(AGENPARL) - Roma, 6 Novembre 2026 - Gli Stati Uniti tornano a denunciare il ricorso alla pena di morte in Iran contro persone arrestate durante le proteste antigovernative dello scorso gennaio. La nuova presa di posizione del Dipartimento di Stato americano, diffusa giovedì 5 novembre attraverso il proprio account ufficiale in lingua persiana, arriva mentre continuano le esecuzioni e vengono segnalate ulteriori condanne capitali nei confronti di manifestanti. Al centro delle denunce non vi sono soltanto le sentenze pronunciate dai tribunali iraniani, ma anche le condizioni dei procedimenti giudiziari, le accuse di confessioni estorte mediante tortura e il trattamento riservato alle famiglie dei detenuti.
La dichiarazione di Washington riguarda in particolare tre giovani messi a morte in ottobre: Alireza Raeisi, 21 anni, Alireza Sepahi, 24 anni, e Siavash Jamshidi Kheirabadi, atleta di taekwondo. Secondo quanto riferito da Iran International, che ha riportato il contenuto del messaggio del Dipartimento di Stato, le autorità americane hanno denunciato processi celebrati a porte chiuse e fondati su confessioni che sarebbero state ottenute con la coercizione. Washington ha inoltre richiamato l’attenzione sulle conseguenze delle esecuzioni per i familiari, descrivendo una situazione nella quale alla perdita dei propri congiunti si aggiungono restrizioni sulle visite, sulle comunicazioni e, in alcuni casi, persino sulle informazioni relative alla sepoltura.
Tra gli episodi citati figurano quelli delle famiglie di Raeisi e Sepahi, entrambi giustiziati il 5 ottobre. Secondo il resoconto attribuito al Dipartimento di Stato, il padre di Raeisi, ancora detenuto, sarebbe stato accompagnato bendato al funerale del figlio senza conoscere il luogo della sepoltura. Sepahi, studente universitario, aveva invece sposato in carcere la fidanzata Mahshad, a sua volta detenuta e condannata a cinque anni di reclusione. Alla madre del giovane sarebbe stato impedito un ultimo saluto. Si tratta di circostanze riportate dalla comunicazione americana, che non è stato possibile verificare autonomamente attraverso testimonianze dirette dei familiari.
Due nuove esecuzioni a Isfahan
La denuncia statunitense segue di appena due giorni l’esecuzione di Amirhossein Maleki e Amirhossein Ebrahimi, avvenuta il 3 novembre nel carcere centrale di Isfahan. La notizia è stata confermata anche dalla magistratura iraniana attraverso l’agenzia Mizan ed è stata riportata da Reuters. Secondo la versione delle autorità di Teheran, i due uomini erano stati condannati in relazione agli scontri dell’8 gennaio, durante i quali sarebbero morti quattro appartenenti alle forze di sicurezza. La Corte Suprema iraniana aveva confermato le sentenze.
Le organizzazioni per i diritti umani contestano però la regolarità dei procedimenti. Iran Human Rights, organizzazione con sede in Norvegia, ha ricostruito il caso della piazza Alikhani di Isfahan, nel quale dodici imputati sono stati condannati a morte. Con le esecuzioni del 3 novembre, nove persone coinvolte nello stesso procedimento risultano essere state messe a morte dal 19 luglio. Secondo l’organizzazione, altri tre imputati rimangono esposti al rischio di un’esecuzione imminente.
Il caso presenta inoltre contestazioni particolarmente gravi sulle modalità di acquisizione delle prove. Iran Human Rights sostiene che alcune testimonianze e confessioni siano state ottenute attraverso torture e pressioni sugli imputati e sui loro familiari. L’organizzazione ha denunciato anche la rapidità con cui sarebbero state riesaminate migliaia di pagine di atti processuali, senza un’effettiva possibilità di difesa. Sono accuse formulate dai gruppi indipendenti e contestate, nella sostanza, dalla ricostruzione giudiziaria iraniana, che attribuisce agli imputati responsabilità in episodi di violenza armata.
Nuove sentenze capitali a Mashhad
L’emergenza non riguarda soltanto i detenuti già giustiziati. Il 5 novembre sono emerse nuove informazioni sulle condanne a morte pronunciate dalla sezione 5 della Corte rivoluzionaria di Mashhad, nel nord-est dell’Iran, presieduta dal giudice Hossein Yazdankhah. Secondo le organizzazioni per i diritti umani HRANA e Hengaw, Matin Shabani è stato condannato per moharebeh, espressione giuridica generalmente tradotta come «guerra contro Dio», in relazione a presunti incendi e danneggiamenti di proprietà pubbliche durante le manifestazioni dell’8 e 9 gennaio a Shandiz, nei pressi di Mashhad. In un procedimento distinto, la stessa corte ha condannato a morte Vahid Khedrikhah, 34 anni, e Matin Farnian, 23 anni, insieme a un terzo imputato la cui identità non è stata ancora accertata. Secondo le informazioni raccolte dalle organizzazioni, Khedrikhah sarebbe rimasto ferito da colpi d’arma da fuoco durante le proteste.
