(AGENPARL) - Roma, 18 Agosto 2026 - La Libia si trova ancora una volta davanti a un passaggio decisivo della propria storia recente. Dopo anni segnati da governi transitori, istituzioni divise, fragili equilibri politici e dall’influenza di interessi stranieri, la questione centrale non è più soltanto come gestire la crisi, ma come ricostruire uno Stato unitario, sovrano e capace di restituire ai libici la possibilità di decidere il proprio futuro.
In questo scenario si inserisce la visione di Mohamed Al-Mazoughi, che indica nella soluzione “libica-libica” il punto di partenza per superare definitivamente la lunga stagione della transizione. La sua proposta ruota attorno alla costituzione di un nuovo governo nazionale unificato, politicamente indipendente e dotato di un mandato preciso: riunificare le istituzioni, ristabilire sicurezza e stabilità finanziaria, creare le condizioni costituzionali necessarie e accompagnare il Paese verso elezioni nazionali credibili entro tempi definiti.
Ma il progetto di Al-Mazoughi va oltre la ricomposizione politica. Al centro vi è anche il tema della sovranità libica nei rapporti con le potenze internazionali: cooperare con Stati Uniti, Europa, Turchia, Egitto, Algeria e gli altri attori interessati alla regione senza permettere che la Libia continui a essere terreno di confronto tra interessi esterni. Una posizione sintetizzata in un principio netto: collaborare con tutti, dipendere da nessuno e mettere l’interesse nazionale libico al di sopra delle rivalità interne e internazionali.
La terza dimensione riguarda l’economia. Per Al-Mazoughi, la riunificazione dello Stato deve produrre risultati concreti nella vita quotidiana dei cittadini. La sfida è trasformare la ricchezza petrolifera da fonte di dipendenza e competizione politica in motore per costruire un’economia produttiva e diversificata. Energia, industria, infrastrutture, agricoltura, piccole e medie imprese e capitale umano diventano così i pilastri di una strategia nella quale si inserisce anche il progetto “Made in Libya”, con l’obiettivo di aumentare la capacità produttiva nazionale, creare occupazione e offrire nuove prospettive alle giovani generazioni.
Particolare attenzione viene riservata al Fezzan e allo sviluppo del Sud, insieme alla necessità di garantire un equilibrio economico e istituzionale tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Tra le priorità indicate figurano inoltre la trasformazione del sistema energetico ed elettrico, un programma nazionale per l’industria e le PMI e la creazione di un grande corridoio infrastrutturale e logistico capace di collegare porti, aeroporti, aree produttive e regioni meridionali, valorizzando la posizione strategica della Libia tra Mediterraneo e Africa subsahariana.
Ne emerge una proposta che lega tre questioni inseparabili: unità politica, sovranità nazionale e trasformazione economica. Abbiamo intervistato Mohamed Al-Mazoughi per capire come intenda tradurre questa visione in un progetto concreto di governo, quali rapporti immagini per la Libia con la comunità internazionale e, soprattutto, quale Paese ritenga possibile costruire nei prossimi dieci anni.
Mohamed Al-Mazoughi: «La Libia appartiene ai libici. Un governo unificato per ricostruire lo Stato e rilanciare l’economia»
La Libia si trova ancora una volta davanti a un passaggio decisivo della propria storia recente. Dopo anni di governi transitori, istituzioni divise, fragili equilibri politici e interferenze straniere, la questione centrale non è più soltanto come amministrare la crisi, ma come tornare a costruire uno Stato unitario, sovrano e capace di restituire ai cittadini la possibilità di scegliere il proprio futuro.
In questa intervista Mohamed Al-Mazoughi delinea una proposta che lega tre questioni fondamentali: la nascita di un governo nazionale unificato con un mandato preciso e limitato nel tempo; il recupero della sovranità libica nei rapporti con la comunità internazionale; la trasformazione di un’economia dipendente dalla rendita petrolifera in un sistema produttivo fondato su energia, industria, infrastrutture, agricoltura e capitale umano.
Al centro della sua visione c’è il principio di una soluzione «libica-libica»: non isolamento internazionale, precisa Al-Mazoughi, ma restituzione ai libici della titolarità delle decisioni sul proprio futuro. E sul piano economico indica tre progetti prioritari e misurabili: la trasformazione del sistema energetico ed elettrico, il programma industriale «Made in Libya» e un grande corridoio nazionale infrastrutturale e logistico.
