(AGENPARL) - Roma, 1 Novembre 2026 - Un rapporto della Defense Intelligence Agency avverte che Pechino potrebbe sviluppare sistemi d’arma a energia diretta operativi in orbita entro la fine degli anni 2020. L’obiettivo strategico sarebbe compromettere i satelliti avversari, fondamentali per comunicazioni, navigazione e operazioni militari. Gli esperti invitano però alla prudenza: non esistono conferme pubbliche dello schieramento di laser orbitali cinesi. Pechino respinge le accuse e denuncia la militarizzazione dello spazio da parte di Washington.
Lo spazio sta diventando uno dei principali terreni della competizione militare tra Stati Uniti e Cina. Una nuova valutazione dell’intelligence americana avverte che Pechino potrebbe disporre di armi a energia diretta schierate in orbita entro la fine degli anni 2020, aprendo una fase inedita nella capacità delle grandi potenze di interferire con i satelliti degli avversari.
L’allarme arriva dalla Defense Intelligence Agency (DIA), l’agenzia di intelligence del Dipartimento della Difesa statunitense, che il 26 ottobre 2026 ha pubblicato la nuova edizione del rapporto Challenges to Security in Space: Congestion, Competition, and Cooperation.
Il documento, disponibile nel rapporto ufficiale della Defense Intelligence Agency, analizza l’evoluzione delle capacità spaziali e antisatellite di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, dedicando particolare attenzione ai programmi militari cinesi.
Secondo gli analisti americani, l’Esercito Popolare di Liberazione sta sviluppando un insieme di tecnologie destinate a disturbare, danneggiare o neutralizzare le infrastrutture spaziali utilizzate dalle altre potenze.
Tra queste figurano sistemi laser installati a terra, missili antisatellite, capacità di guerra elettronica, attacchi informatici e veicoli spaziali potenzialmente impiegabili per operazioni contro altri satelliti.
La novità più significativa riguarda però la previsione temporale: entro la fine del decennio, secondo la DIA, potrebbero diventare disponibili sistemi a energia diretta collocati direttamente nello spazio, oltre a laser terrestri sufficientemente potenti da minacciare satelliti situati su orbite più elevate.
Come evidenziato nell’analisi pubblicata dal South China Morning Post il 28 ottobre, si tratta di una delle valutazioni pubbliche più specifiche dell’intelligence americana sul possibile calendario di sviluppo delle armi orbitali cinesi.
È fondamentale, tuttavia, distinguere tra una previsione di intelligence e una capacità effettivamente dimostrata: il rapporto non afferma che la Cina abbia già dispiegato laser militari operativi nello spazio, né presenta una prova pubblica di un loro impiego contro satelliti.
Il rapporto della DIA: armi spaziali per neutralizzare le infrastrutture degli avversari
La valutazione più importante compare a pagina 26 del rapporto, nella sezione dedicata alle capacità cinesi a energia diretta.
La DIA sostiene che la Cina disponga già di diversi sistemi laser terrestri, con differenti livelli di potenza, destinati a interferire con i satelliti in orbita terrestre bassa.
Entro la fine degli anni 2020, Pechino potrebbe sviluppare ulteriormente questi strumenti e schierare sistemi equivalenti direttamente nello spazio.
La formulazione utilizzata dall’intelligence statunitense è prudente: indica una possibilità, non un programma operativo verificato.
Secondo la DIA, le armi a energia diretta sarebbero considerate particolarmente interessanti dai pianificatori militari cinesi perché consentirebbero di produrre effetti differenti sul bersaglio.
Un sistema potrebbe temporaneamente compromettere un sensore, ridurne le prestazioni oppure provocare danni permanenti, a seconda delle caratteristiche tecnologiche e delle condizioni di impiego.
Questo renderebbe tali armamenti potenzialmente utili sia durante una crisi diplomatica sia in un conflitto militare aperto.
La possibilità di interrompere temporaneamente un servizio satellitare, senza distruggere fisicamente il veicolo, offrirebbe inoltre modalità di pressione differenti rispetto a un attacco missilistico.
Il rapporto statunitense descrive questa strategia come parte di un approccio più ampio, attraverso il quale Pechino cercherebbe di limitare la libertà operativa delle forze americane e dei loro alleati.TWZ
Come funzionano le armi a energia diretta nello spazio
Le cosiddette Directed-Energy Weapons, abbreviate in DEW, sono sistemi progettati per concentrare energia su un bersaglio anziché colpirlo con un proiettile convenzionale.