Un’altra condanna capitale riguarda Amir Delshad, accusato di attività a favore di un gruppo di opposizione e di incendi e danneggiamenti durante le manifestazioni. Secondo HRANA, il suo caso è stato sottoposto alla Corte Suprema iraniana dopo la presentazione di un ricorso, mentre l’uomo rimane detenuto nel carcere di Vakilabad. Nello stesso istituto è detenuto anche Matin Shabani. Le organizzazioni hanno inoltre segnalato il caso di Pouria Hosseini-Mofrad, 23 anni, arrestato il 14 gennaio e condannato a morte in agosto con accuse legate alla sicurezza nazionale: anche la sua sentenza è stata impugnata. La pluralità dei procedimenti e le difficoltà di accesso agli atti rendono necessario distinguere le diverse posizioni giudiziarie, senza considerare definitive le condanne ancora sottoposte a ricorso.
Le nuove condanne riaprono soprattutto la questione dell’impiego di fattispecie penali formulate in termini molto ampi. In Iran, accuse come moharebeh e efsad-fil-arz, traducibile come «corruzione sulla terra», possono comportare la pena capitale anche in procedimenti legati alla sicurezza nazionale. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani denunciano da tempo il rischio che tali disposizioni vengano applicate senza un accertamento rigoroso delle responsabilità individuali.
Le denunce di Human Rights Watch sui processi
Il quadro più ampio emerge da un rapporto pubblicato il 10 settembre da Human Rights Watch e dall’Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran. Le due organizzazioni hanno documentato almeno 29 esecuzioni di persone arrestate in relazione alle proteste tra il 18 marzo e la fine di agosto 2026. In sedici di questi casi, secondo la loro analisi, le accuse non comprendevano neppure il coinvolgimento in un’uccisione.
Il rapporto descrive procedimenti giudiziari estremamente rapidi, limitazioni all’accesso agli avvocati, utilizzo di confessioni contestate e condanne pronunciate sulla base di imputazioni generiche. I ricercatori hanno esaminato testimonianze, documentazione giudiziaria, comunicazioni ufficiali e registrazioni relative ai detenuti. In alcuni casi, il periodo trascorso tra l’arresto e l’esecuzione sarebbe stato di poco superiore a cinque settimane.
La questione assume un rilievo particolare alla luce del Patto internazionale sui diritti civili e politici, al quale l’Iran aderisce. Il diritto internazionale limita l’applicazione della pena capitale, negli Stati che ancora la prevedono, ai reati più gravi e impone garanzie processuali particolarmente rigorose. Le violazioni del diritto alla difesa, il ricorso a confessioni ottenute mediante tortura e l’assenza di un giudizio equo possono rendere un’esecuzione arbitraria ai sensi delle norme internazionali.
La pressione internazionale e le famiglie dei detenuti
Le organizzazioni indipendenti sottolineano che i casi documentati non consentono di ricostruire integralmente il numero delle persone a rischio. Le restrizioni alle comunicazioni, il timore di ritorsioni e le difficoltà incontrate dagli avvocati ostacolano la raccolta delle informazioni. Per questa ragione, i bilanci diffusi dai gruppi per i diritti umani devono essere considerati dati riferiti a casi identificati e verificati, non necessariamente una rappresentazione completa delle esecuzioni e delle condanne pronunciate nel Paese.
La presa di posizione americana del 5 novembre riporta così al centro dell’attenzione internazionale una questione che riguarda contemporaneamente la pena di morte, l’indipendenza della magistratura e il trattamento delle persone arrestate durante le manifestazioni. Washington denuncia la repressione e chiede che siano accertate le responsabilità per le violazioni dei diritti umani; le autorità iraniane, dal canto loro, presentano i procedimenti più recenti come risposte giudiziarie a episodi di violenza e a reati contro la sicurezza dello Stato.
Al di là del confronto politico tra Washington e Teheran, rimane la situazione dei detenuti ancora in attesa di una decisione definitiva e delle loro famiglie. È su questi casi, e sulla possibilità di garantire processi conformi agli standard internazionali prima che vengano eseguite sentenze irreversibili, che si concentra l’allarme delle organizzazioni per i diritti umani.
