(AGENPARL) - Roma, 18 Agosto 2026 - La crisi dello Stretto di Hormuz sta accelerando uno dei progetti energetici più ambiziosi del Medio Oriente: creare una nuova grande arteria petrolifera tra l’Iraq e la costa mediterranea della Siria. L’obiettivo è offrire al greggio iracheno una rotta alternativa al Golfo Persico, riducendo la vulnerabilità delle esportazioni di Baghdad alle tensioni che interessano uno dei più importanti choke point energetici del pianeta.
Il progetto, tuttavia, appare molto più complesso e costoso di quanto suggeriscano alcune delle dichiarazioni politiche circolate nelle ultime settimane. Secondo fonti a conoscenza dei piani citate da Reuters, per realizzare l’infrastruttura sarebbero necessari almeno quattro anni e investimenti nell’ordine dei 15 miliardi di dollari.
La prospettiva è quella di creare un corridoio capace, una volta operativo, di modificare profondamente la geografia delle esportazioni energetiche irachene.
Un’alternativa strategica allo Stretto di Hormuz
L’Iraq dispone di alcune delle maggiori riserve petrolifere del mondo, ma una parte fondamentale della sua capacità di esportazione dipende dalle infrastrutture meridionali e dalle rotte che attraversano il Golfo Persico.
La crisi di Hormuz ha messo nuovamente in evidenza questa vulnerabilità. Un collegamento diretto tra i giacimenti iracheni e il Mediterraneo permetterebbe invece al greggio di raggiungere i mercati internazionali attraverso la Siria, evitando completamente lo Stretto.
Washington sostiene politicamente il progetto proprio per questa ragione. L’obiettivo strategico statunitense è creare rotte energetiche alternative capaci di ridimensionare progressivamente l’influenza che l’Iran può esercitare sui flussi petroliferi attraverso Hormuz.
Ma trasformare questa strategia in infrastrutture operative richiederà tempo.
Secondo le fonti citate da Reuters, l’idea che una nuova arteria possa rendere Hormuz sostanzialmente “irrilevante” nell’arco di appena due anni si scontra con le difficoltà tecniche del progetto. La costruzione richiederebbe almeno quattro anni, anche in uno scenario relativamente favorevole.
Il vecchio Kirkuk-Baniyas non basta
Il progetto richiama inevitabilmente lo storico oleodotto Kirkuk-Baniyas, che in passato trasportava il petrolio iracheno attraverso la Siria fino al Mediterraneo.
L’infrastruttura è però fuori servizio da oltre vent’anni e, secondo le fonti coinvolte nelle attuali valutazioni, non sarebbe sufficiente limitarsi a ripararla.
L’usura, i danni accumulati durante decenni di conflitti e la necessità di ottenere capacità molto superiori renderebbero indispensabile la realizzazione di nuove infrastrutture petrolifere.
È uno degli elementi che spiegano la stima di circa 15 miliardi di dollari.
Il percorso strategico dovrebbe collegare le aree petrolifere irachene, passando per Haditha, alla città portuale siriana di Baniyas, affacciata direttamente sul Mediterraneo.
Da qui il petrolio potrebbe raggiungere più facilmente Europa e altri mercati attraverso le normali rotte mediterranee, senza transitare attraverso Hormuz.
Due oleodotti fino a 2 milioni di barili al giorno
La dimensione prevista dell’infrastruttura rende il progetto particolarmente significativo.
Youssef Qablawi, amministratore delegato della compagnia petrolifera statale siriana, ha indicato la possibilità di realizzare due condotte, con una capacità complessiva compresa fra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.
Una capacità di questa portata trasformerebbe il corridoio Iraq-Siria da semplice soluzione di emergenza a infrastruttura strategica permanente per il commercio petrolifero regionale.
Qablawi aveva precedentemente indicato un orizzonte di “al massimo tre anni” per il ripristino del collegamento Haditha-Baniyas. Le informazioni più recenti riportate da Reuters suggeriscono però che un progetto nuovo e sufficientemente grande da soddisfare gli obiettivi strategici richiederebbe tempi più lunghi.
La differenza potrebbe riflettere due scenari distinti: da una parte il recupero di porzioni delle infrastrutture esistenti, dall’altra la costruzione del sistema molto più ambizioso attualmente allo studio.
Chevron coinvolta nello studio di fattibilità
Il progetto si trova ancora in una fase preliminare.
Un consorzio che comprende la major statunitense Chevron starebbe partecipando alla valutazione della fattibilità economica e tecnica dell’infrastruttura. Prima dell’avvio dei lavori dovranno essere definite questioni fondamentali: percorso definitivo, finanziamenti, sicurezza, capacità delle condotte, accordi tariffari e condizioni commerciali tra Baghdad e Damasco.
