(AGENPARL) - Roma, 24 Luglio 2026 - Fra le numerose pubblicazioni che negli ultimi anni hanno affrontato i rapporti fra diritto, vita e innovazione tecnologica, il volume di Giovanni Di Rosa occupa una posizione peculiare. Non tanto per la vastità dei temi esaminati – ormai familiari alla letteratura bio-giuridica – quanto per l’unità teorica che riesce a conferire a questioni normalmente affrontate come appartenenti a settori distinti dell’ordinamento. Procreazione medicalmente assistita, interruzione volontaria della gravidanza, trapianti di organi, consenso informato, disposizioni anticipate di trattamento, suicidio medicalmente assistito, intelligenza artificiale e giustizia algoritmica non costituiscono, nell’economia del volume, capitoli autonomi di una manualistica specialistica; essi rappresentano, piuttosto, le diverse manifestazioni di un’unica domanda giuridica: quale idea di persona continui a sorreggere il diritto positivo nell’epoca della massima espansione della tecnica.
È proprio questa capacità di ricondurre ad unità fenomeni apparentemente eterogenei che costituisce, ad avviso di chi scrive, il principale contributo scientifico dell’opera. In una stagione nella quale la riflessione giuridica sembra procedere per compartimenti sempre più specialistici — il biodiritto da un lato, il diritto delle nuove tecnologie dall’altro, il diritto sanitario, il diritto dell’intelligenza artificiale, il diritto digitale — Di Rosa propone una ricostruzione sistematica che recupera il significato originario del biodiritto quale luogo privilegiato nel quale l’ordinamento è chiamato a misurarsi con la dimensione biologica dell’esistenza umana e con le trasformazioni che la scienza e la tecnica producono su di essa.
Non è una scelta meramente classificatoria. È una precisa opzione metodologica.
La bipartizione del volume fra l’umano e il post-umano non introduce infatti due differenti oggetti di indagine; individua piuttosto le due dimensioni entro le quali oggi si sviluppa la medesima esperienza giuridica della persona. L’intelligenza artificiale non segna il superamento del biodiritto, ma ne rappresenta la più recente evoluzione. L’algoritmo non sostituisce i tradizionali problemi concernenti l’inizio e la fine della vita; li rende, semmai, ancora più radicali, imponendo di interrogarsi su quale debba essere il ruolo dell’essere umano quando processi decisionali sempre più sofisticati sembrano contendere all’uomo funzioni sino ad oggi considerate esclusivamente proprie della razionalità personale.
Da questa prospettiva emerge immediatamente una prima cifra teorica dell’opera.
Di Rosa non aderisce a quella corrente della più recente letteratura che tende ad attribuire alla tecnologia una sorta di autonoma capacità ordinante, quasi che l’evoluzione scientifica imponesse inevitabilmente nuovi modelli giuridici. Al contrario, il volume è attraversato da una costante inversione di prospettiva: non è il diritto a dover rincorrere la tecnica, ma è la tecnica a dover essere continuamente ricondotta entro il quadro assiologico delineato dalla Costituzione. Tale convinzione, che percorre trasversalmente tutti i capitoli del libro, costituisce probabilmente il suo tratto più originale e, insieme, il suo principale elemento di continuità con la migliore tradizione del personalismo giuridico italiano.
Non è difficile cogliere, dietro questa impostazione, la formazione civilistica dell’Autore. Il biodiritto non viene concepito come una disciplina speciale destinata a regolare le sole applicazioni della medicina o delle biotecnologie. Esso diviene, piuttosto, il luogo nel quale vengono sottoposte a verifica le categorie fondamentali del diritto privato contemporaneo: la persona, la dignità, l’autonomia, la solidarietà, la responsabilità. In questo senso il volume si inserisce nel solco di quella riflessione che, a partire dall’elaborazione costituzionalmente orientata del diritto civile, ha progressivamente trasformato la persona nel principio ordinatore dell’intero sistema privatistico.
È tuttavia proprio nel modo in cui questa tradizione viene reinterpretata che si coglie l’originalità di Di Rosa.
Se una parte significativa della dottrina contemporanea ha individuato nell’autodeterminazione il paradigma fondamentale del biodiritto, l’Autore propone una costruzione più articolata, nella quale la libertà individuale costituisce certamente un valore costituzionale primario, ma non esaurisce il contenuto della dignità umana. La persona non coincide con la somma delle proprie scelte. Essa conserva un valore giuridico che precede e fonda l’esercizio stesso dell’autonomia. È una distinzione teorica tutt’altro che secondaria, poiché consente di comprendere la posizione assunta dall’Autore in relazione a tutti i principali temi affrontati nel volume: dalla procreazione medicalmente assistita, ove il desiderio di genitorialità non viene automaticamente trasfigurato in diritto al figlio; all’interruzione volontaria della gravidanza, interpretata quale difficile punto di equilibrio tra tutela della maternità e protezione della vita nascente; fino al suicidio medicalmente assistito, rispetto al quale l’Autore continua ad individuare nel legislatore – e non nella sola giurisprudenza – il luogo costituzionalmente deputato alla composizione dei conflitti assiologici.
Sotto questo profilo il volume assume una posizione teorica ben riconoscibile, senza tuttavia cedere alla tentazione dell’argomentazione ideologica. Uno dei maggiori meriti dell’opera consiste infatti nella costante fedeltà al metodo giuridico. Le convinzioni di fondo dell’Autore non precedono mai l’analisi delle fonti; ne costituiscono, piuttosto, l’esito. Legislazione, giurisprudenza costituzionale, diritto vivente e dottrina dialogano continuamente, secondo una costruzione che restituisce al lettore l’immagine di un biodiritto inteso come diritto positivo e non come mera proiezione normativa di opzioni etiche precostituite.
Questa rigorosa impostazione metodologica spiega anche un altro elemento che distingue il volume da larga parte della manualistica oggi disponibile. L’Autore non utilizza le decisioni della Corte costituzionale come semplici occasioni ricostruttive. Esse divengono il filo conduttore attraverso cui è possibile leggere l’evoluzione dell’intero sistema, mostrando come il biodiritto italiano si sia sviluppato non soltanto attraverso l’intervento del legislatore, ma anche mediante quella continua attività di adeguamento costituzionale realizzata dalla giurisprudenza. In tale prospettiva il volume offre, indirettamente, anche una ricostruzione della trasformazione delle fonti del diritto contemporaneo, caratterizzata da un dialogo sempre più intenso fra Parlamento, Corte costituzionale, giudici comuni e fonti sovranazionali.
L’impressione complessiva è quella di un’opera destinata a collocarsi stabilmente tra i principali testi italiani di biodiritto. Non soltanto perché aggiornata alla più recente evoluzione normativa – sino alla disciplina nazionale dell’intelligenza artificiale – ma soprattutto perché propone una lettura sistematica capace di restituire unità ad un settore del sapere giuridico oggi attraversato da profonde tensioni culturali. In un tempo nel quale il progresso tecnologico sembra mettere continuamente in discussione le categorie tradizionali del diritto, Di Rosa offre una risposta che rifugge tanto le suggestioni tecnocratiche quanto le contrapposizioni ideologiche: la persona continua a costituire il principio e il limite di ogni innovazione giuridicamente rilevante.
È proprio questa fedeltà ad una concezione antropocentrica del diritto – aperta al progresso scientifico, ma indisponibile ad accettarne una supremazia assiologica – che conferisce all’opera un rilievo destinato ad andare ben oltre la sua funzione didattica, facendone uno dei contributi più maturi e sistematicamente consapevoli apparsi negli ultimi anni nel panorama del biodiritto italiano.