La categoria comprende principalmente laser e sistemi a radiofrequenza, comprese le microonde ad alta potenza.
Il funzionamento e gli effetti dipendono dalla tecnologia impiegata.
Un laser può concentrare un fascio di luce su un sensore ottico, interferendo con la sua capacità di acquisire immagini. In determinate condizioni, un’esposizione sufficientemente intensa potrebbe provocare danni ai componenti.
Le armi a microonde, invece, possono interferire con l’elettronica attraverso impulsi elettromagnetici.
Nel caso dei satelliti, gli effetti possono interessare diversi sistemi: sensori fotografici, apparati elettronici, strumenti di rilevamento e componenti necessari al funzionamento del veicolo.
È importante chiarire che un’arma laser orbitale non deve necessariamente distruggere un satellite per ottenere un risultato militare significativo.
Anche un’interruzione temporanea delle capacità di osservazione può impedire il monitoraggio di un’area strategica durante un’operazione militare.
Un satellite incaricato di individuare movimenti navali, seguire il lancio di missili o osservare uno schieramento di truppe può perdere valore operativo se i suoi sensori vengono temporaneamente neutralizzati nel momento decisivo.
La ricostruzione tecnica pubblicata da The War Zone sottolinea proprio la differenza tra attacchi reversibili, che compromettono temporaneamente una capacità, e attacchi irreversibili, che provocano danni permanenti.
Il rapporto DIA, tuttavia, non specifica se i futuri sistemi spaziali cinesi sarebbero laser, armi a microonde o altre forme di tecnologia a energia diretta.
Pertanto, parlare di possibili laser spaziali è una semplificazione giornalistica: la categoria identificata dall’intelligence americana è più ampia.
Perché colpire un satellite può essere più efficace che distruggere un aereo
La crescente importanza delle capacità antisatellite deriva dalla trasformazione delle guerre moderne.
Le forze armate utilizzano le infrastrutture spaziali per operazioni che comprendono il posizionamento delle unità, la trasmissione di ordini, la raccolta di informazioni e la gestione delle armi di precisione.
I satelliti garantiscono una parte fondamentale dei servizi di comunicazione a lunga distanza, navigazione e sorveglianza.
La perdita di tali capacità può ridurre la velocità con cui un esercito raccoglie informazioni, interpreta la situazione sul campo e coordina le proprie operazioni.
In un conflitto caratterizzato da missili a lungo raggio, droni, navi e aerei, anche una temporanea interruzione delle comunicazioni può avere conseguenze rilevanti.
Per questa ragione, la DIA considera le capacità antisatellite parte integrante della competizione strategica tra grandi potenze.
Un attacco contro le infrastrutture spaziali potrebbe non avere immediatamente la visibilità di un bombardamento convenzionale, ma produrre conseguenze importanti sull’efficienza delle operazioni militari.
La distinzione tra satelliti civili e militari rende inoltre il problema particolarmente delicato.
Molti servizi spaziali commerciali vengono utilizzati contemporaneamente da cittadini, imprese, istituzioni e forze armate.
Un’interferenza diretta contro un sistema impiegato militarmente potrebbe quindi avere ricadute anche su utenti civili.
Il rapporto della DIA sottolinea che questo intreccio tra servizi commerciali e militari amplia la vulnerabilità complessiva delle infrastrutture spaziali.
Taiwan al centro della strategia: perché Pechino potrebbe voler neutralizzare i satelliti americani
Uno degli scenari strategici più rilevanti riguarda un’eventuale crisi militare nello Stretto di Taiwan.
La Cina considera Taiwan parte del proprio territorio e non esclude l’impiego della forza per perseguire l’obiettivo della riunificazione.
Gli Stati Uniti mantengono invece rapporti di sicurezza con Taipei e una presenza militare significativa nell’area indo-pacifica.
In un eventuale conflitto, i satelliti americani potrebbero contribuire a individuare movimenti navali, monitorare l’attività aerea, sostenere le comunicazioni e coordinare le operazioni delle forze statunitensi e alleate.
