(AGENPARL) - Roma, 31 Settembre 2026 - DUBLINO/BELFAST – A quasi trent’anni dall’Accordo del Venerdì Santo, lo spettro della violenza politica torna ad affacciarsi sull’isola d’Irlanda sotto una forma potenzialmente diversa da quella che ha caratterizzato i Troubles. Secondo indiscrezioni attribuite a fonti della sicurezza britannica, ambienti collegati alla cosiddetta New IRA starebbero valutando la possibilità di sfruttare le tensioni sull’immigrazione per allargare la propria capacità di reclutamento e intimidazione.
È un’ipotesi estremamente grave, che richiede però altrettanta cautela: le affermazioni sulla presunta strategia anti-immigrazione provengono da fonti anonime citate dalla stampa e non dimostrano, da sole, l’esistenza di un piano terroristico strutturato né che l’intero movimento repubblicano dissidente abbia adottato una nuova piattaforma contro i migranti.
Ciò che invece è consolidato è che la New IRA rappresenta da anni una minaccia terroristica nell’Irlanda del Nord e continua a rifiutare l’assetto politico nato dagli accordi di pace.
La questione decisiva è quindi capire se una parte dell’estremismo repubblicano stia cercando di innestare la propria tradizionale lotta contro la presenza britannica su un secondo terreno di mobilitazione: il malcontento provocato dall’immigrazione.
Se confermata, sarebbe un’evoluzione significativa.
Una minaccia che non è mai completamente scomparsa
Per comprendere la portata dell’allarme occorre partire da un dato fondamentale: la violenza repubblicana dissidente non è nata con l’attuale crisi migratoria.
Gruppi contrari al processo di pace hanno continuato a operare dopo l’Accordo del Venerdì Santo del 1998, contestando la legittimità delle istituzioni nordirlandesi e mantenendo come obiettivo strategico la fine della sovranità britannica sull’Irlanda del Nord.
La New IRA è una delle principali organizzazioni emerse da questa galassia.
Non deve essere confusa con la Provisional IRA che condusse per decenni la campagna armata durante i Troubles e che successivamente abbandonò la lotta militare.
È altrettanto importante non confondere la New IRA con il Sinn Féin contemporaneo, che opera attraverso il processo democratico e istituzionale.
Il rischio di una mutazione ideologica
L’elemento nuovo contenuto nelle indiscrezioni riguarda precisamente il possibile ampliamento dell’agenda.
Una fonte della sicurezza citata dalla stampa britannica sostiene che settori della New IRA perseguirebbero ormai due obiettivi: la tradizionale riunificazione dell’Irlanda e una campagna contro l’immigrazione.
Se questa valutazione fosse corretta, ci troveremmo davanti a una mutazione significativa del repubblicanesimo dissidente.
Storicamente la sua narrazione è stata costruita principalmente attorno alla sovranità nazionale, alla presenza britannica e alla riunificazione dell’isola.
L’introduzione sistematica dell’immigrazione come secondo nemico modificherebbe profondamente il quadro.
Il nazionalismo rivoluzionario potrebbe tentare di trasformare un conflitto territoriale storicamente definito in una più ampia mobilitazione identitaria.
Il video e la minaccia delle “24 ore”
Particolare attenzione viene riservata a un video circolato online nel quale individui che richiamano la simbologia repubblicana avrebbero minacciato azioni violente per costringere migranti irregolari a lasciare il Paese, arrivando a evocare un ultimatum di 24 ore.
Materiale di questo tipo rappresenta un evidente segnale di allarme.
Ma anche in questo caso è essenziale distinguere propaganda e capacità operativa.
Nell’universo dell’estremismo contemporaneo è relativamente semplice produrre un video, utilizzare simboli storici e rivendicare appartenenze organizzative. Molto più difficile è dimostrare che chi appare o parla nel filmato rappresenti realmente il comando di una determinata organizzazione terroristica.
L’intelligence deve quindi stabilire autenticità, provenienza e catena di comando.
Perché l’immigrazione può diventare terreno di reclutamento
La preoccupazione delle autorità nasce comunque in un contesto sociale reale.
L’Irlanda ha attraversato negli ultimi due decenni una trasformazione demografica molto rapida.
Secondo il censimento irlandese del 2022, più di un milione di residenti risultava nato fuori dall’Irlanda, circa un quinto della popolazione.
Questo dato non equivale, è importante sottolinearlo, al numero di immigrati irregolari o richiedenti asilo: comprende una popolazione estremamente eterogenea, inclusi cittadini europei e persone stabilmente integrate nel Paese.
Ma la rapidità della trasformazione demografica si è sovrapposta a problemi preesistenti come scarsità di abitazioni, aumento degli affitti, difficoltà di accesso ai servizi e pressione sulle infrastrutture.
È proprio in queste sovrapposizioni che la propaganda estremista trova terreno fertile.