«Dalla gestione della crisi alla costruzione dello Stato»
Domanda. Lei sostiene che la crisi libica possa essere risolta soltanto attraverso una soluzione “libica-libica” e la nascita di un nuovo governo unificato. Ma dopo anni di governi transitori, accordi incompiuti e istituzioni concorrenti, qual è concretamente il suo progetto per trasformare questo principio in un nuovo patto di potere? Quali garanzie offrirebbe a Tripolitania, Cirenaica e Fezzan e, soprattutto, quale meccanismo impedirebbe al nuovo esecutivo di diventare semplicemente l’ennesima fase transitoria, anziché il governo capace di condurre finalmente il Paese alle elezioni?
Mohamed Al-Mazoughi: La crisi libica non ha bisogno di un altro accordo temporaneo tra attori politici in competizione. Ha bisogno di passare dalla politica della gestione della crisi alla politica della costruzione dello Stato.
Quando parlo di una soluzione «libica-libica», non intendo l’isolamento dalla comunità internazionale. Intendo dire che la legittimità, la titolarità del processo e la decisione finale devono appartenere ai libici. La comunità internazionale dovrebbe sostenere il processo, garantirne l’integrità e contribuire a tutelare l’accordo, ma non dovrebbe disegnare il futuro politico della Libia al posto dei libici.
La mia proposta è quindi chiara: istituire un governo nazionale unificato, politicamente indipendente e ampiamente condiviso, con un unico mandato: riunificare le istituzioni dello Stato, ristabilire la sicurezza e la stabilità finanziaria, preparare il quadro costituzionale ed elettorale e condurre la Libia verso elezioni nazionali credibili entro un periodo chiaramente definito.
La formazione di un simile governo non deve trasformarsi nell’ennesimo accordo politico concluso a porte chiuse. Il primo ministro dovrebbe emergere attraverso un meccanismo trasparente e legittimo, scegliendo tra candidati qualificati che abbiano già soddisfatto i requisiti previsti e presentato pubblicamente i propri programmi e la propria visione davanti alla Camera dei Rappresentanti libica.
Qualora le istituzioni politiche non riuscissero ad assumersi questa responsabilità, la scelta potrebbe essere sottoposta a un voto diretto e segreto, con la supervisione e il supporto tecnico della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia, affinché sia il popolo libico a diventare la fonte della legittimità, anziché essere oggetto della contrattazione politica.
Anche l’equilibrio regionale è essenziale. Tripolitania, Cirenaica e Fezzan non devono essere considerate territori in competizione tra loro. Sono tre componenti di un unico Stato e ogni regione deve riconoscersi nelle istituzioni, nei processi decisionali e nella distribuzione dello sviluppo nazionale.
Ma la rappresentanza, da sola, non basta. Servono garanzie istituzionali: istituzioni finanziarie unificate, strutture di sicurezza unificate, trasparenza della spesa pubblica, sviluppo equo, decentralizzazione e criteri chiari per la distribuzione delle risorse nazionali.
Il governo che immagino, quindi, non sarebbe un altro governo transitorio il cui obiettivo è semplicemente sopravvivere. Il suo scopo sarebbe rendere superflua la propria esistenza, completando la transizione verso un ordine costituzionale ed elettorale legittimo.
La vera prova è semplice: un governo di transizione efficace non è quello che rimane al potere, ma quello che crea le condizioni affinché il popolo possa scegliere il proprio governo permanente.
«La Libia deve passare da terreno di competizione a partner internazionale»
Domanda. La sua idea di “soluzione libica-libica” implica ridurre le interferenze straniere; allo stesso tempo, però, la Libia è al centro degli interessi di Stati Uniti, Europa, Turchia, Russia e delle potenze regionali, mentre nel 2026 anche iniziative internazionali hanno cercato di favorire la riunificazione delle istituzioni. Dove traccia il confine tra una cooperazione internazionale utile e un’ingerenza inaccettabile? E se diventasse primo ministro, quale sarebbe la sua dottrina di politica estera per impedire che petrolio, sicurezza, basi militari e ricostruzione trasformino nuovamente la Libia in un terreno di competizione tra potenze?
Mohamed Al-Mazoughi: Non credo che la Libia debba scegliere tra cooperazione internazionale e sovranità nazionale. Una politica estera libica responsabile deve garantire entrambe.