Secondo la valutazione di Brendan Mulvaney, direttore del China Aerospace Studies Institute, gli Stati Uniti dipenderebbero dalle infrastrutture spaziali più di quanto non farebbe l’Esercito Popolare di Liberazione in un conflitto regionale.
Mulvaney ha spiegato al South China Morning Post che questa asimmetria potrebbe favorire Pechino.
La Cina opererebbe infatti in prossimità del proprio territorio, potendo utilizzare una rete di radar, sensori terrestri, comunicazioni e altre infrastrutture regionali.
Le forze americane impegnate a intervenire da grandi distanze avrebbero invece bisogno di collegamenti satellitari per coordinare unità distribuite su un’area geografica molto estesa.
Di conseguenza, un attacco alle infrastrutture spaziali potrebbe produrre effetti sproporzionati sulle capacità operative statunitensi.
Si tratta di uno scenario ipotetico e non di una previsione secondo cui Pechino avrebbe già deciso di utilizzare queste armi contro Washington.
Tuttavia, la possibilità di ridurre l’efficienza dei sistemi americani costituisce uno degli elementi centrali della pianificazione militare antisatellite descritta dalla DIA.
Victoria Samson mette in dubbio la previsione americana: «Sarei molto sorpresa»
Non tutti gli esperti condividono la tempistica indicata dalla Defense Intelligence Agency.
Una delle valutazioni più prudenti arriva da Victoria Samson, direttrice per la sicurezza e la stabilità spaziale presso la Secure World Foundation, organizzazione indipendente che studia le capacità antisatellite e la sostenibilità delle attività spaziali.
Intervistata dal South China Morning Post, Samson ha dichiarato che sarebbe molto sorpresa se la Cina riuscisse a schierare armi laser spaziali entro la fine degli anni 2020.
Il suo scetticismo riguarda soprattutto la rapidità con cui un sistema tanto complesso potrebbe passare dalla ricerca allo schieramento operativo.
Un laser installato su un satellite deve infatti superare difficoltà diverse rispetto a un apparato situato sulla superficie terrestre.
Nello spazio, la gestione dell’energia, del calore e della precisione del puntamento diventa particolarmente impegnativa.
Una piattaforma orbitale dispone di risorse energetiche limitate, deve mantenere un controllo estremamente accurato del proprio orientamento e deve funzionare in condizioni ambientali severe.
L’impiego di energia concentrata può inoltre generare calore che deve essere dissipato senza compromettere i componenti del veicolo.
Queste difficoltà non rendono impossibile la realizzazione di armi orbitali, ma complicano il passaggio da un dimostratore sperimentale a un sistema affidabile e utilizzabile militarmente.
La valutazione di Samson trova un contesto più ampio nel Global Counterspace Capabilities Report 2026 della Secure World Foundation, che analizza le tecnologie antisatellite di tredici Paesi, distinguendo capacità documentate, programmi in sviluppo e prospettive future.
La differenza tra la DIA e Samson non riguarda necessariamente l’esistenza di programmi cinesi di ricerca, ma il grado di fiducia nella possibilità che producano un’arma orbitale operativa entro pochi anni.
Il velivolo spaziale segreto della Cina: la nuova immagine diffusa dagli Stati Uniti
Un altro elemento di grande interesse del rapporto è la pubblicazione di una rara immagine di un velivolo spaziale riutilizzabile cinese.
L’immagine, acquisita nel 2024 dalla società di osservazione satellitare Maxar Technologies, compare a pagina 53 del documento della DIA.
Mostra una piattaforma spaziale compatta, caratterizzata da una configurazione simile a quella di un piccolo shuttle e da strutture esterne compatibili con sistemi di alimentazione e supporto.
La fotografia rappresenta un contributo importante alla conoscenza di un programma sul quale Pechino continua a mantenere un elevato livello di riservatezza.
Secondo il South China Morning Post, il veicolo presenta caratteristiche che lo avvicinano, sul piano generale, allo statunitense X-37B, il velivolo spaziale riutilizzabile impiegato dalla US Space Force.
La Cina sta sviluppando almeno due programmi di questo tipo, identificati nel rapporto come Shenlong e Tengyun.
Questi sistemi possono offrire la possibilità di collocare oggetti in orbita, condurre esperimenti, modificare la propria traiettoria e rientrare sulla Terra.
Il loro valore strategico deriva soprattutto dalla riutilizzabilità e dalla maggiore flessibilità rispetto ai satelliti tradizionali.
