniziativa diplomatica venga assorbita dalla lunga paralisi istituzionale del Paese.
È questo il significato dell’intervento della Lega Araba, che ha annunciato l’intenzione di intensificare contatti e consultazioni con le parti libiche, con i Paesi arabi interessati alla crisi e con la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia, l’UNSMIL.
L’obiettivo dichiarato è aumentare le possibilità di consenso attorno alla nuova fase del processo politico, avvicinare le posizioni dei diversi centri di potere e contribuire alla costruzione delle condizioni necessarie per porre fine alla divisione istituzionale.
Al centro dell’attenzione si trova l’accordo raggiunto dai partecipanti al cosiddetto mini-incontro “4+4”, relativo all’attuazione delle prime due fasi della roadmap politica facilitata dall’ONU.
La firma, avvenuta a Tripoli il 30 agosto alla presenza anche di rappresentanti della Lega Araba, viene considerata un passaggio potenzialmente utile.
Ma il vero problema della Libia non è mai stato soltanto raggiungere accordi.
È riuscire ad applicarli.
La Lega Araba: ora bisogna valorizzare ogni punto di convergenza
Il messaggio proveniente dall’organizzazione panaraba è improntato al pragmatismo.
Nell’attuale fase politica, sostiene la Lega, è necessario sostenere tutto ciò che possa contribuire ad avvicinare le posizioni dei libici.
La formulazione riflette la complessità della crisi.
Dopo anni di iniziative internazionali, conferenze, governi transitori, cessate il fuoco, roadmap e tentativi elettorali, nessuna delle principali componenti dispone della forza politica sufficiente per imporre unilateralmente un nuovo ordine nazionale senza rischiare una nuova destabilizzazione.
Il consenso non rappresenta quindi soltanto un ideale diplomatico.
È una necessità.
Una Libia ancora divisa
A oltre quindici anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, il problema fondamentale rimane la frammentazione dello Stato.
La Libia dispone formalmente di istituzioni nazionali, ma il potere politico, militare ed economico rimane distribuito tra differenti strutture e centri territoriali.
Tripoli rappresenta il principale centro istituzionale dell’ovest.
La Cirenaica possiede propri equilibri politici e militari.
Il Parlamento, le autorità governative, le forze armate, gli apparati di sicurezza e numerose milizie continuano a inserirsi in un sistema nel quale competenze e legittimità si sovrappongono.
Questa frammentazione impedisce la costruzione di una governance stabile.
Il paradosso libico
Il Paese possiede contemporaneamente enormi risorse e istituzioni fragili.
È uno dei maggiori produttori petroliferi dell’Africa.
Ha una popolazione relativamente contenuta rispetto alla propria ricchezza energetica.
Occupa una posizione strategica tra Mediterraneo, Sahel e mondo arabo.
Eppure non è riuscito a trasformare queste condizioni favorevoli in stabilità politica.
Al contrario, il controllo delle risorse è diventato parte della competizione per il potere.
Petrolio, banca centrale, bilancio pubblico, infrastrutture e nomine istituzionali sono inevitabilmente collegati alla battaglia politica.
La roadmap dell’ONU torna al centro
La Missione delle Nazioni Unite cerca da tempo di costruire un percorso capace di portare il Paese verso istituzioni unificate ed elezioni.
Il problema è che qualsiasi calendario elettorale necessita di regole condivise.
Chi può candidarsi?
Quali sono i poteri del presidente?
Quale deve essere il rapporto tra presidente e Parlamento?
Come vengono garantiti i risultati?
Quali istituzioni gestiscono il periodo successivo alle elezioni?
Che cosa accade se una delle parti contesta il voto?
Sono questioni apparentemente tecniche che nascondono in realtà il problema fondamentale della distribuzione del potere.
Perché le elezioni non bastano
L’esperienza libica dimostra inoltre che indire elezioni senza costruire preventivamente un minimo consenso istituzionale può essere pericoloso.
Il voto dovrebbe risolvere la competizione politica.
Ma in uno Stato nel quale esistono attori armati capaci di contestarne l’esito, potrebbe invece diventare l’inizio di una nuova crisi.
Per questo la roadmap deve affrontare contemporaneamente due problemi.
Creare le condizioni per votare.
Creare le condizioni perché tutti accettino il risultato.
Il secondo obiettivo è probabilmente ancora più difficile del primo.