La Libia non vive in isolamento. Comprendiamo gli interessi strategici degli Stati Uniti, dell’Europa, dei Paesi vicini e degli altri attori internazionali. Siamo altrettanto consapevoli dell’importanza delle risorse petrolifere e di gas della Libia, della sua posizione geografica, delle rotte migratorie, delle questioni legate alla sicurezza e del suo potenziale come porta di collegamento tra Europa e Africa.
Il problema non è il coinvolgimento internazionale in sé. Il problema nasce quando la competizione internazionale diventa più forte delle istituzioni libiche o quando attori esterni sostengono centri di potere concorrenti invece di sostenere un unico Stato libico legittimo.
Il mio approccio sarebbe quello di trasformare la Libia da terreno di competizione internazionale a partner della cooperazione internazionale.
Accoglieremmo con favore le partnership internazionali, ma sulla base della trasparenza, della reciprocità e dell’interesse nazionale libico.
Sul piano della sicurezza, la Libia non può continuare a essere un mercato aperto all’influenza militare straniera. Il Paese ha bisogno di un unico Stato legittimo, di un’architettura nazionale della sicurezza e di un processo chiaro e graduale per porre fine alla presenza di forze straniere e mercenari che operano al di fuori dell’autorità dello Stato libico.
Per quanto riguarda petrolio e gas, le nostre risorse non devono mai più essere utilizzate per finanziare la divisione politica. I proventi del petrolio appartengono a tutti i libici. Abbiamo bisogno di una gestione trasparente, di riforme istituzionali e di un modello di sviluppo equo che permetta a ogni regione di beneficiare concretamente della prosperità nazionale.
Anche nella ricostruzione, la Libia non dovrebbe diventare semplicemente un mercato per appaltatori stranieri. Vogliamo partnership capaci di trasferire tecnologia, sviluppare le imprese libiche, creare posti di lavoro e costruire capacità produttiva all’interno del Paese.
Sul piano diplomatico perseguirei relazioni equilibrate con tutti i Paesi. La Libia non dovrebbe appartenere a uno schieramento internazionale contrapposto a un altro. La Libia appartiene alla Libia.
Possiamo costruire solide relazioni con Stati Uniti, Europa, Turchia, Egitto, Algeria, Regno Unito, Germania e altri Paesi, mantenendo allo stesso tempo il nostro diritto sovrano di determinare le priorità nazionali.
Comprendere gli equilibri internazionali e gestire con intelligenza le relazioni con le altre potenze non significa dipendenza. Dipendenza significa permettere agli altri di prendere le nostre decisioni al nostro posto.
La nostra politica estera sarebbe quindi fondata su un principio: cooperiamo con tutti, non dipendiamo da nessuno e poniamo l’interesse nazionale della Libia al di sopra di qualsiasi rivalità esterna o interna.
«Dal petrolio a un’economia produttiva: la mia Libia dei prossimi dieci anni»
Domanda. Lei arriva alla politica anche con un profilo imprenditoriale e con progetti come “Made in Libya”, legati alla produzione industriale nazionale. Se avesse la responsabilità di guidare un governo unificato, quale modello economico proporrebbe per la Libia dei prossimi dieci anni? In particolare, come trasformerebbe la rendita petrolifera in industria, infrastrutture, occupazione giovanile e sviluppo del Sud, garantendo al tempo stesso una distribuzione trasparente delle risorse tra le diverse regioni? E quali tre progetti concreti e misurabili vorrebbe lasciare al Paese come prova che l’unificazione politica può produrre anche un vero “dividendo economico” per i cittadini?
Mohamed Al-Mazoughi: Alla Libia non manca la ricchezza. Alla Libia manca un modello economico funzionante, capace di trasformare quella ricchezza in uno sviluppo nazionale sostenibile.
Per decenni abbiamo considerato il petrolio come il punto di arrivo, invece che come uno strumento per costruire il futuro.
La mia visione economica per i prossimi dieci anni si fonderebbe su una trasformazione fondamentale: portare la Libia da un’economia di rendita a un’economia produttiva.
Petrolio e gas continueranno a essere essenziali per l’economia libica, ma i loro proventi devono finanziare la diversificazione dell’economia, anziché perpetuare la nostra dipendenza dagli idrocarburi.