Ma il fatto che una piattaforma possa eseguire manovre nello spazio non significa automaticamente che sia dotata di armi.
Le stesse capacità possono servire per operazioni scientifiche, manutenzione satellitare, sperimentazione tecnologica e trasporto di piccoli carichi.
L’immagine pubblicata dalla DIA documenta quindi un importante sviluppo tecnologico cinese, non la presenza accertata di un sistema laser sul velivolo.
Shenlong e le manovre orbitali: le capacità che preoccupano Washington
Il programma Shenlong attira da tempo l’attenzione degli osservatori militari occidentali.
Secondo il rapporto della DIA, la Cina ha svolto diverse missioni con velivoli spaziali riutilizzabili a partire dal 2020.
Il primo volo è durato circa due giorni.
La seconda missione, iniziata nell’agosto 2022, ha invece mantenuto il veicolo in orbita per 276 giorni.
Durante quell’operazione sono state osservate manovre ravvicinate con un altro oggetto orbitale, comprese fasi in cui i due sistemi sarebbero arrivati a distanze dell’ordine di alcune centinaia di metri.
La terza missione, avviata nel dicembre 2023, è durata circa 268 giorni e ha comportato ulteriori interazioni con un oggetto rilasciato dal veicolo.
La DIA segnala inoltre quattro missioni del programma Shenlong dal 2022 in avanti.
Come ricostruito da Wired in un approfondimento pubblicato il 30 ottobre 2026, l’analisi delle traiettorie orbitali permette di individuare alcune manovre e interazioni, ma non chiarisce completamente gli obiettivi dei singoli esperimenti.
Queste capacità sono rilevanti perché un veicolo in grado di avvicinarsi a un altro satellite può teoricamente svolgere sia attività di manutenzione sia operazioni di interferenza.
La possibilità di rilasciare, seguire e recuperare oggetti rappresenta infatti una tecnologia dual use, utilizzabile per finalità civili e militari.
Per Washington, proprio questa ambiguità costituisce un elemento di preoccupazione.
Tuttavia, non è corretto presentare ogni manovra di rendezvous orbitale come una prova di attività ostili.
La Cina possiede già missili antisatellite: il precedente del 2007
Le preoccupazioni americane non riguardano esclusivamente tecnologie future.
La Cina ha già dimostrato in passato di possedere capacità distruttive contro bersagli spaziali.
Nel gennaio 2007, Pechino effettuò un test antisatellite utilizzando un missile per distruggere un proprio satellite meteorologico non più operativo.
L’intercettazione avvenne a un’altitudine superiore agli 800 chilometri.
Secondo il rapporto DIA 2026, il test generò oltre 3.500 frammenti di detriti sufficientemente grandi da poter essere tracciati.
Più di 2.400 erano ancora in orbita al momento della valutazione dell’agenzia, costituendo un rischio persistente per altri veicoli spaziali.
Questo episodio dimostra una delle principali criticità delle armi antisatellite cinetiche: la distruzione di un bersaglio può produrre grandi quantità di detriti, capaci di danneggiare satelliti appartenenti anche a Paesi non coinvolti nel conflitto.
I frammenti possono rimanere nello spazio per anni o decenni, a seconda della loro orbita.
La proliferazione di detriti rende inoltre più difficile la gestione del traffico spaziale e aumenta il rischio di collisioni.
Da questo punto di vista, i sistemi a energia diretta presentano un potenziale vantaggio operativo: potrebbero compromettere alcune capacità satellitari senza necessariamente frammentare il veicolo.
Ciò non li rende innocui. Un satellite danneggiato permanentemente può diventare incontrollabile e rappresentare comunque un pericolo per gli altri oggetti orbitali.
I robot spaziali cinesi e il caso del satellite Shijian-21
Il rapporto americano dedica attenzione anche ai satelliti cinesi capaci di effettuare operazioni ravvicinate.
Un caso significativo riguarda Shijian-21, un satellite progettato per sperimentare tecnologie di manutenzione e gestione degli oggetti spaziali.
Nel gennaio 2022, Shijian-21 trasferì un satellite di navigazione BeiDou non più operativo verso un’orbita di smaltimento situata al di sopra della fascia geostazionaria.
La manovra dimostrò capacità avanzate di avvicinamento e movimentazione di oggetti nello spazio.
