(AGENPARL) - Roma, 7 Marzo 2026 - In Italia l’8 marzo si celebra con mimose e cene tra amiche.
A oltre cinquemila chilometri di distanza, lungo il confine tra Pakistan e Afghanistan, nelle ultime settimane la maggior parte delle vittime dei bombardamenti sono donne e bambini.
Secondo dati diffusi dalle Nazioni Unite, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo gli scontri lungo la frontiera hanno causato 185 vittime civili tra morti e feriti, colpendo villaggi e aree abitate. Le operazioni militari includono raid aerei e bombardamenti di artiglieria che hanno costretto migliaia di persone a lasciare le proprie case.
Le famiglie raccontano notti passate nei rifugi improvvisati e fughe verso zone più sicure mentre le esplosioni risuonano nei villaggi di confine. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto civili che non hanno alcuna possibilità di mettersi in salvo in tempo.
Il conflitto colpisce un paese dove la condizione femminile è già tra le più fragili al mondo. In Afghanistan le donne vivono sotto forti restrizioni sociali e politiche e hanno accesso limitato all’istruzione, al lavoro e alla vita pubblica.
In queste condizioni, l’escalation militare significa spesso una doppia vulnerabilità: perdere la casa e il sostentamento, ma anche restare senza assistenza sanitaria o protezione umanitaria.
Così, mentre in Italia la Giornata internazionale della donna viene celebrata con eventi e iniziative dedicate ai diritti femminili, in alcune regioni dell’Asia meridionale l’8 marzo arriva tra bombardamenti, sfollamenti e campi profughi.
Due realtà lontane ma sincronizzate nello stesso calendario: da una parte una ricorrenza celebrata con fiori e simboli, dall’altra un fronte di guerra dove proprio donne e bambine sono tra le principali vittime civili.
È l’8 marzo meno visibile: quello che si svolge lontano dalle piazze e dalle celebrazioni, in un conflitto quasi assente dal dibattito internazionale