Mi concentrerei su cinque settori interconnessi: energia, industria, infrastrutture, agricoltura e capitale umano.
Il concetto di «Made in Libya» fa parte di questa visione. Dobbiamo creare un ambiente nel quale le imprese libiche possano produrre, competere e crescere. Di fronte a ogni grande progetto di investimento pubblico dovremmo porci una domanda molto semplice: quanto valore, occupazione, tecnologia e capacità produttiva rimarranno in Libia?
Il Sud deve essere una componente centrale di questa trasformazione economica, non un elemento secondario. Il Fezzan possiede un enorme potenziale nei settori dell’energia, dell’agricoltura, dell’industria mineraria, della logistica e del commercio transfrontaliero. Il suo sviluppo non è beneficenza: è un investimento economico nazionale.
Lo stesso principio vale per l’Est e per l’Ovest. L’unità nazionale deve produrre un dividendo economico che i cittadini possano vedere e toccare con mano.
Se mi fosse affidata la guida di un governo unificato, darei priorità a tre progetti nazionali misurabili.
Primo: un Progetto nazionale per la trasformazione dell’energia e del sistema elettrico. Ristruttureremmo il settore energetico, amplieremmo l’utilizzo del gas e delle energie rinnovabili, modernizzeremmo la rete elettrica e realizzeremmo un programma chiaro finalizzato a porre fine alle croniche carenze di elettricità, sviluppando contemporaneamente il potenziale libico nelle energie rinnovabili.
Secondo: il programma industriale e per le PMI “Made in Libya”. L’obiettivo sarebbe creare zone industriali e produttive collegate alle principali città e regioni libiche, fornire finanziamenti e incentivi alle imprese nazionali, attrarre partnership tecnologiche e aumentare progressivamente la quota di prodotti realizzati localmente nel mercato interno.
Terzo: il Corridoio nazionale libico delle infrastrutture e della logistica. Il progetto collegherebbe porti, aeroporti, strade, zone industriali e regioni meridionali, trasformando la posizione geografica della Libia in un vantaggio economico e creando un ponte logistico tra Nord Africa, Mediterraneo e Africa subsahariana.
Questi progetti avrebbero obiettivi misurabili: posti di lavoro creati, investimenti privati attratti, aumento della produzione nazionale, maggiore affidabilità del sistema elettrico, infrastrutture completate e incremento della quota di giovani libici inseriti in occupazioni produttive.
Esiste però un’altra condizione essenziale: nulla di tutto questo può funzionare senza combattere la corruzione e riformare le istituzioni pubbliche.
Lo Stato deve smettere di essere principalmente un datore di lavoro e diventare un facilitatore dello sviluppo del settore privato, dell’imprenditorialità e della produzione.
La mia ambizione non è semplicemente aumentare il PIL della Libia. È costruire un Paese nel quale un giovane libico possa trovare il proprio futuro in Libia; nel quale un imprenditore possa costruire un’azienda senza avere bisogno di protezione politica; nel quale un agricoltore possa produrre per il mercato nazionale; nel quale un ingegnere possa trovare un lavoro qualificato e significativo; e nel quale la ricchezza del Paese si traduca in infrastrutture, istruzione, sanità e opportunità.
Questo è ciò che intendo quando parlo di dividendo economico della riunificazione politica.
L’unità politica non deve essere uno slogan astratto. I libici devono poterne percepire i benefici nell’elettricità che utilizzano, nelle strade che percorrono, nel lavoro, nelle loro imprese, nella sicurezza e nella vita quotidiana.
In definitiva, questa è la Libia che voglio contribuire a costruire: uno Stato sovrano, con istituzioni forti, un’economia produttiva, partnership internazionali equilibrate e un futuro determinato dal proprio popolo.

Mohamed Al-Mazoughi: “Libya Belongs to the Libyans. A Unified Government to Rebuild the State and Relaunch the Economy”
Libya once again stands at a decisive turning point in its recent history. After years of transitional governments, divided institutions, fragile political balances and foreign interference, the central question is no longer simply how to manage the crisis, but how to return to building a unified and sovereign state capable of restoring to its citizens the right to choose their own future.
In this interview, Mohamed Al-Mazoughi outlines a proposal built around three fundamental issues: the establishment of a unified national government with a precise and time-limited mandate; the restoration of Libyan sovereignty in relations with the international community; and the transformation of an economy dependent on oil revenues into a productive system based on energy, industry, infrastructure, agriculture and human capital.