La DIA considera queste tecnologie particolarmente importanti perché potrebbero essere utilizzate anche per interferire fisicamente con satelliti avversari.
Un braccio robotico, per esempio, può teoricamente servire per riparare un veicolo, spostare un oggetto abbandonato oppure alterare la posizione di un satellite.
La stessa tecnologia può quindi assumere significati differenti a seconda delle intenzioni dell’operatore.
È una delle difficoltà fondamentali della sicurezza spaziale contemporanea: identificare le capacità tecnologiche è spesso più semplice che dimostrare le intenzioni militari di chi le controlla.
Il documento americano riconosce inoltre che l’attività cinese comprende missioni scientifiche, infrastrutture civili e programmi di cooperazione internazionale.
La crescita delle capacità spaziali di Pechino non può pertanto essere interpretata automaticamente come un insieme esclusivamente militare.
La risposta della Cina: «Washington esagera le minacce spaziali»
Pechino ha respinto con forza la rappresentazione delle proprie attività contenuta nel rapporto americano.
Il 27 ottobre, il quotidiano statale Global Times ha pubblicato un articolo accusando gli Stati Uniti di enfatizzare le minacce provenienti da Cina e Russia mentre accelerano il proprio rafforzamento militare nello spazio.
La testata ha utilizzato il paragone con Don Chisciotte, suggerendo che Washington descriva come minacce straordinarie situazioni che servirebbero soprattutto a giustificare le proprie iniziative militari.
L’esperto militare cinese Song Zhongping ha sostenuto che gli Stati Uniti utilizzino le valutazioni dell’intelligence per legittimare il potenziamento delle proprie capacità offensive e difensive orbitali.
Secondo questa interpretazione, presentare Pechino come una minaccia crescente potrebbe favorire l’approvazione di maggiori investimenti per le forze spaziali americane.
Il Global Times collega inoltre il rapporto della DIA al programma statunitense Golden Dome, destinato a sviluppare un sistema avanzato di difesa antimissile che comprende anche componenti spaziali.
La posizione espressa dalla testata rappresenta la prospettiva del sistema mediatico statale cinese e non costituisce una verifica indipendente delle capacità attribuite alla Cina.
Allo stesso tempo, il rafforzamento delle attività militari americane nello spazio è un fatto documentato, non una semplice accusa di Pechino.
La controversia riflette dunque una competizione strategica nella quale entrambi i Paesi considerano i programmi spaziali dell’avversario un potenziale rischio per la propria sicurezza.
Anche gli Stati Uniti hanno ammesso di possedere armi in orbita
La risposta cinese arriva in un momento in cui gli Stati Uniti hanno iniziato a parlare più apertamente delle proprie capacità militari spaziali.
Nel settembre 2026, il segretario dell’Aeronautica statunitense Troy Meink ha riconosciuto pubblicamente l’esistenza di sistemi d’arma americani schierati in orbita e destinati a proteggere le forze armate da azioni ostili.
Come riportato da Reuters il 15 settembre, l’annuncio ha segnato un cambiamento nella comunicazione pubblica delle capacità antisatellite statunitensi.
Washington non ha però divulgato le caratteristiche tecniche dei sistemi, il loro numero o la data della loro entrata in funzione.
Non è quindi possibile stabilire pubblicamente se si tratti di tecnologie a energia diretta, sistemi elettronici o altri strumenti.
Le dichiarazioni americane confermano comunque che la competizione non riguarda soltanto possibili progetti futuri della Cina.
Gli Stati Uniti stanno a loro volta sviluppando capacità che possono modificare gli equilibri strategici nello spazio.
La giustificazione ufficiale americana è la necessità di proteggere le infrastrutture satellitari e garantire la libertà operativa delle proprie forze.
Pechino interpreta invece questi sviluppi come parte di una crescente militarizzazione dello spazio.
Il rischio è quello di una dinamica nella quale le misure considerate difensive da una potenza vengono interpretate dall’altra come offensive, favorendo una nuova corsa agli armamenti.
Il generale Stephen Whiting: «Nello spazio non esiste un porto sicuro»
Le preoccupazioni sulla vulnerabilità dei satelliti sono state espresse anche dal generale Stephen Whiting, comandante dello United States Space Command.