Il significato del formato “4+4”
L’intesa raggiunta nell’ambito del mini-incontro “4+4” assume quindi valore soprattutto come esercizio di costruzione del consenso.
Portare rappresentanti appartenenti a differenti componenti istituzionali attorno allo stesso tavolo consente di cercare convergenze graduali invece di pretendere immediatamente una soluzione complessiva.
È una strategia basata su piccoli passi.
In una crisi come quella libica può essere l’approccio più realistico.
Un’intesa parziale applicata vale più di un accordo generale destinato a rimanere sulla carta.
La Lega Araba vuole aumentare il proprio ruolo
L’annuncio di nuove consultazioni indica inoltre la volontà della Lega Araba di assumere una funzione più attiva.
La crisi libica è stata per anni caratterizzata dalla presenza di numerosi attori internazionali.
Nazioni Unite.
Unione Europea.
Unione Africana.
Lega Araba.
Turchia.
Egitto.
Emirati Arabi Uniti.
Qatar.
Russia.
Stati Uniti.
Italia e altri Paesi europei.
Questa sovrapposizione diplomatica ha prodotto opportunità ma anche un problema: le iniziative esterne possono competere tra loro.
Troppi mediatori possono diventare parte del problema
Ogni attore internazionale possiede interessi differenti.
Sicurezza.
Energia.
Migrazione.
Influenza regionale.
Contratti.
Presenza militare.
Mediterraneo.
Sahel.
La conseguenza è che le diverse componenti libiche possono trovare sostenitori esterni e utilizzare la competizione internazionale per rafforzare le proprie posizioni interne.
Il rischio è trasformare la mediazione in una moltiplicazione dei tavoli negoziali.
La vera utilità della Lega Araba dipenderà quindi dalla capacità di coordinarsi con l’ONU invece di costruire un percorso parallelo.
“Guidato e gestito dai libici”
È proprio per questo che uno dei passaggi più importanti della dichiarazione riguarda il principio della proprietà nazionale del processo politico.
La Lega Araba sostiene che il percorso debba rimanere “guidato e gestito dai libici”.
La formula contiene una lezione derivata da quindici anni di crisi.
Una soluzione costruita esclusivamente all’estero difficilmente può diventare stabile se non viene interiorizzata dagli attori nazionali.
La comunità internazionale può facilitare.
Può esercitare pressione.
Può offrire incentivi.
Può mediare.
Ma non può sostituire indefinitamente la politica libica.
Sovranità e interferenze straniere
Il richiamo all’indipendenza del processo decisionale nazionale possiede inoltre un significato geopolitico evidente.
La Libia continua a rappresentare un terreno di competizione internazionale.
Il Paese si trova in una posizione strategica eccezionale.
Possiede una lunga costa mediterranea.
Confina con Egitto, Sudan, Ciad, Niger, Algeria e Tunisia.
È una porta verso il Sahel.
È una delle principali rotte migratorie verso l’Europa.
Possiede enormi riserve di idrocarburi.
Chi esercita influenza in Libia dispone quindi di una piattaforma strategica nel Mediterraneo centrale.
L’Egitto ha un interesse diretto
Tra i Paesi arabi, l’Egitto rappresenta inevitabilmente uno degli interlocutori più importanti.
Il confine terrestre rende la stabilità libica una questione di sicurezza nazionale per Il Cairo.
Instabilità, traffico di armi, terrorismo e movimenti di combattenti possono produrre conseguenze dirette sul territorio egiziano.
Il Cairo possiede inoltre relazioni consolidate con gli attori della Libia orientale.
Qualsiasi compromesso nazionale duraturo dovrà quindi tenere conto degli interessi egiziani.
Gli Stati del Golfo
Anche Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno avuto nel corso degli anni rapporti con differenti componenti della politica libica.
La competizione regionale successiva alle rivolte arabe aveva trasformato la Libia in uno dei terreni della più ampia contrapposizione tra modelli politici del mondo arabo.
Oggi il clima regionale è parzialmente cambiato.
La riduzione di alcune tensioni tra potenze arabe può creare condizioni più favorevoli per una mediazione.
La Lega Araba potrebbe tentare di utilizzare precisamente questa nuova fase.
La Turchia rimane un attore fondamentale
Ankara possiede una presenza politica, economica e militare significativa soprattutto nella Libia occidentale.
Gli accordi conclusi con Tripoli hanno inoltre una dimensione mediterranea, energetica e marittima.
