(AGENPARL) - Roma, 19 Settembre 2026 - Pannelli solari in orbita, luce disponibile quasi continuamente e fasci di energia inviati verso la Terra per alimentare reti elettriche e data center. Per decenni è sembrata un’idea destinata a rimanere confinata tra laboratori di ricerca e fantascienza. Ora l’esplosione della domanda elettrica legata all’intelligenza artificiale sta trasformando il concetto in una possibile opportunità industriale.
Overview Energy, startup statunitense con sede in Virginia, sostiene di poter iniziare a trasmettere energia solare dallo spazio alla rete già nel gennaio 2028.
L’obiettivo è estremamente ambizioso. Ma c’è un elemento che rende il progetto più difficile da ignorare: l’azienda ha già raggiunto un accordo con Meta per una capacità futura che potrebbe arrivare fino a 1 GW.
Un gigawatt è una potenza paragonabile, come ordine di grandezza, a quella di un grande reattore nucleare.
La tecnologia, tuttavia, deve ancora dimostrare di poter funzionare commercialmente su questa scala.
Ed è proprio qui che si trova il confine tra una possibile rivoluzione energetica e uno dei più ambiziosi esperimenti industriali della nuova economia dell’AI.
L’intelligenza artificiale sta cambiando anche l’economia dello spazio
La rinascita dell’energia solare spaziale non nasce soltanto dai progressi della tecnologia satellitare.
Nasce da un problema sulla Terra: servono enormi quantità di nuova elettricità.
Data center, intelligenza artificiale, industria digitale ed elettrificazione stanno aumentando la domanda in alcune regioni a una velocità che le infrastrutture elettriche faticano a seguire.
La Virginia rappresenta uno dei casi più emblematici.
La concentrazione di data center ha trasformato l’energia in una variabile strategica per nuovi investimenti tecnologici. Non basta costruire server: bisogna trovare megawatt disponibili, collegarli alla rete e garantirli per anni.
È questa pressione che sta spingendo Big Tech a guardare praticamente a ogni tecnologia disponibile.
Nucleare tradizionale, SMR, geotermia avanzata, accumulo, gas, rinnovabili, fusione.
E ora anche centrali elettriche nello spazio.
Una centrale solare dove il Sole quasi non tramonta
Il vantaggio fondamentale del fotovoltaico orbitale è intuitivo.
Sulla Terra un pannello solare smette di produrre durante la notte e riduce la propria produzione in presenza di nuvole e condizioni atmosferiche sfavorevoli.
Nello spazio questi limiti possono essere drasticamente ridotti.
Posizionando opportunamente i sistemi in orbita, è possibile ottenere un’esposizione solare molto più continua rispetto a un impianto terrestre.
Ma raccogliere l’energia è soltanto metà del problema.
Bisogna riportarla sulla Terra.
L’elettricità prodotta dai pannelli dovrebbe essere convertita e trasmessa verso apposite infrastrutture terrestri attraverso fasci elettromagnetici, utilizzando tecnologie basate, a seconda dell’architettura, su microonde o laser.
A terra, il fascio dovrebbe essere ricevuto e riconvertito in elettricità utilizzabile dalla rete.
In teoria, il risultato è straordinario: una centrale solare che produce nello spazio e consegna energia dove serve sulla Terra.
In pratica, ogni passaggio introduce costi, perdite, problemi ingegneristici e requisiti di sicurezza.
Meta ha già prenotato fino a un gigawatt
È qui che l’accordo con Meta assume particolare importanza.
Overview Energy si è impegnata a sviluppare capacità che potrebbe fornire al gruppo tecnologico fino a 1 GW di energia solare spaziale.
Per una startup nata soltanto pochi anni fa si tratta di un obiettivo enorme.
Ma l’accordo racconta soprattutto quanto sia cambiato il comportamento delle grandi aziende tecnologiche.
Le Big Tech non stanno più limitandosi ad acquistare elettricità dalla rete.
Stanno cercando di assicurarsi direttamente la capacità energetica futura.
Questo significa stipulare accordi con produttori nucleari, sostenere nuove tecnologie geotermiche, investire in sistemi di accumulo e prenotare capacità da tecnologie che devono ancora raggiungere la maturità commerciale.
La ragione è semplice.
