(AGENPARL) - Roma, 8 Agosto 2025 - (AGENPARL) – Fri 08 August 2025 COMUNE DI PIACENZA
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Piacenza, 8 agosto 2025
Oggetto: Commemorazione della tragedia della Pertite
Anno dopo anno, onorare la memoria delle donne e degli uomini che persero la vita nello
stabilimento della Pertite l’8 agosto del 1940 significa, per la nostra comunità, tributare il
proprio omaggio alle vittime del lavoro e alle vittime civili di guerra. Quelle che ci hanno
insegnato a chiamare, con malcelati eufemismi, “morti bianche” quando avvengono tra
cantieri e catene di montaggio, “danni collaterali” nello scenario di un conflitto: ma davvero
crediamo che una sfumatura del linguaggio attenui il dolore, cancelli l’indignazione o possa
ammantare di candore la coscienza di un Paese civile e consapevole?
La nostra storia ci pone questo interrogativo da 85 anni, da quando due esplosioni
ravvicinate colpirono al cuore una fabbrica in cui 1500 addetti si guadagnavano con onestà
il salario caricando proiettili, maneggiando polvere da sparo e materiale altamente
instabile, pericoloso: 47 persone rimasero uccise nello scoppio, i feriti furono 700. Una
tragedia su cui, nel connivente silenzio del regime, non fu mai fatta pienamente luce,
sospesa tra l’ombra dell’attentato a un’industria bellica fiorente mentre l’Italia entrava in
guerra e la fatalità – che non è mai tale sino in fondo, ma evoca sempre responsabilità e
omissioni – di un drammatico incidente.
Già 12 anni prima, nel settembre 1928, un altro boato nel ventre della Pertite aveva
inghiottito 13 vite e causato il ferimento di tre persone. Un evento destinato purtroppo a
ripetersi in proporzioni ancor più devastanti, di cui quotidianamente possiamo ritrovare
l’eco nella normalità inaccettabile delle cronache: il ribaltamento di un cestello a 20 metri
PIACENZA PRIMOGENITA
DELL’UNITÀ D’ITALIA
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d’altezza senza casco né imbragature di supporto, il crollo di una gru per l’utilizzo di un
braccio meccanico inadeguato, le esalazioni letali di una fossa biologica pulita senza
indossare alcuna protezione, come è successo solo pochi giorni fa a due giovani operai
egiziani in una villa veneta. Oggi come a Marcinelle, in quell’8 agosto del 1956 che è
assurto a simbolo del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo, in memoria dei 136
connazionali tra i 262 minatori che non sarebbero più riemersi dall’incendio divampato nel
giacimento belga di carbone che rappresentava, per ciascuno di loro, la speranza di
costruire un futuro per sé e per le proprie famiglie.
Perché è questo, ciò che viene meno ogni volta. Nella mancanza di tutele si sgretolano la
dignità e il riconoscimento della fatica, si calpestano sogni, progetti e legami, si
subordinano i diritti fondamentali agli interessi economici: risparmiando sulla sicurezza, si
lucra sul destino delle persone. E nel ritrovarci qui, di fronte alla stele che ha inciso nel
marmo il ricordo sempre presente della tragedia di via Emilia Pavese, ne riascoltiamo
commossi il monito, provando a immaginare tutto ciò che quelle deflagrazioni, in un caldo
pomeriggio d’estate, hanno distrutto dentro e fuori dalla fabbrica.
Lo facciamo appellandoci a valori e ideali sanciti dalla nostra stessa Costituzione, mentre il
pensiero corre alle troppe volte in cui vediamo sviliti i princìpi della “Repubblica
democratica fondata sul lavoro” e il fragore delle esplosioni lontane nel tempo evoca altre
bombe, fronti di guerra in cui si consumano migliaia di esistenze innocenti. Nel nome delle
vittime della Pertite, sentiamoci più che mai uniti nel chiedere pace, nel chiedere verità e
giustizia, nel chiedere rispetto della vita.
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DELL’UNITÀ D’ITALIA
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