(AGENPARL) - Roma, 31 Agosto 2026 - SAN PAOLO – Il cinema come strumento per attraversare confini, generazioni e memorie, ma soprattutto per restituire la complessità di società troppo spesso rappresentate attraverso immagini stereotipate. Dal 2 all’8 settembre, il CineSesc di San Paolo ospita la 21ª edizione dell’Arab World Film Festival, con una selezione di opere provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa.
Organizzata dall’Istituto di Cultura Araba (ICArabe) in collaborazione con il Serviço Social do Comércio di São Paulo (SESC-SP), la manifestazione propone quest’anno nove film, sette dei quali presentati in anteprima brasiliana.
Il festival è patrocinato dalla Camera di Commercio Arabo-Brasiliana (ABCC) e da Casa Árabe, con l’obiettivo di offrire al pubblico brasiliano uno sguardo plurale sulle trasformazioni culturali e sociali che attraversano il mondo arabo.
“Calle Málaga” apre il festival
Ad inaugurare la rassegna sarà “Calle Málaga” (2025) della regista marocchina Maryam Touzani, con protagonista Carmen Maura.
Il film racconta la storia di una donna spagnola che vive a Tangeri, in Marocco, la cui esistenza viene improvvisamente sconvolta quando la figlia decide di vendere l’appartamento nel quale abita.
La protagonista sceglie di opporsi alla perdita della propria casa e della vita costruita nella città marocchina. Da questa resistenza prende forma un percorso personale fatto di legami, appartenenza e nuove scoperte.
La casa diventa così qualcosa di più di uno spazio fisico: è memoria, identità e relazione con un luogo nel quale la protagonista ha costruito una parte essenziale della propria esistenza.
Un mondo arabo «in movimento»
È proprio la complessità delle trasformazioni contemporanee a costituire uno dei fili conduttori della selezione.
Arthur Jafet, curatore del festival e membro del consiglio di amministrazione della Camera di Commercio Arabo-Brasiliana, ha spiegato che la programmazione è stata costruita con l’intenzione di rappresentare le società arabe «in movimento», rifiutando interpretazioni univoche o semplificate.
Famiglia, memoria e territorio emergono come temi centrali, ma vengono osservati attraverso il linguaggio di una nuova generazione di autori interessata non soltanto a interrogare ciò che è stato, ma anche a immaginare ciò che potrebbe essere.
«In questi film, il passato non appare semplicemente come nostalgia, ma come materia viva che il cinema recupera, interroga e reinventa», ha osservato Jafet.
È una definizione che sintetizza bene la prospettiva culturale dell’intera manifestazione: la memoria non come rifugio, ma come materia attraverso la quale comprendere il presente e costruire nuove possibilità per il futuro.
“Cotton Queen”: il Sudan dopo il colonialismo
Tra le opere evidenziate dal curatore figura “Cotton Queen” (2025) di Suzannah Mirghani.
Il film affronta le trasformazioni economiche e sociali del Sudan successive al dominio coloniale britannico, inserendo le vicende individuali all’interno di processi storici più ampi.
Il rapporto tra passato coloniale, società contemporanea e cambiamento diventa così uno degli strumenti attraverso i quali il cinema cerca di raccontare un Paese la cui realtà non può essere ridotta esclusivamente alle crisi che ne dominano frequentemente la rappresentazione internazionale.
“Hijra” e tre generazioni di donne saudite
Una prospettiva differente emerge da “Hijra” (2025) della regista saudita Shahad Ameen.
Al centro della storia si trovano tre donne appartenenti alla stessa famiglia ma a generazioni differenti, attraverso le quali vengono esplorati il rapporto con la tradizione e le diverse interpretazioni della libertà nella società saudita.
Secondo Jafet, la stessa regista considera l’opera una riflessione sulle generazioni di donne dell’Arabia Saudita e sulle loro differenti percezioni dell’emancipazione.
Il confronto generazionale diventa quindi un mezzo per osservare le trasformazioni della società: ciò che per una generazione rappresentava un limite può assumere un significato diverso per quella successiva, mentre tradizione e modernità cessano di apparire come categorie rigidamente contrapposte.
La Tunisia raccontata attraverso i suoi giovani
Con “Where the Wind Comes From” (2025), Amel Guellaty porta invece lo spettatore in Tunisia, seguendo due giovani che attraversano il Paese per partecipare a una competizione.
Il film utilizza anche l’umorismo per raccontare aspirazioni, difficoltà e desideri di una generazione che cerca il proprio posto in una realtà in trasformazione.
Il viaggio assume così una doppia dimensione: geografica e personale. Attraversare il territorio significa contemporaneamente confrontarsi con le possibilità e i limiti che condizionano il futuro dei protagonisti.
Non esiste un solo “mondo arabo”
Uno degli obiettivi culturali più significativi della manifestazione è mettere in discussione la stessa idea di un mondo arabo percepito come realtà uniforme.
La programmazione attraversa infatti Marocco, Sudan, Tunisia, Egitto, Arabia Saudita, Libano e Iraq, mostrando società differenti per storia, struttura sociale, tradizioni e trasformazioni contemporanee.
Il festival vuole dimostrare che dietro una definizione geografica e linguistica comune esiste una molteplicità di esperienze impossibile da ricondurre a un’unica rappresentazione.
È proprio questa pluralità a costituire, dopo ventuno edizioni, uno dei tratti distintivi della manifestazione.
Ventuno anni di trasformazioni del cinema arabo
Nel corso della sua storia, l’Arab World Film Festival ha accompagnato anche una profonda evoluzione delle cinematografie della regione.
Jafet sottolinea l’emergere di nuove generazioni di registi, una presenza femminile sempre più significativa e una maggiore visibilità internazionale di cinematografie provenienti da Paesi precedentemente meno rappresentati.
Parallelamente sono aumentate la diversità linguistica e la varietà dei temi affrontati.
Il risultato è un cinema che non si limita a descrivere il mondo arabo dall’interno, ma ne mette in discussione identità, contraddizioni e trasformazioni, facendo emergere esperienze individuali spesso assenti dalle rappresentazioni geopolitiche dominanti.
San Paolo come ponte culturale tra Brasile e mondo arabo
La scelta di San Paolo assume inoltre un significato particolare per gli storici e profondi rapporti tra il Brasile e le comunità di origine araba.
Il festival diventa così non soltanto una rassegna cinematografica, ma uno spazio di dialogo culturale tra America Latina, Medio Oriente e Nord Africa.
La 21ª edizione è co-sponsorizzata da Nasser Advogados e sostenuta dall’Instituto do Sono e dalla Cattedra Edward Said di Studi Contemporanei dell’Università di San Paolo.
Dal 2 all’8 settembre, sullo schermo del CineSesc, il pubblico brasiliano incontrerà dunque non un unico “mondo arabo”, ma molti mondi: società attraversate dalla memoria e dal cambiamento, giovani alla ricerca del futuro, donne che ridefiniscono il proprio spazio e territori nei quali passato e presente continuano incessantemente a dialogare.
Ed è forse proprio questa la funzione culturale più profonda della manifestazione: utilizzare il cinema per sostituire alla semplificazione la complessità e alla distanza la conoscenza.