Iraq e Siria avrebbero inoltre avviato negoziati per definire il quadro contrattuale e attirare le società interessate a finanziare e costruire il sistema.
Il coinvolgimento di imprese statunitensi avrebbe anche un significato geopolitico evidente. Washington potrebbe contribuire contemporaneamente alla diversificazione delle esportazioni irachene e alla ricostruzione delle infrastrutture energetiche della Siria postbellica.
Per l’Iraq una seconda porta verso il mondo
Per Baghdad, il vantaggio principale sarebbe la diversificazione geografica.
Un grande produttore petrolifero che dipende prevalentemente da una singola direttrice marittima rimane estremamente esposto a guerre, blocchi navali, sabotaggi o crisi diplomatiche.
Un corridoio verso Baniyas cambierebbe l’equazione.
Il greggio iracheno potrebbe essere indirizzato sia verso il Golfo sia direttamente verso il Mediterraneo. Baghdad avrebbe quindi maggiore flessibilità nella gestione delle esportazioni e potrebbe ridurre le conseguenze economiche di un’eventuale nuova interruzione del traffico attraverso Hormuz.
Una capacità teorica di 1,5-2 milioni di barili giornalieri rappresenterebbe inoltre una quota enorme dell’export petrolifero iracheno.
La Siria tornerebbe sulla mappa energetica regionale
Per Damasco, le conseguenze potrebbero essere altrettanto profonde.
Dopo anni di guerra e distruzione delle infrastrutture, il transito del greggio iracheno potrebbe trasformarsi in una fonte di investimenti, entrate tariffarie, occupazione e ricostruzione.
Baniyas potrebbe assumere un ruolo molto più importante come terminale petrolifero mediterraneo e attorno all’oleodotto potrebbero svilupparsi depositi, impianti logistici, infrastrutture portuali e potenzialmente nuove capacità di raffinazione.
La Siria passerebbe così dall’essere principalmente un territorio devastato dai conflitti a rappresentare nuovamente un corridoio energetico fra Mesopotamia e Mediterraneo.
La variabile iraniana
È però sul piano geopolitico che il progetto assume la sua dimensione più importante.
Hormuz rappresenta uno dei principali strumenti di influenza strategica dell’Iran. Una parte considerevole delle esportazioni energetiche del Golfo deve attraversare uno stretto corridoio marittimo sul quale Teheran dispone di una significativa capacità militare di pressione.
Creare infrastrutture terrestri alternative non eliminerebbe l’importanza dello Stretto, ma ridurrebbe progressivamente il costo economico globale di un’eventuale interruzione.
Per questo Washington vede con favore corridoi capaci di portare il petrolio mediorientale direttamente verso il Mediterraneo o l’Oceano Indiano evitando i principali choke point.
Il collegamento Iraq-Siria si inserisce quindi in una strategia regionale più ampia: moltiplicare le vie di esportazione energetica affinché nessun singolo stretto possa diventare decisivo per l’approvvigionamento mondiale.
Quattro anni rappresentano lo scenario più favorevole
Restano comunque ostacoli considerevoli.
Quindici miliardi di dollari rappresentano un investimento enorme e richiederebbero garanzie politiche e commerciali di lungo periodo. Una condotta che attraversa Iraq e Siria dovrebbe inoltre essere protetta per centinaia di chilometri contro sabotaggi, terrorismo e instabilità politica.
A questo si aggiungono autorizzazioni, bonifica dei territori, stazioni di pompaggio, terminali, sistemi di stoccaggio e collegamenti con i giacimenti petroliferi.
La sicurezza sarà probabilmente uno dei principali fattori nella decisione finale degli investitori.
Anche per questo le stime di quattro anni devono essere considerate come un orizzonte minimo, non come una data certa di entrata in funzione.
Una nuova geografia del petrolio mediorientale
Il vero significato del progetto va quindi oltre la costruzione di un oleodotto.
La crisi di Hormuz sta spingendo produttori e potenze internazionali a ripensare infrastrutture progettate in un’epoca nella quale il libero passaggio attraverso gli stretti strategici era considerato relativamente sicuro.
Il corridoio Kirkuk-Haditha-Baniyas offrirebbe all’Iraq un accesso diretto al Mediterraneo, alla Siria una nuova funzione economica regionale e agli Stati Uniti uno strumento per diminuire il peso strategico dell’Iran sulle rotte energetiche.
Non sarà però una soluzione immediata. Tra costi vicini ai 15 miliardi di dollari, necessità di nuove infrastrutture e almeno quattro anni di lavori, la sfida è enorme.
Se il progetto dovesse realmente raggiungere una capacità di 1,5-2 milioni di barili al giorno, il risultato potrebbe comunque valere l’attesa: una nuova arteria petrolifera tra Mesopotamia e Mediterraneo capace di modificare per decenni gli equilibri energetici e geopolitici del Medio Oriente.