At the heart of his vision lies the principle of a “Libyan-Libyan” solution: not international isolation, Al-Mazoughi stresses, but the restoration to Libyans of ownership over decisions concerning their own future. On the economic front, he identifies three priority and measurable projects: the transformation of the energy and electricity system, the “Made in Libya” industrial programme, and a major national infrastructure and logistics corridor.
“From Managing the Crisis to Building the State”
Request. You argue that the Libyan crisis can only be resolved through a “Libyan-Libyan” solution and the establishment of a new unified government. But after years of transitional governments, incomplete agreements and competing institutions, what is your concrete plan for turning this principle into a new political settlement? What guarantees would you offer to Tripolitania, Cyrenaica and Fezzan and, above all, what mechanism would prevent the new executive from simply becoming yet another transitional phase rather than the government capable of finally leading the country to elections?
Mohamed Al-Mazoughi: The Libyan crisis does not need another temporary arrangement between competing political actors. It needs a transition from the politics of managing the crisis to the politics of building the state.
When I speak about a “Libyan-Libyan” solution, I do not mean isolation from the international community. I mean that legitimacy, ownership and the final decision must belong to Libyans. The international community should support the process, guarantee its integrity and help protect the agreement — but it should not design Libya’s political future on behalf of Libyans.
My proposal is therefore clear: establish a unified, politically independent and broadly accepted national government with one mandate — to reunify state institutions, restore security and financial stability, prepare the constitutional and electoral framework, and take Libya to credible national elections within a clearly defined period.
The formation of such a government must not become another closed-door political bargain. The Prime Minister should emerge through a transparent and legitimate mechanism from among qualified candidates who have already fulfilled the required conditions and publicly presented their programmes and vision before the Libyan House of Representatives.
If the political institutions fail to exercise their responsibility, the choice could be submitted to a direct and secret vote, under the supervision and technical support of the United Nations Support Mission in Libya, so that the Libyan people become the source of legitimacy rather than the subject of political bargaining.
Regional balance is also essential. Tripolitania, Cyrenaica and Fezzan must not be treated as competing territories. They are three components of one state, and every region must see itself represented in the institutions, the decision-making process and the distribution of national development.
But representation alone is not enough. We need institutional guarantees: unified financial institutions, unified security structures, transparent public spending, equitable development, decentralisation and clear criteria for the distribution of national resources.
The government I envision would therefore not be another transitional government whose purpose is simply to survive. Its purpose would be to make itself unnecessary by completing the transition to a legitimate constitutional and electoral order.
The real test is simple: a successful transitional government is not one that stays in power; it is one that creates the conditions under which the people can choose their permanent government.
“Libya Must Move from an Arena of Competition to an International Partner”
Request. Your idea of a “Libyan-Libyan” solution implies reducing foreign interference. At the same time, however, Libya is at the centre of the interests of the United States, Europe, Turkey, Russia and regional powers, while international initiatives in 2026 have also sought to promote the reunification of the country’s institutions. Where do you draw the line between constructive international cooperation and unacceptable interference? And if you became Prime Minister, what would your foreign policy doctrine be to prevent oil, security, military bases and reconstruction from once again turning Libya into an arena for competition among foreign powers?
Mohamed Al-Mazoughi: I do not believe Libya should choose between international cooperation and national sovereignty. A responsible Libyan foreign policy must guarantee both.
Libya is not living in isolation. We understand the strategic interests of the United States, Europe, neighbouring countries and other international actors. We also understand the importance of Libya’s oil and gas resources, its geographic position, migration routes, security concerns and its potential as a gateway between Europe and Africa.
The problem is not international engagement itself. The problem begins when international competition becomes stronger than Libyan institutions, or when external actors support competing centres of power instead of supporting one legitimate Libyan state.
My approach would be to move Libya from being an arena for international competition to becoming a partner in international cooperation.
We would welcome international partnerships — but on the basis of transparency, reciprocity and Libya’s national interest.
On security, Libya cannot remain a marketplace for foreign military influence. The country needs one legitimate state, one national security architecture and a clear, phased process for ending the presence of foreign forces and mercenaries operating outside the authority of the Libyan state.