Nessuna architettura politica libica potrà quindi essere costruita ignorando gli interessi turchi.
La difficoltà sarà trasformare la presenza degli attori stranieri da fattore di competizione a garanzia di un eventuale compromesso.
Il petrolio può dividere o unire
La principale risorsa economica della Libia può essere contemporaneamente il maggiore incentivo alla cooperazione.
Le entrate petrolifere finanziano lo Stato.
Ma la distribuzione di queste risorse è politicamente sensibile.
Chi controlla la produzione?
Chi decide la spesa?
Come vengono distribuiti i proventi tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan?
Come si garantisce trasparenza?
Senza un accordo credibile sulla gestione della ricchezza nazionale, qualsiasi compromesso politico rimarrà vulnerabile.
Unificare le istituzioni significa unificare il denaro
Quando la diplomazia parla di “unificazione delle istituzioni”, quindi, non si riferisce soltanto a ministeri e parlamenti.
Significa anche costruire un unico sistema di bilancio.
Un’unica catena decisionale.
Istituzioni finanziarie condivise.
Regole trasparenti per la distribuzione delle entrate.
È uno dei dossier più difficili perché determina materialmente chi dispone delle risorse dello Stato.
E significa affrontare il problema della sicurezza
Esiste poi il nodo militare.
Uno Stato non può considerarsi realmente unificato finché differenti strutture armate rispondono a differenti centri politici.
La Libia continua a presentare una frammentazione della sicurezza.
Milizie locali, apparati formalmente istituzionali e formazioni militari territoriali possiedono capacità autonome.
Qualsiasi percorso politico dovrà prima o poi affrontare la questione più difficile: chi controlla le armi?
Senza una risposta, la politica continuerà a essere condizionata dalla forza.
Il Fezzan non può essere dimenticato
Il dibattito internazionale sulla Libia viene spesso ridotto alla contrapposizione tra est e ovest.
Ma esiste anche il sud.
Il Fezzan occupa un territorio enorme e strategicamente fondamentale.
È attraversato da rotte commerciali, migratorie e di contrabbando.
Confina con alcune delle aree più instabili del Sahel.
La stabilizzazione nazionale richiede quindi una rappresentanza reale delle comunità meridionali.
Un accordo costruito soltanto tra Tripoli e Bengasi rischierebbe di essere incompleto.
Migrazione e sicurezza europea
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la stabilità libica possiede conseguenze immediate.
Una parte significativa delle rotte migratorie del Mediterraneo centrale parte dalle coste libiche.
Quando lo Stato è debole, reti criminali e trafficanti acquisiscono maggiore libertà operativa.
Ma ridurre la Libia esclusivamente a un problema migratorio europeo sarebbe un grave errore.
La migrazione è una conseguenza della fragilità istituzionale.
La soluzione strutturale è uno Stato libico funzionante.
L’Italia ha un interesse strategico
Roma possiede interessi particolarmente profondi.
Energia.
Sicurezza marittima.
Migrazione.
Commercio.
Infrastrutture.
Stabilità mediterranea.
La Libia rappresenta uno dei dossier più importanti della politica estera italiana.
Un processo politico credibile sostenuto congiuntamente da ONU e Lega Araba sarebbe quindi nell’interesse diretto dell’Italia, purché non produca un nuovo sistema transitorio destinato a durare indefinitamente.
Il rischio della transizione permanente
È infatti uno dei grandi problemi della Libia post-2011.
Il Paese vive da anni attraverso strutture temporanee.
Governi transitori.
Roadmap.
Autorità provvisorie.
Parlamenti prorogati.
Accordi intermedi.
Quando il provvisorio dura troppo a lungo, però, crea propri interessi.
Chi occupa una posizione istituzionale può non avere alcun incentivo ad accettare elezioni che potrebbero rimuoverlo.
La transizione diventa così un sistema politico in sé.
Le elezioni devono avere una data credibile
Per spezzare questo meccanismo è necessario che il percorso conduca a un risultato verificabile.
Non necessariamente un voto immediato.
Ma un calendario realistico.
Con tappe.
Responsabilità.
Scadenze.
Meccanismi per risolvere controversie.
E conseguenze politiche per chi blocca deliberatamente il processo.
Senza questi elementi, anche la nuova roadmap rischia di aggiungersi alla lunga lista delle occasioni mancate.
Il consenso non può diventare diritto di veto
Esiste inoltre un problema concettuale.
