(AGENPARL) - Roma, 3 Luglio 2026 - Dopo le dichiarazioni di questa mattina, in cui Qalibaf ha accusato apertamente Israele di voler sabotare il memorandum d’intesa, le rivelazioni del New York Times offrono un quadro ben più fosco delle manovre in corso. Washington conferma indirettamente il timore di un piano di eliminazione mirata contro i vertici della delegazione iraniana, tra cui lo stesso Qalibaf e il ministro degli Esteri Araghchi, sventato solo grazie a un’intensa mediazione diplomatica che ha coinvolto anche Pakistan e Qatar.
Ma dietro questo tentato “decapitamento” diplomatico emerge una divergenza strategica profonda tra Washington e Tel Aviv. Se gli Stati Uniti premono per un cessate il fuoco che stabilizzi l’area, Israele vede nell’accordo un pericolo esistenziale. Per l’intelligence e il governo israeliani, la fine delle ostilità in questo momento è un errore tattico: il timore è che una tregua permetta a Teheran di incassare miliardi di dollari, risorse che la Repubblica Islamica utilizzerebbe per una ricostruzione fulminea del proprio potenziale bellico, senza che questo ponga un freno reale alle sue ambizioni nucleari.
È questa la logica che spiega perché, fin dall’inizio del conflitto, la priorità di Tel Aviv non sia stata solo il contrasto alle forze navali o missilistiche iraniane, ma la sistematica strategia di colpire la leadership politica. L’episodio del dirottamento del volo di Qalibaf su Mashhad — scortato dai caccia pakistani dopo la segnalazione di un’incursione aerea israeliana — è la prova tangibile che, mentre le diplomazie negoziano, la guerra d’intelligence prosegue su un piano parallelo e spietato.
Un attrito, quello tra Washington e Tel Aviv, che ha ormai superato il piano puramente diplomatico. Secondo indiscrezioni sempre più insistenti, il rapporto personale tra Trump e Netanyahu appare oggi in frantumi. Il Presidente USA, che vede nella stabilizzazione con l’Iran la chiave per la propria stabilità politica, avrebbe ormai perso la pazienza nei confronti del premier israeliano, accusato di sabotare il “grande affare” americano in nome di una sopravvivenza politica interna che la Casa Bianca non è più disposta a finanziare con assegni in bianco.