La battaglia per interpretare il disagio sociale
Quando una comunità affronta contemporaneamente una crisi abitativa e un aumento della popolazione, diventa politicamente semplice attribuire l’intero problema a un unico fattore.
La realtà è molto più complessa.
La crisi immobiliare irlandese precede buona parte dell’attuale aumento dei flussi migratori e dipende anche da anni di insufficiente costruzione di abitazioni, problemi urbanistici, costi elevati e squilibri tra domanda e offerta.
Questo non significa che una rapida crescita della popolazione non possa aumentare ulteriormente la pressione.
Significa però che trasformare una questione di capacità infrastrutturale in una contrapposizione etnica produce una diagnosi incompleta e potenzialmente esplosiva.
È esattamente il passaggio che le organizzazioni estremiste possono tentare di sfruttare.
Dalla protesta alla violenza
L’Irlanda e l’Irlanda del Nord hanno già sperimentato episodi di grave disordine collegati a tensioni sociali e migratorie.
Ma esiste una differenza fondamentale tra protesta, rivolta spontanea e terrorismo organizzato.
Una protesta può degenerare.
Una rivolta può svilupparsi rapidamente attraverso dinamiche di folla.
Il terrorismo richiede invece organizzazione, pianificazione, selezione degli obiettivi, logistica e normalmente una struttura clandestina.
La possibilità che un’organizzazione con esperienza nella violenza politica tenti di inserirsi nel malcontento sociale è quindi molto più seria della semplice presenza di gruppi radicali nelle manifestazioni.
Il vero pericolo: fondere due estremismi
È questo probabilmente lo scenario che maggiormente preoccupa gli apparati di sicurezza.
Da una parte esiste il repubblicanesimo dissidente, con organizzazioni clandestine, memoria operativa e disponibilità alla violenza.
Dall’altra sono emerse reti radicali concentrate sull’immigrazione e sull’identità nazionale.
Se i due ambienti rimanessero separati, rappresenterebbero problemi differenti.
Se invece iniziassero a sovrapporsi, potrebbe emergere qualcosa di nuovo: una forma di estremismo nazionalista capace di combinare simboli e strutture della tradizione paramilitare irlandese con la mobilitazione anti-immigrazione contemporanea.
Non sarebbe un semplice ritorno ai Troubles.
Sarebbe una trasformazione del fenomeno.
La pace del 1998 resta una conquista storica
Proprio per questo è necessario evitare narrazioni secondo cui l’Irlanda sarebbe inevitabilmente destinata a una nuova guerra civile.
L’Accordo del Venerdì Santo ha trasformato profondamente l’isola.
Ha creato istituzioni condivise, modificato i rapporti tra Londra, Belfast e Dublino e permesso a una generazione di crescere senza conoscere la violenza quotidiana che aveva caratterizzato i decenni precedenti.
La maggioranza della società nordirlandese continua a operare all’interno di quel quadro.
I gruppi dissidenti rappresentano una minoranza.
Ma la storia del terrorismo dimostra che una minoranza organizzata non ha bisogno di un sostegno maggioritario per provocare conseguenze enormi.
L’obiettivo più pericoloso potrebbe essere la polarizzazione
Un eventuale terrorismo anti-migranti avrebbe inoltre una caratteristica particolarmente destabilizzante.
Il successo strategico di un’organizzazione estremista non dipende necessariamente dal numero di persone direttamente colpite.
Può consistere nella reazione prodotta.
Un attentato contro un centro di accoglienza potrebbe generare paura nelle comunità immigrate.
Una rappresaglia potrebbe produrre ulteriori violenze.
Le immagini potrebbero essere amplificate sui social network.
Gruppi opposti potrebbero mobilitarsi.
In questo modo, pochi attentatori potrebbero tentare di trasformare una questione politica in uno scontro comunitario.
È il meccanismo classico della provocazione terroristica: colpire pochi per polarizzare molti.
Il ruolo dei social network
Rispetto ai Troubles, esiste inoltre una differenza tecnologica enorme.
Negli anni Settanta e Ottanta la propaganda terroristica richiedeva giornali clandestini, manifesti, reti territoriali e contatti personali.
Oggi un video può raggiungere centinaia di migliaia di persone in poche ore.
Una voce falsa può provocare una mobilitazione prima ancora che la polizia riesca a smentirla.
Immagini di un crimine commesso da un singolo straniero possono essere presentate come prova della pericolosità di un’intera popolazione.
E vecchi filmati provenienti da altri Paesi possono essere riciclati per alimentare tensioni locali.
La radicalizzazione diventa quindi più rapida e decentralizzata.
Belfast e Dublino hanno problemi diversi
È inoltre necessario distinguere le due giurisdizioni dell’isola.
La Repubblica d’Irlanda è uno Stato sovrano membro dell’Unione Europea.
L’Irlanda del Nord appartiene al Regno Unito e possiede una storia politica, istituzionale e comunitaria specifica.
Le politiche migratorie non sono identiche.
