(AGENPARL) - Roma, 17 Luglio 2026 - BRUXELLES – Diritto allo sciopero ristretto, processi lumaca, una legislazione sul conflitto di interessi inesistente, querele temerarie contro i giornalisti ancora di uso e costume, e nessun ente responsabile per la difesa dei diritti umani: l’Italia dei diritti fondamentali ha ancora molta strada da fare per essere un modello. Il rapporto della Commissione europea sulla situazione nazionale evidenzia le criticità di un sistema Paese che registra pochi e insufficienti progressi in materia di piena legalità e tutele complete per tutti.
Giustizia: un fallimento strutturale
Il primo rilievo mosso dall’esecutivo comunitario riguarda i procedimenti giudiziari: “la durata dei procedimenti giudiziari rimane un problema serio”, recita il rapporto. Sebbene siano stati compiuti progressi nel reclutamento di personale, le parti interessate concordano sul fatto che gli sforzi non siano sufficienti. Per l’Italia il problema è strutturale: tanti avvocati e pochi giudici, con un sistema che si trascina inefficienze da oltre un decennio. La situazione non è cambiata e, con la prospettiva di avere nel 2027 il primo debito pubblico dell’intera Unione europea, l’Italia non può permettersi l’aumento di spesa pubblica necessario a una riforma risolutiva.
Conflitti di interesse e corruzione: norme incomplete
In tema di riforme mancate, il rapporto sottolinea “lacune” in materia di conflitti di interesse. Qui “le norme sono incomplete o le riforme sono ferme”, e l’Italia è citata come esempio di non eccellenza per la proposta di legge ancora in sospeso. Inoltre, nonostante il lancio di un portale digitale per la trasparenza degli appalti da parte dell’Autorità nazionale anti-corruzione, il settore rimane ad “alto rischio”, richiedendo un rafforzamento urgente di normative e controlli.
Diritti umani: l’Italia non è un modello
L’Italia viene citata come esempio non virtuoso nella tutela dei diritti umani. Il Paese risulta inadempiente poiché, insieme a Malta, ha compiuto solo i “primi passi preparatori” per l’istituzione di un ente nazionale accreditato secondo i principi di Parigi delle Nazioni Unite. Un risultato che solleva dubbi sulle priorità dell’agenda politica del governo Meloni.
Spazio civico sotto attacco: i decreti sicurezza
La Commissione punta il dito contro l’azione di governo, criticando duramente i decreti sicurezza del 2025 e del 2026.
- Il decreto sicurezza 2025 ha introdotto il reato penale di blocco stradale con pene fino a 2 anni di reclusione.
- Il decreto sicurezza 2026 ha introdotto il fermo preventivo fino a 12 ore per persone ritenute potenzialmente pericolose.
- Bruxelles esprime una netta “preoccupazione per gli sviluppi relativi alle restrizioni al diritto di protesta” e per il loro impatto negativo sull’esercizio delle libertà fondamentali.
Libertà di stampa: tra timidi elogi e querele temerarie
Nonostante piccoli passi avanti sulla protezione dei giornalisti, resta il nodo delle querele temerarie. Il governo Meloni ha già ricevuto una condanna dal Consiglio d’Europa su questo tema, e il rapporto rileva che “non si sono registrati progressi nell’iter legislativo relativo al progetto di riforma sulla diffamazione”. La Commissione raccomanda di portare avanti la riforma garantendo gli standard europei. Infine, sul fronte della governance della RAI, la Commissione si limita a prendere atto che le riforme sono in corso, scegliendo la via della cautela.
Finanziamento della politica: mancanza di trasparenza
Tra le raccomandazioni inascoltate c’è quella relativa al finanziamento dei partiti. La Commissione avanza la richiesta esplicita di introdurre un registro elettronico unico, poiché a oggi, in Italia, “non sono stati compiuti progressi”.
