(AGENPARL) - Roma, 28 Agosto 2026 - Non una celebrazione della bellezza di Viterbo e neppure un semplice catalogo dei suoi problemi. “Pensare la città. Viterbo immaginaria, leggere il futuro”, il nuovo libro del giornalista Filippo Rossi, in libreria dal 4 settembre per Rubbettino, parte da una realtà locale per affrontare una questione politica più ampia: perché tante città italiane, pur disponendo di storia, patrimonio e identità, non riescono a trasformare queste risorse in un progetto di sviluppo.
La tesi che attraversa il volume è netta. Viterbo non soffre per la mancanza di potenzialità, ma per l’assenza di una direzione capace di collegarle. La politica, assorbita dalle richieste immediate e dalla manutenzione quotidiana, avrebbe progressivamente rinunciato al suo compito principale: scegliere, stabilire priorità e costruire il futuro. Nei dieci capitoli del libro, la città diventa così un laboratorio politico attraverso il quale interrogare il significato stesso del governare.
I luoghi concreti occupano una parte centrale della riflessione. L’ex Ospedale Grande degli Infermi, il cinema Genio, il Bullicame, Villa Lante, San Martino al Cimino, il Museo nazionale etrusco e le opere di Sebastiano del Piombo non compongono però un elenco di occasioni perdute. Rossi li utilizza per mostrare come i vuoti urbani, quando diventano permanenti, finiscano per modificare anche la percezione collettiva della città, abituando i cittadini ad aspettarsi sempre meno. Il vuoto, dunque, non è soltanto fisico: diventa psicologico, civile e infine politico.
Tra le immagini più riuscite del libro c’è quella della Macchina di Santa Rosa. La grande torre trasportata dai Facchini diventa il modello di ciò che Viterbo potrebbe essere durante tutto l’anno: una comunità capace di unire immaginazione, competenza, disciplina, organizzazione e responsabilità. Il paradosso è che la città riesca a esprimere questa forza in una notte, senza riuscire a trasformarla in un metodo stabile di governo.
Da qui nasce la critica alla frammentazione degli interventi, alla distribuzione indiscriminata delle risorse culturali e a una politica che preferisce non scegliere. Rossi contrappone a questo modello una regia pubblica più forte, la riattivazione degli spazi vuoti, il ritorno del cinema nel centro storico e una strategia culturale capace di durare oltre il singolo evento. Le proposte non formano un programma amministrativo, ma traducono in esempi concreti la tesi di fondo: una città cresce soltanto quando le sue iniziative smettono di essere episodi e cominciano a costruire una direzione.
“Pensare la città” si muove tra saggio politico, riflessione urbanistica e racconto civile. Rossi intreccia i riferimenti a Italo Calvino, Roland Barthes, Jane Jacobs, Kevin Lynch e Roger Scruton con la storia e i problemi quotidiani di Viterbo. Il linguaggio è assertivo, volutamente lontano dalla neutralità tecnica: amministrare non significa soltanto far funzionare l’esistente, ma assumersi la responsabilità di decidere ciò che ancora non esiste.
Il passaggio più interessante è il rovesciamento della tradizionale narrazione del declino. La responsabilità non viene attribuita a una presunta indifferenza dei viterbesi, ma all’incapacità della politica di trasformare appartenenza, bellezza e memoria in un progetto condiviso. Anche il turismo, secondo Rossi, non nasce dalla semplice promozione dei monumenti: una città diventa attrattiva quando riesce prima di tutto a essere desiderabile per chi la abita.
Nell’epilogo Viterbo è descritta come un “romanzo collettivo” ancora in cerca di una trama. La postfazione “Radici”, firmata da Gianni Scipione Rossi, aggiunge alla riflessione politica la dimensione della memoria familiare e dell’appartenenza. Ne esce un libro profondamente viterbese, ma non localistico: attraverso una città sospesa tra una grande storia e un futuro ancora da scrivere, Rossi prova a restituire alla politica il suo significato più autentico, quello di scegliere una rotta e avere il coraggio di seguirla.