La Lega Araba insiste correttamente sulla necessità di un ampio consenso nazionale.
Ma il consenso non deve significare unanimità assoluta.
In un sistema frammentato, concedere a ogni attore la possibilità di bloccare qualsiasi decisione significa rendere impossibile il cambiamento.
La mediazione deve quindi trovare un equilibrio.
Abbastanza consenso da rendere sostenibile l’accordo.
Non così tanti veti da renderlo irrealizzabile.
Una finestra diplomatica da utilizzare
Il momento potrebbe comunque offrire opportunità.
La stanchezza accumulata dopo anni di instabilità è enorme.
La popolazione libica continua ad attendere istituzioni funzionanti, servizi pubblici, infrastrutture, sicurezza e la possibilità di scegliere democraticamente i propri rappresentanti.
Anche gli attori regionali possono avere interesse a ridurre una competizione costosa e imprevedibile.
In questo contesto, persino accordi limitati possono acquisire valore se generano fiducia.
Dal “4+4” a un compromesso più ampio
Il vero test sarà quindi capire se l’intesa del 30 agosto riuscirà a produrre un effetto moltiplicatore.
Prima accordi circoscritti.
Poi misure istituzionali.
Successivamente un’intesa più ampia sulle regole politiche.
Infine elezioni.
La sequenza è importante.
Tentare di risolvere simultaneamente ogni problema della Libia ha spesso prodotto paralisi.
Una strategia incrementale potrebbe avere maggiori possibilità.
La Lega Araba può diventare ponte tra ONU e regione
In questo quadro l’organizzazione panaraba possiede un vantaggio particolare.
Può dialogare con gli attori libici attraverso una cornice regionale e contemporaneamente coordinarsi con le Nazioni Unite.
Se riuscisse a creare convergenza tra i principali Paesi arabi interessati alla Libia e la roadmap dell’UNSMIL, ridurrebbe uno dei principali problemi delle precedenti mediazioni: la distanza tra processo internazionale e interessi regionali.
Il valore della Lega non sarebbe quindi sostituire l’ONU.
Sarebbe rafforzarne la capacità di mediazione attraverso il consenso arabo.
La Libia deve tornare soggetto, non oggetto
Il principio più importante espresso dalla Lega Araba rimane però quello della leadership libica.
Per troppo tempo il Paese è stato trattato come terreno sul quale interessi esterni si confrontavano.
La stabilizzazione richiede il processo inverso.
Le istituzioni libiche devono recuperare la capacità di decidere.
Gli attori esterni devono diventare garanti e facilitatori, non protagonisti della competizione interna.
È questo il significato concreto della sovranità.
La prossima fase sarà decisiva
L’accordo raggiunto a Tripoli non risolve la crisi.
Non unifica automaticamente le istituzioni.
Non garantisce elezioni.
Non elimina le rivalità territoriali.
Non disarma le milizie.
Ma può rappresentare un punto di partenza se le parti decidono di utilizzarlo per costruire qualcosa di più ampio.
La dichiarazione della Lega Araba va letta precisamente in questa prospettiva.
Ogni convergenza deve essere protetta.
Ogni canale di dialogo deve essere ampliato.
Ogni accordo applicabile deve diventare precedente per quello successivo.
La pace libica si costruirà per accumulazione
Dopo quindici anni di crisi, probabilmente non esiste più una singola conferenza capace di risolvere tutto.
La stabilità dovrà essere costruita gradualmente.
Un accordo istituzionale.
Poi uno economico.
Poi un compromesso sulla sicurezza.
Poi regole elettorali condivise.
Poi il voto.
La Libia non ha bisogno dell’ennesima soluzione perfetta destinata a rimanere sulla carta.
Ha bisogno di una successione di accordi imperfetti che vengano realmente applicati.
È per questo che l’appello della Lega Araba ad “avvicinare le posizioni dei libici” assume un significato più profondo di quanto possa apparire.
Il futuro del Paese dipenderà infatti dalla capacità di trasformare la competizione per il controllo dello Stato in una competizione all’interno dello Stato.
Quando le diverse parti accetteranno che nessuna può possedere da sola la Libia, sarà finalmente possibile costruire istituzioni che appartengano a tutti.
Ed è probabilmente da questo principio, più ancora che da qualsiasi nuova roadmap internazionale, che può iniziare la vera uscita dalla lunga transizione libica.