Durante lo Space and Missile Defense Symposium, organizzato nell’agosto 2026 a Huntsville, in Alabama, Whiting ha sottolineato che la sopravvivenza delle infrastrutture spaziali sta diventando importante almeno quanto le loro prestazioni.
Secondo il generale, i satelliti militari operano in un ambiente nel quale possono essere osservati e potenzialmente minacciati dagli avversari per lunghi periodi.
A differenza delle unità terrestri, un satellite non può sfruttare ripari convenzionali o modificare rapidamente la propria posizione senza consumare risorse energetiche e propellente.
Come ricostruito da The War Zone nell’approfondimento dedicato al simposio del 2026, Whiting ha richiamato la necessità di progettare architetture spaziali capaci di continuare a funzionare anche dopo la perdita di alcuni componenti.
La questione non riguarda soltanto i singoli satelliti.
Un sistema spaziale comprende anche stazioni terrestri, collegamenti di comunicazione, centri di controllo e infrastrutture informatiche.
Un avversario potrebbe compromettere il funzionamento di una costellazione senza necessariamente colpire direttamente i veicoli in orbita.
Per questo motivo, la strategia americana punta sempre più sulla resilienza: distribuire le capacità su più satelliti, rafforzare la sicurezza dei collegamenti e sviluppare soluzioni di sostituzione rapida in caso di perdita di un veicolo.
La nuova strategia americana: costellazioni distribuite e satelliti più resistenti
Le architetture satellitari tradizionali si basavano spesso su un numero relativamente limitato di piattaforme di grandi dimensioni, sofisticate e costose.
Questo modello garantiva prestazioni elevate, ma poteva creare vulnerabilità: la perdita di un singolo satellite particolarmente importante rischiava di compromettere una parte consistente del servizio.
La tendenza attuale prevede invece una distribuzione delle capacità su costellazioni composte da numerosi satelliti più piccoli.
Se uno dei veicoli viene danneggiato, gli altri possono continuare a fornire almeno parte delle funzioni.
Si tratta di un approccio che punta a rendere le infrastrutture più difficili da neutralizzare attraverso attacchi isolati.
Un secondo elemento riguarda la capacità di sostituire rapidamente i satelliti perduti.
Ridurre i tempi di produzione e lancio può diventare decisivo durante una crisi militare prolungata.
La crescente partecipazione delle imprese commerciali al settore spaziale consente inoltre di accedere a tecnologie e servizi che in passato erano disponibili quasi esclusivamente attraverso programmi governativi.
Questa evoluzione presenta però nuove difficoltà.
Le infrastrutture commerciali utilizzate dalle forze armate possono diventare bersagli in un conflitto, mentre la distinzione tra servizi civili e militari si fa sempre meno netta.
Il rapporto della DIA sottolinea che la rapida espansione delle costellazioni commerciali modifica sia le opportunità operative sia i rischi per la sicurezza internazionale.
Il Pentagono sperimenta laser e microonde contro i droni
La tecnologia a energia diretta non è soltanto un settore di ricerca legato allo spazio.
Gli Stati Uniti stanno già sperimentando sistemi laser e a microonde destinati a neutralizzare droni e altri bersagli in ambito terrestre.
Nel maggio 2026, il Dipartimento della Difesa ha annunciato la selezione di cinque installazioni militari per un programma sperimentale contro i droni.
Le strutture individuate comprendono Fort Huachuca e Fort Bliss, nel sud degli Stati Uniti, Naval Base Kitsap nello Stato di Washington, Grand Forks Air Force Base nel North Dakota e Whiteman Air Force Base nel Missouri.
Il programma mira a valutare sistemi laser ad alta energia e apparati a microonde ad alta potenza in differenti condizioni operative.
Successivamente, il Pentagono ha identificato ulteriori sistemi destinati al progetto pilota, tra cui il laser di AeroVironment, il sistema a microonde Leonidas di Epirus, il laser Firefly di Kord e un apparato laser compatto sviluppato da Boeing.
Le tecnologie sono differenti, ma condividono l’obiettivo di contrastare minacce senza ricorrere esclusivamente a missili o proiettili convenzionali.
Come emerge dalle comunicazioni ufficiali del Dipartimento della Difesa, il settore viene considerato una componente importante dei futuri sistemi di difesa.
È però necessario distinguere questi programmi dalle armi spaziali.