Nella nuova economia dell’intelligenza artificiale, la disponibilità di elettricità può diventare importante quanto la disponibilità di chip.
Il 2028 è vicinissimo
Ed è proprio la tempistica a rendere la promessa di Overview Energy così aggressiva.
Gennaio 2028 significa meno di due anni.
Nel settore energetico è un intervallo brevissimo.
Una centrale tradizionale può richiedere anni tra autorizzazioni, finanziamento, costruzione e connessione alla rete. Persino nuove linee di trasmissione possono richiedere tempi molto più lunghi.
Lo spazio introduce ulteriori complessità.
I sistemi devono essere costruiti, lanciati, dispiegati in orbita, controllati e mantenuti. La trasmissione di energia deve funzionare con precisione e affidabilità. Le infrastrutture terrestri devono ricevere il fascio e immettere l’elettricità nella rete.
E tutto deve essere economicamente sostenibile.
Il 2028 deve quindi essere interpretato soprattutto come il possibile inizio della dimostrazione operativa della tecnologia, non come il momento in cui il solare spaziale sarà improvvisamente disponibile su larga scala per sostituire le centrali terrestri.
La differenza è fondamentale.
Il vero avversario non è la fisica. È il costo
L’energia solare spaziale non deve soltanto funzionare.
Deve competere.
Ed è probabilmente questa la sfida più difficile.
Amory Lovins, fisico e cofondatore di RMI, ha espresso forti dubbi sulla sostenibilità economica della tecnologia.
L’obiezione è potente perché il solare spaziale entra in un mercato nel quale esistono già numerose alternative.
Fotovoltaico terrestre, eolico, batterie, nucleare, gas, geotermia e reti interconnesse possono fornire energia con tecnologie molto più mature.
Il fotovoltaico terrestre, in particolare, ha raggiunto costi estremamente bassi in molte regioni.
Per competere, il solare spaziale deve quindi offrire qualcosa che il pannello installato a terra non può garantire facilmente.
Ed è qui che entrano in gioco disponibilità continua, flessibilità geografica e consumo del territorio.
Il nuovo bene scarso è il terreno
Può sembrare paradossale parlare di scarsità di spazio negli Stati Uniti.
Ma costruire una grande centrale rinnovabile non significa semplicemente trovare una superficie vuota su una mappa.
Servono terreni adeguati, autorizzazioni, consenso delle comunità, connessioni alla rete e linee di trasmissione.
In diverse aree americane l’opposizione locale ai grandi progetti solari ed eolici sta diventando un ostacolo crescente.
E la densità energetica conta.
Le grandi infrastrutture rinnovabili richiedono generalmente superfici molto maggiori rispetto alle centrali termoelettriche o nucleari per produrre quantità comparabili di energia.
Overview Energy sostiene che il proprio sistema potrebbe arrivare a soddisfare una quota significativa della crescita della domanda elettrica statunitense senza occupare enormi nuove superfici terrestri con pannelli.
Se questa promessa fosse tecnicamente ed economicamente realizzabile, cambierebbe il valore strategico della tecnologia.
Ma anche l’energia dallo spazio ha bisogno di spazio sulla Terra
C’è però un dettaglio importante.
L’energia non può semplicemente essere inviata dallo spazio direttamente nella normale presa elettrica.
Servono infrastrutture terrestri di ricezione.
Nel caso della trasmissione tramite microonde, per esempio, possono essere necessarie grandi antenne riceventi, spesso indicate come rectenne.
Il vantaggio territoriale deve quindi essere valutato confrontando l’intero sistema, non soltanto i pannelli fotovoltaici.
Anche la rete resta indispensabile.
Ricevere energia dallo spazio in una determinata località non significa automaticamente poterla trasferire verso un data center distante centinaia di chilometri se le linee elettriche sono congestionate.
Il solare spaziale potrebbe risolvere alcuni problemi infrastrutturali.
Non elimina le leggi fondamentali del sistema elettrico.
Una centrale elettrica che può cambiare destinazione?
La caratteristica forse più rivoluzionaria è un’altra.
Un satellite per l’energia potrebbe teoricamente modificare il punto verso cui trasmette la propria produzione, nei limiti della sua architettura orbitale, della geometria e delle stazioni riceventi disponibili.
Questo introduce un concetto radicalmente diverso rispetto alla centrale tradizionale.