Neppure le strutture di sicurezza lo sono.
Nell’Irlanda del Nord opera il Police Service of Northern Ireland, mentre nella Repubblica la responsabilità principale appartiene alla Garda Síochána.
Un’organizzazione capace di agire su entrambi i lati del confine pone quindi un problema particolarmente complesso di cooperazione tra Londra e Dublino.
Sinn Féin e il nuovo nazionalismo irlandese
Il dossier ha anche un’importante dimensione politica.
Il Sinn Féin contemporaneo ha progressivamente costruito una concezione del nazionalismo irlandese molto differente da quella etnica.
La leadership di Mary Lou McDonald ha sostenuto l’idea di una futura Irlanda unita come società inclusiva e pluralista, una “casa per tutti”.
Questa posizione produce una frattura profonda con eventuali ambienti dissidenti che tentassero invece di reinterpretare il repubblicanesimo attraverso una concezione esclusiva dell’identità nazionale.
La battaglia sarebbe quindi anche per il significato stesso di “Irlanda unita”.
Il paradosso del nazionalismo contemporaneo
Per il repubblicanesimo istituzionale, l’unificazione dell’isola richiede conquistare democraticamente consenso anche tra cittadini che non appartengono alla tradizionale comunità nazionalista.
Una campagna xenofoba avrebbe l’effetto opposto.
Spaventerebbe minoranze, irrigidirebbe le comunità unioniste e potrebbe indebolire proprio la prospettiva di una futura unità irlandese.
Da questo punto di vista, un eventuale terrorismo anti-migranti sarebbe non soltanto criminale ma strategicamente contraddittorio rispetto all’obiettivo storico della riunificazione.
Il fattore economico
Il dibattito sull’immigrazione non può tuttavia essere liquidato semplicemente come prodotto dell’estremismo.
Una crescita demografica rapida richiede abitazioni, scuole, trasporti, medici e servizi pubblici.
Quando l’offerta non aumenta alla stessa velocità della domanda, emergono inevitabilmente tensioni.
Un governo che ignora queste preoccupazioni lascia spazio politico a chi offre spiegazioni semplicistiche.
Combattere l’estremismo richiede quindi due strategie contemporaneamente.
La prima è sicurezza e repressione contro chi prepara violenza.
La seconda è politica: controllo efficace dei flussi, procedure migratorie credibili, capacità abitativa e risposte trasparenti alle preoccupazioni dei cittadini.
Non criminalizzare il dibattito, isolare la violenza
Questa distinzione è fondamentale.
Essere favorevoli a una politica migratoria più restrittiva non equivale a sostenere il terrorismo.
Criticare il governo sulla gestione dell’immigrazione non equivale ad aderire alla New IRA.
E denunciare atti criminali commessi da singoli migranti non giustifica la responsabilità collettiva di intere comunità.
Una democrazia stabile deve essere capace di mantenere contemporaneamente queste tre distinzioni.
Se ogni critica all’immigrazione viene descritta come estremismo, la discussione democratica si restringe.
Se ogni immigrato viene trasformato in un nemico, la convivenza civile viene distrutta.
Se la violenza politica viene normalizzata come risposta al malcontento, è la democrazia stessa a perdere.
Il rischio più serio non è un ritorno identico ai Troubles
L’Irlanda del 2026 non è quella del 1972.
Le strutture politiche sono differenti, le relazioni anglo-irlandesi sono cambiate e la società è profondamente trasformata.
Per questo parlare semplicemente di “ritorno dell’IRA” può essere fuorviante.
Il rischio reale potrebbe essere più complesso: vecchie competenze clandestine applicate a nuove fratture sociali.
Non una replica del passato, ma una sua mutazione.
È questa possibilità che gli apparati di sicurezza devono prendere sul serio.
La sfida dell’Irlanda
Il governo irlandese e quello britannico devono quindi affrontare una doppia responsabilità.
Da una parte impedire che gruppi terroristici sfruttino la questione migratoria per reclutare, intimidire o compiere attentati.
Dall’altra evitare che la risposta securitaria sostituisca il confronto politico sulle reali difficoltà create dalla crescita demografica e dalla pressione sui servizi.
La pace costruita dopo il 1998 non è semplicemente l’assenza di bombe.
È la capacità di trasferire i conflitti dalla strada alle istituzioni.
Ed è precisamente questo principio che un’eventuale campagna terroristica cercherebbe di distruggere.
Le indiscrezioni sulla New IRA devono quindi essere verificate con rigore e senza sensazionalismo. Non dimostrano che l’Irlanda sia sull’orlo di una nuova guerra civile né che esista già una strategia terroristica anti-migranti pienamente operativa.
Ma indicano un rischio che sarebbe imprudente ignorare.
Perché il pericolo maggiore non è necessariamente che la storia irlandese si ripeta.
È che vecchie organizzazioni imparino a utilizzare le paure del presente per costruire una forma completamente nuova di violenza politica.