On oil and gas, our resources must never again be used to finance political division. Oil revenues belong to all Libyans. We need transparent management, institutional reform and a fair development framework that gives every region a tangible stake in national prosperity.
On reconstruction, Libya should not simply become a market for foreign contractors. We want partnerships that transfer technology, develop Libyan companies, create jobs and build productive capacity inside Libya.
Diplomatically, I would pursue balanced relations with all countries. Libya should not belong to one international camp against another. Libya belongs to Libya.
We can have strong relations with the United States, Europe, Turkey, Egypt, Algeria, the United Kingdom, Germany and other countries while maintaining our sovereign right to determine our national priorities.
Understanding the international balance of power and managing relations intelligently is not dependency. Dependency is allowing others to make our decisions for us.
Our foreign policy would therefore be based on one principle: we cooperate with everyone, depend on no one, and place Libya’s national interest above all external or internal rivalries.
“From Oil to a Productive Economy: My Libya for the Next Ten Years”
Request. You also bring an entrepreneurial background to politics and have promoted projects such as “Made in Libya”, linked to the development of domestic industrial production. If you were entrusted with leading a unified government, what economic model would you propose for Libya over the next ten years? In particular, how would you transform oil revenues into industry, infrastructure, youth employment and development in the South, while at the same time ensuring the transparent distribution of resources among the country’s different regions? And what three concrete and measurable projects would you want to leave behind as evidence that political reunification can also deliver a genuine “economic dividend” to Libyan citizens?
Mohamed Al-Mazoughi: Libya does not have a shortage of wealth. Libya has a shortage of a functioning economic model capable of transforming that wealth into sustainable national development.
For decades, we have treated oil as the destination rather than as a means to build the future.
My economic vision for the next ten years would be based on one fundamental transformation: moving Libya from a rentier economy to a productive economy.
Oil and gas will remain essential to Libya’s economy, but their revenues must finance the diversification of the economy rather than perpetuating our dependence on hydrocarbons.
I would focus on five interconnected areas: energy, industry, infrastructure, agriculture and human capital.
The concept of “Made in Libya” is part of this vision. We need to create an environment in which Libyan companies can produce, compete and expand. Every major public investment project should ask one simple question: how much value, employment, technology and productive capacity will remain inside Libya?
The South must be a central part of this economic transformation, not an afterthought. Fezzan has enormous potential in energy, agriculture, mining, logistics and cross-border trade. Its development is not charity; it is a national economic investment.
The same principle applies to the East and West. National unity must produce an economic dividend that citizens can see and touch.
If entrusted with leading a unified government, I would prioritise three measurable national projects.
First: a National Energy and Electricity Transformation Project. We would restructure the energy sector, expand the use of gas and renewable energy, modernise the electricity network and establish a clear programme aimed at ending chronic electricity shortages while developing Libya’s renewable-energy potential.
Second: the “Made in Libya” Industrial and SME Programme. The objective would be to establish industrial and production zones linked to Libya’s major cities and regions, provide financing and incentives for Libyan enterprises, attract technology partnerships and progressively increase the share of locally produced goods in the domestic market.
Third: the Libya National Infrastructure and Logistics Corridor. This project would connect ports, airports, roads, industrial zones and the southern regions, transforming Libya’s geographic position into an economic advantage and creating a logistics bridge between North Africa, the Mediterranean and sub-Saharan Africa.
These projects would have measurable targets: jobs created, private investment attracted, increased domestic production, improved electricity reliability, completed infrastructure and a growing share of young Libyans entering productive employment.
But there is another essential condition: none of this can succeed without fighting corruption and reforming public institutions.
The state must stop being primarily an employer and become an enabler of private-sector development, entrepreneurship and production.
My ambition is not simply to increase Libya’s GDP. It is to build a country in which a young Libyan can find a future in Libya; where an entrepreneur can build a company without needing political protection; where a farmer can produce for the national market; where an engineer can find meaningful and skilled work; and where the country’s wealth is translated into infrastructure, education, healthcare and opportunity.
That is what I mean by the economic dividend of political reunification.
Political unity should not be an abstract slogan. Libyans must be able to feel its benefits in their electricity, their roads, their jobs, their businesses, their security and their daily lives.
Ultimately, this is the Libya I want to help build: a sovereign state with strong institutions, a productive economy, balanced international partnerships and a future determined by its own people.