Un laser progettato per intercettare droni nell’atmosfera non può essere automaticamente trasferito in orbita: cambiano i requisiti energetici, la gestione termica, il sistema di puntamento e le condizioni di impiego.
Il progresso nelle tecnologie terrestri può contribuire allo sviluppo delle competenze necessarie, ma non dimostra di per sé l’esistenza di armi orbitali equivalenti.
La corsa spaziale della Cina: aumentano satelliti, lanci e capacità militari
Il rapporto americano inserisce la possibile comparsa delle armi a energia diretta in un quadro più ampio di espansione spaziale cinese.
Secondo la DIA, la Cina ha più che triplicato il numero annuale dei propri lanci nell’arco di un decennio, passando da 22 nel 2016 a 93 nel 2025.
Nello stesso periodo è cresciuto notevolmente anche il numero dei satelliti collocati in orbita.
La maggiore capacità di lancio permette a Pechino di sviluppare sistemi di comunicazione, navigazione, osservazione terrestre e ricognizione militare.
La Cina sta inoltre investendo in vettori riutilizzabili, grandi costellazioni di satelliti e infrastrutture dedicate all’esplorazione lunare.
Il programma spaziale cinese comprende attività civili, commerciali e militari, con un ruolo importante dell’Esercito Popolare di Liberazione.
La DIA ritiene che l’integrazione tra ricerca scientifica, industria commerciale e programmi militari favorisca il rapido sviluppo delle tecnologie strategiche.
La Cina punta infatti a ridurre il divario con gli Stati Uniti e a rafforzare la propria autonomia nell’accesso allo spazio.
Questa crescita non riguarda esclusivamente la capacità di minacciare satelliti avversari.
Pechino ha bisogno di infrastrutture spaziali anche per sostenere le proprie operazioni militari, proteggere le comunicazioni e ampliare le capacità di osservazione.
Ne deriva un problema strategico: mentre sviluppa strumenti potenzialmente capaci di danneggiare satelliti stranieri, la Cina diventa a sua volta sempre più dipendente dalla sicurezza delle proprie costellazioni.
La guerra spaziale potrebbe colpire anche economia e servizi civili
Le conseguenze di un conflitto nello spazio non sarebbero limitate alle forze armate.
Le economie moderne dipendono da infrastrutture satellitari per numerosi servizi essenziali.
I sistemi di navigazione vengono utilizzati per il trasporto aereo e marittimo, la logistica, l’agricoltura di precisione e una vasta gamma di applicazioni industriali.
I segnali satellitari forniscono inoltre riferimenti temporali indispensabili per la sincronizzazione di reti di telecomunicazione e numerosi sistemi tecnologici.
Le infrastrutture di osservazione terrestre contribuiscono al monitoraggio meteorologico, alla previsione di eventi estremi e alla gestione delle emergenze.
Un attacco su larga scala contro questi servizi potrebbe quindi generare effetti indiretti anche sulla vita quotidiana.
La gravità delle conseguenze dipenderebbe dal tipo di infrastrutture colpite, dalla durata delle interruzioni e dalla disponibilità di sistemi alternativi.
Un’interferenza limitata a un satellite militare potrebbe avere effetti circoscritti.
Un attacco contro costellazioni condivise tra utenti civili e militari potrebbe invece interessare numerosi settori economici.
La crescente interdipendenza tra sistemi spaziali e infrastrutture terrestri rende quindi la sicurezza orbitale una questione che riguarda non soltanto il Pentagono e l’Esercito Popolare di Liberazione, ma anche imprese, governi e popolazioni civili.
Trattati internazionali e rischio di una nuova corsa agli armamenti
La prospettiva di nuove armi orbitali riporta al centro del dibattito le regole internazionali che disciplinano l’utilizzo dello spazio.
Il principale riferimento giuridico rimane il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, che vieta il collocamento di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa in orbita terrestre.
Il trattato non introduce però un divieto generale di qualsiasi arma convenzionale nello spazio.
Questa distinzione è particolarmente importante per i sistemi laser e a energia diretta.
Il loro eventuale schieramento pone questioni giuridiche, strategiche e diplomatiche che non coincidono automaticamente con quelle delle armi nucleari.
Cina e Russia hanno sostenuto in diverse sedi internazionali iniziative volte a limitare il posizionamento di armi nello spazio.