Una centrale nucleare costruita in Virginia resta in Virginia.
Una diga resta sul proprio fiume.
Un parco solare rimane sul terreno sul quale è stato installato.
Un sistema orbitale potrebbe invece servire differenti infrastrutture terrestri in momenti diversi.
In prospettiva, l’elettricità diventerebbe almeno in parte “instradabile” dallo spazio.
È una caratteristica che potrebbe avere implicazioni enormi non soltanto commerciali, ma anche geopolitiche.
Energia senza confini, regolamentazione senza precedenti
Se una centrale orbitale può inviare energia verso Paesi differenti, emergono immediatamente nuove domande.
Chi autorizza la trasmissione?
Chi controlla le frequenze utilizzate?
Come vengono gestite le interferenze?
Quali standard di sicurezza devono essere rispettati?
Chi è responsabile in caso di malfunzionamento?
E soprattutto: come si distingue un’infrastruttura energetica orbitale da una tecnologia potenzialmente dual use?
La possibilità di dirigere grandi quantità di energia elettromagnetica dallo spazio richiederà inevitabilmente sistemi di controllo, verifiche e accordi internazionali.
Il problema, quindi, non sarà soltanto costruire la tecnologia.
Sarà costruire le regole.
Il 2040 resta il vero banco di prova economico
Anche ipotizzando dimostrazioni operative entro il 2028, la maturità commerciale potrebbe essere molto più lontana.
Molte valutazioni collocano intorno al 2040 l’orizzonte nel quale il solare spaziale potrebbe iniziare ad avvicinarsi alla competitività economica, ammesso che costi di lancio, produzione satellitare e infrastrutture di trasmissione continuino a diminuire.
È un dettaglio che ridimensiona, ma non necessariamente indebolisce, l’importanza dei progetti attuali.
Le grandi infrastrutture energetiche richiedono decenni per passare dall’esperimento alla scala industriale.
Il fotovoltaico, le batterie e l’eolico hanno attraversato percorsi simili di apprendimento, riduzione dei costi e industrializzazione.
La vera domanda non è quindi se un primo sistema funzionerà nel 2028.
È quanto costerà il centesimo.
L’AI sta finanziando tecnologie che altrimenti avrebbero aspettato
Ed è forse questa la parte più importante della storia.
L’intelligenza artificiale sta producendo una domanda energetica talmente grande da modificare il rapporto tra capitale e rischio.
Tecnologie che fino a pochi anni fa avrebbero avuto difficoltà a trovare clienti possono oggi presentarsi davanti ad aziende che hanno contemporaneamente enormi disponibilità finanziarie e un bisogno crescente di elettricità.
Per Meta, Google, Microsoft, Amazon e gli altri operatori hyperscale, finanziare diverse tecnologie contemporaneamente può essere razionale anche sapendo che alcune falliranno.
Non devono necessariamente sapere oggi quale tecnologia vincerà.
Devono assicurarsi di avere abbastanza energia se una di esse funzionerà.
Il risultato è una sorta di venture capital applicato alla produzione elettrica.
Dalla corsa ai chip alla corsa ai megawatt
La rivoluzione dell’intelligenza artificiale è iniziata come una competizione per algoritmi e semiconduttori.
Sta diventando rapidamente una competizione per energia, terreni, trasformatori, turbine, reattori, reti e capacità di generazione.
Ora questa corsa potrebbe estendersi oltre l’atmosfera.
L’energia solare spaziale resta una tecnologia estremamente ambiziosa, con interrogativi enormi su costi, efficienza, sicurezza, manutenzione e scalabilità.
Ma il contesto economico è cambiato.
Per la prima volta potrebbe esistere una categoria di clienti abbastanza ricchi, abbastanza energivori e abbastanza preoccupati della futura disponibilità di elettricità da finanziare seriamente il tentativo.
Il 2028 dirà se sarà possibile inviare energia dallo spazio alla rete secondo i tempi estremamente aggressivi annunciati dalle startup.
Il 2040 dirà qualcosa di molto più importante: se quell’elettricità potrà essere prodotta a un prezzo che abbia senso.
Perché portare un pannello solare nello spazio è una straordinaria impresa tecnologica.
Trasformarlo in una centrale elettrica competitiva è la vera rivoluzione.