Gli Stati Uniti hanno contestato alcuni di questi progetti, giudicandoli insufficienti per affrontare le capacità antisatellite sviluppate sulla Terra e difficilmente verificabili.
Il rapporto DIA presenta queste divergenze come uno degli aspetti centrali della competizione spaziale.
Dal canto suo, il Global Times ha richiamato una posizione del Ministero degli Esteri cinese del 23 ottobre 2026, nella quale Pechino denuncia il rischio crescente di una corsa agli armamenti nello spazio e sostiene la necessità di impedirne la trasformazione in un nuovo teatro di conflitto.
Il problema fondamentale riguarda la possibilità di stabilire regole verificabili e condivise.
Molte tecnologie spaziali possono essere utilizzate per finalità legittime, come il rifornimento e la manutenzione dei satelliti, ma anche per operazioni ostili.
Senza maggiore trasparenza, un avvicinamento tra due veicoli orbitali potrebbe essere interpretato come un tentativo di manutenzione oppure come la preparazione di un attacco.
Il rischio di incomprensioni e reazioni militari sproporzionate è quindi una delle principali preoccupazioni degli esperti di sicurezza spaziale.
Verso il 2030: quali sono i rischi reali?
La previsione della DIA non deve essere interpretata come la certezza che entro il 2030 la Cina disporrà di una flotta di satelliti armati con laser.
Il rapporto indica che Pechino potrebbe raggiungere questa capacità entro la fine degli anni 2020.
Non identifica pubblicamente un sistema già operativo, non descrive un’arma orbitale cinese sottoposta a un collaudo militare conclusivo e non fornisce una data precisa per un eventuale schieramento.
La valutazione deve essere confrontata con lo scetticismo di esperti indipendenti, come Victoria Samson, e con le difficoltà ingegneristiche proprie di una tecnologia tanto complessa.
Esistono tuttavia elementi concreti che spiegano le preoccupazioni americane.
La Cina ha già sperimentato missili antisatellite, dispone di un programma spaziale in rapida espansione, sviluppa tecnologie avanzate per le operazioni orbitali e sta aumentando le capacità di sorveglianza e controllo dello spazio.
Parallelamente, gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’esistenza di proprie armi in orbita e continuano a investire in sistemi di difesa e in tecnologie a energia diretta.
La competizione è quindi reale, anche se le caratteristiche delle future armi orbitali rimangono incerte.
Il punto centrale non è soltanto quale Paese riuscirà a sviluppare per primo un particolare sistema laser.
La questione riguarda il cambiamento della funzione dello spazio: da ambiente destinato prevalentemente al supporto delle operazioni terrestri a possibile teatro di confronto militare diretto.
Conclusione: la prossima frontiera militare potrebbe essere sopra le nostre teste
Il nuovo rapporto della Defense Intelligence Agency rappresenta un segnale importante dell’evoluzione della competizione strategica tra Washington e Pechino.
L’ipotesi che la Cina possa schierare sistemi a energia diretta nello spazio entro la fine del decennio evidenzia il valore crescente delle infrastrutture satellitari nei moderni equilibri militari.
In un eventuale conflitto su Taiwan, la capacità di disturbare le comunicazioni e i sensori americani potrebbe influenzare il coordinamento e l’efficacia delle operazioni statunitensi.
Allo stesso tempo, la crescente dipendenza cinese dai propri sistemi spaziali rende una guerra antisatellite potenzialmente dannosa per entrambe le potenze.
Le osservazioni di Victoria Samson ricordano che le previsioni dell’intelligence devono essere valutate con prudenza, soprattutto quando riguardano tecnologie segrete e programmi di sviluppo non verificabili pubblicamente.
La risposta del Global Times mostra invece come la questione sia ormai parte integrante della rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Cina.
Il pericolo maggiore potrebbe non essere soltanto l’arrivo di nuove armi laser in orbita, ma la possibilità che le grandi potenze inizino a considerare i satelliti avversari bersagli militari ordinari.
Se questa evoluzione dovesse consolidarsi, la sicurezza dello spazio diventerebbe una componente sempre più importante della stabilità internazionale.
La sfida dei prossimi anni sarà sviluppare sistemi capaci di resistere alle interferenze, rafforzare la trasparenza delle attività orbitali e impedire che una crisi sulla Terra provochi un’escalation militare nello spazio.
